logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Caporalato in provincia di Cuneo: le mele sono marce

Per il Comitato antirazzista saluzzese occorre spazzare via la cappa di omertà e ipocrisia

25 maggio 2019

Assegna il tuo 5‰ al Progetto Melting Pot!

Non è certo la prima volta che si parla di caporalato in provincia di Cuneo. Già nel 2016 era stata scoperta una rete per il reclutamento dei braccianti addetti alla vendemmia nelle Langhe, soprattutto bulgari e macedoni; l’anno scorso fu la volta dei raccoglitori di fragole a Peveragno, un’altra delle eccellenze del territorio, anche questa volta macedoni ma pure italiani.
Adesso tocca ai braccianti africani della frutta nel saluzzese; finalmente verrebbe da dire.

Nel febbraio scorso un lavoratore del Burkina Faso era stato arrestato con l’accusa di aver commesso reati previsti dalla L.199/2016 “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”, la cosiddetta “Legge sul caporalato” approvata a suo tempo con l’astensione di Lega e Forza Italia, considerata da più parti una buona legge anche se non ancora del tutto applicata.

Dopo mesi di indagini e di silenzio sulla faccenda (nochè di carcerazione preventiva dell’indagato), il caso adesso viene fuori e due imprenditori vanno ai domiciliari con accuse pesantissime; proprio quando la stagione della raccolta sta per cominciare e, come ogni anno, porta con se polemiche sull’accoglienza e sul lavoro irregolare.

Fino ad oggi si faceva fatica perfino a parlare di sfruttamento, figuriamoci di caporalato: da ora in poi non potrà più essere così e tutti dovranno riconoscere che non si tratta di isolare le “mele marce” ma di affrontare un problema strutturale del sistema agroindustriale che regge l’economia locale, produce ricchezza e stritola i lavoratori. Perchè il caporalato esiste dove esistono irregolarità diffuse e sfruttamento, in forme diverse ma sempre quando c’è sfruttamento e il lavoratore non può fare a meno di vendere le proprie braccia per pochi euro l’ora ed è ridotto al silenzio. Non sarà necessario attendere l’esito dei processi per confermare ciò che tutti sanno e se per primi sono arrivati i magistrati questa è una sconfitta di chi in questi anni ha pensato che il rispetto della legalità valesse solo per i migranti e non per i padroni, di chi si è preoccupato innanzitutto di contenere i migranti anziché sostenere i loro diritti, in quanto esseri umani e in quanto lavoratori.

Il “modello Saluzzo”, sbilanciato sull’accoglienza e troppo preoccupato di non turbare il sonno ai datori di lavoro. Perchè se il contratto collettivo riconoscesse un salario decente ai braccianti e fosse rispettato in tutte le sue parti (orari, straordinari, festivi, sicurezza, infortuni, ecc...), le buste paga fossero reali, l’accesso alla disoccupazione agricola garantito, forse qualcuno in più potrebbe progettare più serenamente il proprio futuro, a cominciare da una casa e una residenza stabili.

Il caporalato è uno strumento che mette in comunicazione domanda e offerta di lavoro. Per reclutare manodopera a buon mercato le imprese fanno ricorso a forme di intermediazione invece di rivolgersi ai centri per l’impiego (già nel giugno 2013 i migranti sgomberati dal Foro Boario occuparono simbolicamente il Centro per l’Impiego per attirare l’attenzione sul problema), in tal modo la scelta dei lavoratori risponde a criteri arbitrari e il lavoratore è solo di fronte al datore di lavoro. Pur di lavorare accetta qualunque condizione gli viene imposta. Anche questo lo sanno tutti, a cominciare dalle associazioni che rappresentano i datori di lavoro. Questo divario tra la forza delle imprese da una parte, i lavoratori e le lavoratrici dall’altra, non dipende certo dall’esistenza dei caporali, come ha ben evidenziato Aboubakar Soumahoro nel suo ultimo libro "Umanità in Rivolta".

Il caporalato è una piaga che colpisce un sistema già iniquo e spesso viene usato come capro espiatorio per evitare che vengano messe in discussione le fondamenta del sistema di produzione. Il caporale, dunque, sta allo sfruttamento lavorativo come gli scafisti stanno alle frontiere chiuse.

Auspichiamo che gli eventi di questi giorni contribuiscano definitivamente a spazzare via la cappa di omertà e ipocrisia che soffoca la realtà saluzzese e tutti si adoperino per sostenere le lotte per l’emancipazione dei braccianti e per la rivendicazione dei loro diritti.

Come affermato ad alta voce durante la manifestazione dei migranti a Cuneo nel luglio dello scorso anno: "Vogliamo lavorare e vivere fuori da ogni forma di sfruttamento e assistenzialismo".