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Costretti a Sarajevo. Due giorni nella Bosnia dei migranti

Di Gianluca Annunziata, Pasquale Annunziata e Lorenza Robino

13 giugno 2019

L’esercizio più difficile quando vivi tanta umanità
- che si attacca alla pelle e al cuore, che investe e tramortisce -
è quello di trasformare la rabbia,
per ciò che vedi come un’immutabile ingiustizia,
in energia per cambiare.
Te stesso per primo.

Lungo la rotta balcanica.
Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo.
Anna Clementi, Diego Saccora.

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Arriviamo a Sarajevo il pomeriggio del 17 aprile. L’aria è pungente, abbastanza fredda. Dopo aver preso posizione in albergo, ci ritroviamo a cenare in un piccolo ristorante turistico nel cuore della città vecchia. È già molto tardi e probabilmente siamo gli ultimi clienti del giorno a essere serviti. Abbiamo appuntamento per il pomeriggio successivo alle 15 con una volontaria di Aid Brigade, un piccolo collettivo che aiuta i rifugiati presenti a Sarajevo. Questa città è infatti luogo di sosta per buona parte dei migranti che percorrono la rotta balcanica verso l’Unione Europea; è l’ultima zona di raccolta prima di proseguire verso il confine con la Croazia e tentare di attraversarlo.

Il cameriere è un ragazzo alto, molto gentile, e quando rimaniamo gli ultimi clienti seduti si ferma un po’ con noi a riposare e scambiare qualche parola in inglese. Paradossalmente comincia la conversazione mettendoci in guardia dai siriani che di giorno vengono in centro tra i turisti a rubare. Che ultimamente mandano la polizia a controllare, ma di stare comunque attenti. Non sappiamo se addentrarci in questo dialogo, che sembra essere iniziato decisamente con il piede sbagliato. Il ragazzo deve avvertire un po’ di freddezza generata dal suo commento e infatti, in modo del tutto autonomo, corregge il tiro aumentando la complessità del suo discorso. Ci parla di Sarajevo, dei disagi di chi vive Sarajevo; il poco lavoro, l’affluenza di persone alla ricerca di una vita migliore e che sperano di trovarla là, le tensioni che si generano quando le risorse risultano poi essere limitate. Cambia il modo in cui ci parla della parte araba della popolazione e dei rifugiati che transitano sul territorio. Ricorda che sono stati un paese in guerra anche loro, un popolo di rifugiati, di come questo passato recente li renda generalmente comprensivi verso i migranti. Si mostra molto lucido su quello che è il ruolo dell’Unione Europea in questa dinamica: la prima nazione UE lungo la rotta, la Croazia, ha chiuso i confini bloccando il flusso in Bosnia, per poi fare accordi politici ed economici con quest’ultima allo scopo di fermare le persone nei loro tentativi di proseguire il cammino. Secondo quanto sostiene il cameriere, in sostanza la Bosnia-Erzegovina viene pagata per bloccare all’interno del proprio territorio i migranti. Questo ovviamente ha cominciato a inasprire i rapporti con la popolazione locale, innescando un processo discriminatorio nei confronti di chi percorre il territorio dall’Africa o dal Medio Oriente verso l’Europa. Per questo motivo i rifugiati iniziano ad essere respinti, anche se in misura minore, lungo i confini della stessa Bosnia-Erzegovina.
Prosegue poi spiegandoci la sua situazione lavorativa, comparandola con quella che mediamente può avere un ragazzo bosniaco. Prima di tutto lui sa di essere fortunato perché ha un lavoro, perché è un lavoro pagato leggermente meglio rispetto a quanto avvenga in genere e, soprattutto, perché da qualche anno ha la possibilità di potersi spostare a lavorare in Croazia dove le paghe sono più alte. Ci fa capire che questo accesso nei confini europei è per loro abbastanza incerto, in quanto qualsiasi piccola irregolarità potrebbe comprometterlo, e che per questo un po’ invidiano noi europei che, anche in conseguenza della peggiore delle azioni, non possiamo essere di fatto espulsi dai confini dell’Unione Europea. Non può esserci negato l’accesso. “Sapere che posso andare in Croazia mi fa sentire come se avessi possibilità. Sento che ho più possibilità fintanto che so di poter andare a lavorare in Croazia”. E basta questo per iniziare in piccola parte a comprendere perché limitare la libertà di spostamento di una qualsiasi persona vada a limitarne di fatto le possibilità come essere umano, perché impedisce di potersi pensare differente – migliore.
Ci racconta la situazione lavorativa a Sarajevo per farci comprendere l’insofferenza sempre più forte della popolazione verso i flussi migratori: loro sono un paese povero, che sta cercando di risollevarsi da una guerra recente, non diversa da quelle da cui scappa chi arriva. Scappano dalle guerre e dalla morte, da situazioni di vita insostenibili per trovarsi poi bloccati in un luogo dove la scarsità dei mezzi è evidente. Si fa in modo che queste persone restino ferme fuori dai confini dell’Unione Europea, addossando a una popolazione già molto provata la responsabilità di un’accoglienza al di sopra delle sue possibilità. Conclude ricordando che per primi i croati, una volta entrati nell’UE, hanno sfruttato la loro libertà di spostamento trasferendosi nei paesi nordici alla ricerca di condizioni di vita e lavorativa migliori. In quel momento, in quella stanza, il controsenso è chiaro per tutti. Ci salutiamo, augurandoci a vicenda buona fortuna.

