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I problemi della ‘sicurezza’: l’impatto psicologico e psicosociale della legge 132/2018

Un documento dell’Associazione Italiana di Psicologia

18 aprile 2019

Il documento sull’impatto psico-sociale della legge 132/2018 (“decreto sicurezza”) è stato prodotto e approvato dal direttivo dell’Associazione Italiana di Psicologia.

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Premessa

L’Associazione Italiana di Psicologia (AIP) è una società scientifica che raccoglie la maggioranza dei ricercatori e professori di discipline psicologiche operanti nelle università italiane.

L’AIP ha tra i propri compiti l’analisi su base scientifica delle politiche pubbliche, dal punto di vista del ruolo dei fattori psicologici e psicosociali implicati. In ragione del suo ambito di competenza, l’AIP ha sviluppato un’analisi delle implicazioni psicologiche e psicosociali delle recenti disposizioni legislative in tema di immigrazione contenute nella Legge 132/2018 (conversione del cd. Decreto sicurezza). L’analisi si è focalizzata sul rapporto tra contesto psicosociale, finalità del legislatore e modalità di perseguirle previste dal dispositivo legislativo, in particolare dal punto di vista della previsione dell’impatto psicologico e psicosociale di medio termine.

A. Aspetti salienti della Legge

La legge 132/18 ha eliminato la figura giuridica del permesso di soggiorno per motivi di protezione umanitaria (art. 1). Tale permesso aveva la durata di due anni e consentiva l’accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza sociale e all’edilizia residenziale. Esso riguardava coloro che, pur sprovvisti dei requisiti previsti per l’asilo politico o per la protezione sussidiaria, avrebbero corso, in caso di rimpatrio, il serio rischio di subire trattamenti disumani o degradanti, o di incorrere in limitazioni rilevanti della libertà. La protezione per ragioni umanitarie ha negli anni scorsi rappresentato la motivazione più frequente per la concessione del permesso di soggiorno (circa il 25% delle richieste di asilo, corrispondenti a circa il 70% dei permessi concessi; riferimento anno 2018; fonte Eurostat). Al suo posto sono stati introdotti una serie di permessi per casi specifici: “protezione speciale”, “per calamità naturale nel Paese di origine”, “per condizioni di salute gravi”, “per atti di particolare valore civile” e “per casi speciali” (vittime di violenza grave o sfruttamento lavorativo).

Di fatto, con la cancellazione della protezione per ragioni umanitarie:

a) la platea di coloro che possono beneficiare del permesso di soggiorno si è significativamente ristretta;

b) la maggior parte dei rifugiati che otterrà il permesso di soggiorno secondo la nuova casistica, si troverà in condizione di maggiore precarietà e minori tutele giuridiche e assistenziali;

c) molti degli attuali rifugiati con il permesso di soggiorno per motivi umanitari non avranno i requisiti per il rinnovo, per cui alla sua scadenza si troveranno in una condizione di irregolarità, anche quelli che nel frattempo si erano regolarmente e proficuamente inseriti nel contesto socio-economico italiano.

Nel complesso, secondo stime conservative [1], nel prossimo biennio, a seguito del decreto sicurezza, il numero di irregolari presenti in Italia potrebbe aumentare notevolmente: 60.000-70.000 persone rischiano di trovarsi prive della possibilità di lavorare e di fruire di qualsiasi forma di tutela giuridica e assistenza socio-sanitaria, destinate dunque ad una condizione di grave marginalità, ulteriormente favorita dal depotenziamento - anch’esso introdotto con il decreto (art. 12) - del sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati - le strutture di accoglienza che in questi anni hanno operato come fondamentale risorsa per l’integrazione dei migranti).

B. L’impatto psicologico e psicosociale della Legge

Sulla base di una estesa letteratura [2] - [3], è oltremodo plausibile attendersi che la condizione di marginalità (e.g. precarietà, inoccupazione, povertà, impossibilità di fruire di forme di previdenza e assistenza) cui sono destinati molti degli attuali e futuri richiedenti asilo avrà un impatto altamente dannoso sulla loro salute psico-fisica, in termini di maggiore incidenza di malattie, disagio psicologico, disturbi mentali, condotte autolesive e suicidarie.

