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In Basilicata, la battaglia per una accoglienza degna si gioca in tribunale

Un report a puntate della campagna LasciateCIEntrare

11 maggio 2019

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La Basilicata è stata la prima Regione italiana in cui sono stati applicati in modo zelante i tagli del Decreto Sicurezza. Ed è anche la prima Regione in cui la società civile si è mobilitata ottenendo importanti risultati.
“Già a dicembre, la prefettura di Potenza, con una circolare, ha pensato di anticipare il Governo “invitando” i titolari di protezione umanitaria presenti nelle strutture ad abbandonare le strutture di accoglienza – ricorda Paola Andrisani, referente per la Basilicata di LasciateCIEntrare -. Tra l’altro, l’operazione è stata condotta in pieno inverno, con temperature molto rigide. Ne è nata una dura battaglia in cui abbiamo cercato di far ragionare il prefetto, se non facendo leva su basi umanitarie, pur evidenti, perlomeno sulla questione dei problemi di ordine pubblico che sarebbero certo sorti con tutte queste persone senza una posto dove andare. Alla fine, ha prevalso un atteggiamento più ragionevole e paternalistico, ed i migranti, perlomeno le donne e i bambini, sono stati tutti sparpagliati in centri d’accoglienza e in case famiglia”.

La lettera con la quale le attiviste e gli attivisti di Potenza hanno invitato la prefettura ad una riflessione sugli effetti di una drastica stretta sul sistema di accoglienza, ha fatto comunque scuola ed è stata ripresa in altre battaglie condotte su tutta la penisola, come, ad esempio, nel caso della chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto, a nord di Roma.

Per quanto riguarda Matera invece, la stretta è stata più immediata, più silenziosa e più pesante. “Anche in questa città, la prefettura, di fatto, aveva disposto la revoca delle misure di accoglienza anche per i migranti vulnerabili titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari. Anche in questo caso in giornate critiche dal punto di vista del meteo (giornate di forti nevicate, trasporti bloccati, paesi isolati). Ma a Matera sono stati colpiti anche i migranti che, a detta del Prefetto, svolgevano una attività lavorativa, senza però alcuna concreta verifica su quanto di fatto guadagnavano e se questo fosse sufficiente a garantirgli un mantenimento dignitoso”.

A tale proposito, la cosa che più ha colpito gli operatori legali dell’Asgi e gli attivisti di LasciateCIEntrare è che la maggior parte di questi migranti non risultava affatto occupata in una regolare attività negli elenchi del centro per l’impiego o risultava avere un reddito insignificante. In altre parole, erano persone costrette a lavorare soprattutto in nero.

La battaglia per una degna accoglienza si è quindi spostata nelle aule dei tribunali. Due sentenze gemelle del Tar hanno dato ragione agli avvocati di Asgi e LasciateCIEntrare, che hanno impugnato la nota prefettizia, stabilendo che il decreto ministeriale non poteva avere effetti retroattivi. I titolari di permesso umanitario, alcuni dei quali persone vulnerabili sbattute per strada in pieno inverno, sono stati reintegrati nel sistema di accoglienza. Altri ricorsi, come quelli per i presunti “lavoratori” sopracitati sono ancora in corso.

“Per il resto, le cose stanno procedendo sui binari della chiusura progressiva delle piccole strutture, proprio come nelle altre Regioni – conclude Paola Andrisani – con la differenza che in Basilicata non ci sono più, come in passato, grandi centri di accoglienza e le cooperative più grosse, come l’Auxilium, si sono ritirate dai bandi. I migranti vengono quindi dirottati fuori Regione, in particolare, verso Bari o verso la Campania. E poco importa se queste persone si erano inserite in una rete sociale o di studio o di lavoro. E neppure a loro importa se tanti, ‘italianissimi’ lavoratori hanno perso il loro impiego nelle strutture che hanno dovuto chiudere i battenti”.