La mattina seguente passeggiamo per la città vecchia; l’afflusso turistico non è poi differente dalle nostre città europee, né il clima che si respira. La differenza è la percentuale più elevata di segni della cultura musulmana, cosa che ai nostri occhi non può che essere tremendamente affascinante, anche perché questa mescolanza di differenze si trova di fatto nel cuore dell’Europa stessa. La percezione dell’ambiente circostante si fa differente una volta che ci spostiamo più in periferia, per raggiungere la sede dove opera Aid Brigade. È un piccolo edificio a due piani, che riconosciamo subito per la presenza al suo esterno di numerosi ragazzi di evidente provenienza nord-africana. Entriamo per chiedere del nostro contatto, dentro ci sono tavoli, sedie, divani tutti occupati. L’ambiente è molto pieno e caotico, ma anche abbastanza rilassato e sereno. Una volta trovata Carrie, la ragazza che ci deve mostrare le attività svolte nel centro, usciamo nuovamente fuori dall’edificio per poter parlare con più calma. Chiediamo di registrare la conversazione. Le informazioni qui riportate ne sono una breve ricapitolazione.

Il retro della struttura in uso dal collettivo Aid Brigade. Foto di Pasquale Annunziata.

Il centro, gestito da un collettivo di volontari, è aperto da gennaio ed è in corso il trasferimento in uno spazio più grande. Prima di gennaio il collettivo era già attivo, nella distribuzione di pasti, indumenti e coperte ai rifugiati nelle strade. Anche ora l’attività principale è la distribuzione dei pasti, a partire dalla colazione dalle 11 alle 12.15; successivamente viene invece servito il pranzo, dalle 12.45 fino a quando vi è possibilità di farlo. I pasti vengono preparati su un autobus adibito alla funzione di magazzino e cucina parcheggiato sul retro dell’edificio. Ci viene mostrato soltanto dall’esterno. Oltre al cibo, vengono garantiti questi altri servizi: assistenza sanitaria di base, supporto psicologico, distribuzione di coperte, vestiti e materiale necessario per affrontare le temperature invernali, ritiro di calzini sporchi e distribuzione di calzini puliti, corsi di lingua. Nella nuova sede sarà inoltre possibile organizzare qualche attività all’aperto, sia di tipo sportivo che di manutenzione degli spazi verdi, e sarà istallato anche uno spazio docce. I rifugiati che frequentano il centro sono coinvolti nelle attività e nella pulizia degli spazi. Propongono anche attività in modo autonomo, per esempio il servizio di taglio dei capelli. L’unica regola è “No business”: niente deve essere fatto per soldi.