Vi sono del resto solide basi scientifiche per prevedere che la Legge 132/2018 avrà rilevanti effetti negativi diretti e indiretti anche sulla società italiana, in ciò contravvenendo paradossalmente alle finalità per cui è stato pensato.

Effetti diretti

Dal momento che la condizione di marginalità tende ad alimentare comportamenti antisociali e devianti in coloro che lo subiscono [4], [5], è probabile che l’incremento di immigrati in condizione di irregolarità possa portare ad un aumento, piuttosto che ad una riduzione, dell’incidenza di fenomeni di micro-criminalità, degrado urbano, segregazione territoriale, con ovvie conseguenze negative sulla qualità della vita della popolazione italiana generale. Quando accompagnate da inuguaglianza economica, le differenze etniche diventano ulteriore fonte di sfiducia e minaccia per la società. Al contrario, quando l’istituzione mette in atto politiche utili a gestire la diversità etnica e al tempo stesso per ridurre le inuguaglianze economiche generali, non solo l’immigrazione non è più una minaccia da temere ma diventa risorsa per la società. Studi [6] hanno evidenziato il ruolo centrale delle istituzioni e delle politiche statali nel modificare e rendere proficui gli effetti dei flussi migratori.

Effetti indiretti

L’effetto negativo più preoccupante è tuttavia indiretto e riguarda la dinamica psicosociale di cui la Legge 132/2018 è al contempo riflesso e vettore.

In via di premessa va riconosciuto che la legge 132/18 rappresenta il tentativo del Legislatore di dare risposta al senso di radicale incertezza sociale ed economica diffusi entro la società italiana, in conseguenza dell’impatto dirompente delle dinamiche della globalizzazione [7] - [8].

La reazione oggi prevalente all’incertezza è di natura difensiva ed emozionale [9], caratterizzandosi in termini identitari e di “nemicalizzazione” dell’altro, in particolare del non-italiano, che viene connotato come minaccia dalla quale proteggersi. Secondo un recente studio [10], [11], circa il 60% della popolazione adulta italiana, è profondamente sfiduciata, percependosi alle prese con un contesto sociale ed economico inaffidabile e persecutorio; al contempo tale maggioranza di Italiani ha una visione negativa dell’immigrato e più in generale dell’estraneo o del “diverso”, vedendo nell’appartenenza identitaria l’unica possibile difesa dalla minaccia, che percepisce venire dall’esterno.

Nel loro complesso, le disposizioni relative al tema dell’immigrazione contenute nella Legge 132/18 - oltre alle misure sopra richiamate, la Legge prevede: il raddoppio dei tempi di trattenimento nei centri di prima accoglienza; la revoca della cittadinanza in alcuni casi gravi - si prestano obiettivamente ad essere lette come portatrici di una visione dell’immigrazione come problema di sicurezza (è questo del resto il nome con cui è conosciuto il decreto successivamente convertito dalla Legge 132/2018): come una minaccia da cui difendersi (per una discussione del punto comprensiva del panorama europeo, cfr. [12]. In tal modo la Legge 132/18 si sintonizza sul senso di incertezza diffuso. Tuttavia, essa risponde ai timori dei cittadini non tanto ribadendo la giusta e doverosa rigorosità nelle procedure di accoglienza ma in un modo che corre il rischio di assecondare ed alimentare, piuttosto che elaborare, la reazione difensiva, viscerale ed emozionale che caratterizza attualmente una parte consistente della società italiana.

Il rischio, in altri termini è di rinforzare la visione emozionale dell’immigrato come minaccia dalla quale difendere se stessi, la comunità, l’Italia (tale visione trova parzialmente riflesso anche sui media; si veda in proposito [13]. È opportuno precisare che quanto appena affermato non significa negare l’impatto potenzialmente critico dell’immigrazione - specie sui segmenti più svantaggiati della popolazione italiana - dunque il fondamento di realtà che sta alla base della percezione sociale degli immigrati come un problema (per una discussione di questo aspetto dal punto di vista economico, ad es. cfr. [14]. Da un punto di vista psico-sociale, ciò che è in discussione non sono le obiettive criticità che l’immigrazione può comportare da un punto di vista macro e micro economico, ma la natura emozionale della risposta sociale (cioè la trasformazione del fattore di criticità in un nemico) e le sue implicazioni sul ‘capitale sociale’, inteso come atteggiamento sociale di fiducia, congiunto a norme che regolano la convivenza e le reti di impegno civico [15].