Le persone che frequentano la struttura vengono soprattutto da Pakistan, Marocco, Algeria, Iran e Iraq; meno da Afghanistan e Siria, poiché si trovano maggiormente all’interno dei campi istituzionali e quindi hanno più difficoltà a raggiungere la città. Gli altri, principalmente nord-africani, vivono in città: per strada o all’interno di edifici occupati. Sono quasi sempre uomini soli. Le famiglie è difficile che frequentino il centro, poiché fare il viaggio dal campo con i bambini diventa per loro piuttosto complicato. Il campo, infatti, dista dal centro circa 45 minuti di macchina che i rifugiati possono percorrere unicamente in autobus (con tempi di percorrenza maggiori). Il ricambio è molto veloce, soltanto con l’arrivo dell’inverno le persone si trattengono per periodi più lunghi, circa 2 o 3 mesi. Generalmente vanno e vengono, e molti tornano dopo essere stati respinti al confine con la Croazia. La Bosnia non è un luogo dove vogliono rimanere, mai, lo vedono unicamente come luogo di passaggio.
Attualmente i respingimenti avvengono principalmente ad opera della polizia croata verso la Bosnia, ma sono in aumento i casi di respingimento dalla Bosnia-Erzegovina verso gli stati circostanti. L’atteggiamento della popolazione verso i migranti sta cambiando in fretta, anche perché l’aumento del flusso migratorio è utilizzato come strumento politico. In particolare, nelle zone di confine l’ostilità è sempre più evidente. Anche a causa queste dinamiche i ragazzi di Aid Brigade cercano di comprare tutto il cibo e il materiale necessario da esercizi locali, in modo da contribuire economicamente alla sopravvivenza della popolazione del posto e alleviare le tensioni che si sono create. “Chiaramente il primo obiettivo è fornire cibo, assistenza sanitaria e vestiti”, conclude Carrie. “Però anche favorire le interazioni umane, un certo grado di svago. In questa fase ci sembra altrettanto importante dare modo alle persone di essere di nuovo effettivamente persone”.

Abbiamo la possibilità di parlare anche con Hans Peter, un volontario svizzero che opera nel gruppo che raccoglie le testimonianze dei respingimenti. Documentano tutte le storie che possono, cercando di comprendere cosa è avvenuto di preciso e dove. Questo viene fatto da diverse organizzazioni attive sul territorio, le quali collaborano alla realizzazione di report da diffondere nei paesi dell’Europa occidentale. Il fine è infatti principalmente quello di cambiare la percezione e l’opinione degli europei riguardo a quanto sta accadendo.
Ci racconta che è difficile avere un’idea precisa del numero di persone che tentano di attraversare il confine, dato che i flussi sono molto instabili. Dipendono molto dalle condizioni climatiche e da altri fattori come ad esempio l’inizio del Ramadan: prima di questa data aumentano i tentativi di attraversamento in quanto le persone non vogliono trovarsi ad affrontare il viaggio nel periodo dei digiuni. A Sarajevo si fermano in particolar modo durante l’inverno, quando le condizioni climatiche rendono quasi impossibile il viaggio e la città offre più opportunità di riparo dal freddo e di sopravvivenza. Anche Hans Peter ci conferma il cambio di atteggiamento della popolazione verso il fenomeno migratorio: inizialmente c’era più solidarietà, ma la pazienza delle persone sta arrivando al limite in quanto gli arrivi sono sempre più significativi. Nelle zone di confine la situazione è peggiore rispetto a Sarajevo: in particolare, laddove non vi è una netta maggioranza musulmana, l’intolleranza è più elevata. In generale gli abusi da parte delle forze dell’ordine sono uno dei problemi principali: i migranti vengono respinti, picchiati, derubati e i loro effetti personali vengono danneggiati. Il fenomeno riguarda principalmente la polizia croata di pattuglia lungo la frontiera, ma si sta diffondendo sempre di più anche internamente. La polizia bosniaca è protagonista di violenze ed espulsioni dai confini nazionali, e altrettanto avviene in tutti i paesi della rotta balcanica.
Quando chiediamo ad Hans Peter quale siano le principali necessità da parte di Aid Brigade, ci risponde “Oltre ai soldi per comprare i beni di prima necessità qua sul territorio, quello che ci serve sono soprattutto volontari”. Per chiunque sia europeo è piuttosto facile poter fare volontariato all’interno dei confini della Bosnia-Erzegovina. Le informazioni per poterlo fare per questa organizzazione sono in buona parte reperibili sulla pagina Facebook “Aid Brigade”. A grandi linee, si richiede un impegno minimo di tempo di circa 2 o 3 settimane; il viaggio, il vitto e l’alloggio sono a carico dei volontari stessi; vengono forniti sostegno e assistenza per le pratiche burocratiche da svolgere per soggiornare in modo legale all’interno dei confini nazionali. I costi di alloggio in Bosnia sono piuttosto bassi, per chi si trattiene per periodi lunghi vi è la possibilità di usufruire di alloggi per volontari al costo di 2.50 € a notte. Un ulteriore bisogno di cui ci parla è quello di diffondere le informazioni contenute all’interno dei report che vengono regolarmente pubblicati. Ottenere quanta più visibilità possibile è infatti necessario, in particolar modo su giornali o riviste interessati a trattare il tema, così da far circolare questi dati anche nell’Unione Europea, dove la ricezione viene molto spesso ostacolata. I report dei respingimenti sono consultabili sui seguenti siti: www.borderviolence.eu e www.nonamekitchen.org.

Momento di una lezione di tedesco all’interno del centro. Foto di Pasquale Annunziata.

Far visita al centro ci dà modo, oltre che di parlare coi volontari, di ascoltare la storia di Nisa, un ragazzo algerino di 23 anni che incuriosito dalla nostra presenza interrompe la sua lezione di tedesco per passare un po’ di tempo con noi. È molto estroso e si vede che ha proprio bisogno di raccontare e di esprimere i suoi pensieri, è infatti quasi impossibile intervenire nella conversazione o riuscire a fare domande, perché sembra un fiume in piena. È inutile tentare di arginarlo. Dato che non sappiamo il francese, parla con noi in inglese, saltando spesso da un argomento all’altro ed esprimendo concetti non sempre lineari. Non è semplice quando si parla un’altra lingua riuscire a mettere in parole le proprie idee su argomenti così complessi. In particolare, quando li hai vissuti in prima persona e sono quindi congiunti a emozioni non sempre facilmente elaborabili.
Quando Nisa ha deciso di lasciare l’Algeria è andato prima in Tunisia e da lì ha preso un regolare aereo fino alla Turchia, Istanbul. In Turchia è rimasto bloccato per circa 4 mesi cercando a più riprese di arrivare in Grecia. Ha provato più volte senza successo, fin quando non è riuscito ad infilarsi vicino al motore di un autobus turistico bosniaco che sostava in Turchia nei fine settimana. Dopo 24 ore di viaggio in quelle condizioni è arrivato a Tuzla, la terza città della Bosnia-Erzegovina. Infine, prendendo un normale autobus, ha potuto mettere piede a Sarajevo, dove alloggia da 4 mesi. Da quanto riporta su dove vive, sembra che abbia una stanza in un edificio abbandonato e quindi occupato. Non ha acqua, né luce elettrica. Il fratello dalla Francia gli manda dei soldi, ma non sempre è abbastanza. Ricorda che all’inizio la popolazione li aiutava molto, mentre adesso è più indifferente e sospettosa.
Parla anche a nome degli altri ragazzi presenti, che ci ascoltano senza intervenire. “Noi non vogliamo stare qua. Vogliamo solo andare via, in Europa”. Ci racconta dell’itinerario che si è già prefigurato, attraverso la Slovenia e l’Italia per poi arrivare in Francia, dal fratello. Dopo essersi stabilizzato un po’ là, ripartire, cambiare, verso l’Inghilterra, la Svezia o la Svizzera. Quei paesi dove “Si lavora bene, si vive bene e non ci sono problemi”. A noi sembra che abbiano un’idea un po’ illusoria di cosa sia l’Europa: sono convinti che una volta all’interno dell’Unione Europea non potranno essere espulsi, potranno spostarsi liberamente e lavorare. Non è semplice fargli capire che non è proprio così. Che non è così semplice lavorare, essere liberi in Europa.
Cerca di farci un quadro personale del perché sta succedendo quello che sta succedendo: parla del colonialismo, di quello che la Francia ha fatto e continua a fare al suo paese, l’Algeria. Delle materie prime esportate, delle ricchezze di una terra rubate. E chiede come possa accadere che i cittadini dei paesi occidentali non si spieghino perché le persone come lui vogliono andare in Europa adesso. “Perché ci hanno preso tutto. Hanno preso interi paesi, non solo i soldi. Il sistema in Algeria è corrotto, il governo fa accordi con la Francia, ma le persone non hanno soldi. Questa è la storia di questi tempi”. Domanda in modo retorico come sia possibile che i paesi ricchi siano quelli senza risorse, e si risponde con immediata chiarezza: perché le rubano. E poi trattano da delinquente un migrante messo in condizione di rubare per fame. “Io non sono un ladro, ma se rubo è solo per mangiare. Non rubo per comprarmi una Lamborghini, rubo per mangiare. Perché se vado in un ristorante o in una pizzeria senza soldi, mi mandano via. È sempre una lotta, ogni giorno devi lottare per questo”.
Cerca più volte in modo confuso di spiegarci che il problema del mondo dal suo punto di vista è il razzismo che l’occidente ha sviluppato nei confronti dell’Islam, identificando intere popolazioni con una religione, e identificando una religione con Daesh (ISIS). Se si guarda la televisione in Europa, ogni musulmano è un terrorista e quindi la religione islamica è nemica. Accusa di questa manipolazione principalmente gli Stati Uniti e Israele. Per questo poi, nel mondo, dove ci sono musulmani ci sono guerre. E quindi, di conseguenza, a migrare sono popolazioni di cultura musulmana; porta a esempio la stessa guerra combattuta in Bosnia circa 25 anni fa. Allora Nisa cerca in qualche modo, da musulmano, di spiegarci che l’Islam non è di per sé cattivo, che quello che predica è la convivenza tra le diverse religioni, che si può vivere assieme. “È solo religione. Se a me piace il nero e a te il bianco io non ti dico che deve piacerti il nero come a me, o ti incolpo. Il razzismo è in Europa, non in Africa”.
Ci chiede di dove siamo, di che parte dell’Italia. Lui vuole passare da Milano, per un paio di giorni prima di andare in Francia. Ama l’Italia e come tutti ama la Juventus, perché è dove gioca Ronaldo. Ama l’Italia perché c’è Gucci, la migliore marca di vestiti al mondo. La Bugatti, la Lamborghini “Avete tutte le cose belle”. E con Italia esce anche la parola “mafia”, ne parla come di un gioco e si stupisce del nostro dissenso per quel parallelismo, ce ne chiede il perché. Crede che la mafia sia qualcosa di buono. Proviamo a spiegargli che la mafia è una delle ragioni per cui i rifugiati in Italia si vedono portare via diritti, giorno dopo giorno. Che è uno dei principali motivi per cui i documenti non vengono dati e la manodopera viene sfruttata. Che migrante è uguale a soldi, e poco importa se i soldi si fanno sulla pelle delle persone.
Io sono qui solo per la mia famiglia in Algeria” ci dice infine prima di salutarci. “Quando andrò in Europa, mi troverò un lavoro e magari mi sposerò, così mi danno i documenti e tutti i miei soldi li manderò ai miei genitori. Quando i miei genitori moriranno, allora vivrò per me. Questa è la mia strada. Ma ci sono così tanti problemi, molte persone che muoiono; in Slovenia, in Grecia, in Albania, in Serbia. Ci sono così tante persone morte. Solo migranti, non ladri. Solo persone che cercano di andare in Europa”.