Intaccando in modo sostanziale il ‘capitale sociale’ (già in crisi per motivi diversi, ad esempio economici), la “nemicalizzazione” dell’immigrato è un processo che nel medio periodo è destinato a danneggiare la stessa società che lo esercita. Ciò si comprende tenendo conto del fatto che tale processo consiste in una visione viscerale ed emozionale, fondata sullo schema affettivo amico/nemico. Data la sua natura profondamente affettiva, lo schema amico/nemico non resta circoscritto all’oggetto specifico che lo innesca, ma tende inevitabilmente a generalizzarsi trasversalmente ai diversi domini della vita sociale [16] [17]; per quanto riguarda la mancanza di vincolo tra specifico elemento di innesco e modo generale di interpretare, si veda anche [18]. Ciò significa che, una volta che lo schema affettivo secondo cui si interpreta emozionalmente l’incertezza come causata da un altro/nemico si è insediato nel contesto culturale, esso non si limita ad operare nei confronti di specifiche categorie di ‘altro’, ma tende ad espandere la propria rilevanza su qualsiasi forma di diversità significativa: nazionalità, genere, orientamenti sessuali, appartenenza territoriale, credo religioso, opinione, status professionale, ecc. In questo modo, la ‘nemicalizzazione’ dell’altro e la conseguente polarizzazione delle relazioni diventano elementi endemici del modo di interpretare e agire le relazioni sociali ed interpersonali, non solo con lo “straniero” ma anche all’interno dei gruppi sociali di riferimento (gli italiani, ma anche il territorio, la propria organizzazione di lavoro, eccetera). La crescita di episodi di violenza verbale e fisica (ad es. sulla rete, nei confronti del personale sanitario e delle istituzioni educative) si presta ad essere interpretata come un segnale del processo di generalizzazione cui ci si sta riferendo. Il suo impatto si può misurare in termini di grave decadimento del capitale sociale (fiducia, civismo, reti sociali), di deterioramento delle infrastrutture civiche e istituzionali, di anomia; in definitiva, in uno scadimento complessivo tanto del sistema complessivo quanto della qualità della vita a livello individuale [1]. Non da ultimo occorre ricordare che questa visione di pericolo costantemente associata al fenomeno della migrazione aumenta nelle persone il senso di minaccia sociale. Molti studi hanno evidenziato che l’aumentare del senso di minaccia è significativamente associato non solo a comportamenti di tipo estremo, ma anche agli orientamenti autoritari, soprattutto nelle persone sensibili a questi aspetti. Vale a dire che la manipolazione del senso di minaccia che deriva dal presentare lo straniero come un nemico è l’anticamera di atteggiamenti che minano alla radice l’agire democratico (ad es. [19] - [20]).

Osservazioni conclusive

Sul ruolo del capitale sociale nel funzionamento dei meccanismi economici e istituzionali si veda, ad es. [21]; sulla dipendenza tra contesto psico-sociale e comportamento economico [22]; sul rapporto tra contesto culturale e percezione di sé: [23].

La ricerca psicologica ha prodotto evidenze in favore del carattere non alternativo ma complementare di identità e diversità (ad es. [24] - [25]). L’identità di un popolo si fonda sulla molteplicità che solo l’integrazione delle differenze - interne ed esterne - può assicurare: come del resto esperienze pluriennali di paesi come Gran Bretagna e Germania hanno mostrato. Su tale base, è realistico - proprio sulla base delle evidenze delle scienze psicologiche e sociali - suggerire un’inversione radicale nell’approccio culturale, prima ancora che legislativo, al tema immigrazione. È strategico che le politiche in tale ambito passino da una logica “nemicalizzante” ad una orientata invece da scopi di integrazione e valorizzazione della relazione con l’alterità. Ciò non solo, lo ripetiamo, per ragioni di natura etica o di generica disponibilità ad una indiscriminata “accoglienza”; ma soprattutto perché così facendo si introdurrebbe un rilevante fattore di contrasto alla diffusione entro la società italiana della nemicalizzazione dell’altro, un “virus culturale” capace di produrre danni gravi al tessuto umano, civile, socio-economico e istituzionale del nostro Paese.