Scritta sul muro esterno della stazione dei treni di Sarajevo. Foto di Lorenza Robino.

La mattina del 19 aprile facciamo un ultimo giro in città, come semplici turisti. Ci avviamo poi con tutti gli zaini in stazione per prendere il treno con cui eravamo arrivati due giorni prima, direzione Mostar. È metà pomeriggio e in stazione ci sono almeno una decina di ragazzi migranti e circa 5 poliziotti che si guardano attorno con le braccia conserte senza fare o dire niente. Controllano. Controllano che sia tutto regolare. Ma cosa deve essere regolare, di preciso? È facendo la coda per acquistare i nostri biglietti che scopriamo come funzionano le cose, con tanto di cartello in inglese da parte delle ferrovie statali per scusarsi con i turisti di eventuali rallentamenti. Ai migranti non viene infatti permesso di acquistare biglietti, in particolare quelli per Velika Kladuša, al confine con la Croazia. E questo, per quanto vediamo, viene fatto sulla base di una valutazione dell’impiegato della biglietteria, mentre la polizia sta in silenzio a guardare e ad assicurarsi che effettivamente così vadano le cose, senza disguidi.

Usciamo dalla stazione e ci avviciniamo a un gruppo di ragazzi che non è riuscito a farsi il biglietto. È in questo momento che ci accorgiamo che in tutta la stazione e anche al di fuori sono affissi numerosi cartelli con il divieto di fare fotografie. Nessuna testimonianza in immagini può uscire da là dentro. Vorremmo parlare con i migranti, per capire da loro come effettivamente stanno le cose, ma prima ancora di poter iniziare vengono avvicinati da un uomo che in inglese chiede loro informazioni riguardo il treno che avevano intenzione di prendere. Da alcuni sprazzi di conversazione che riusciamo ad ascoltare e decifrare, l’uomo ha avviato una trattativa su un eventuale passaggio oltre il confine bosniaco. Sentiamo che dice “Slovenia no problem, Croazia no problem, Italia no problem”. È così che ci troviamo di fronte alla banalità di quella che è definita comunemente tratta di esseri umani. Alla fine, i ragazzi vanno via con l’uomo, con ogni probabilità hanno accettato l’offerta. Quello che è impossibile capire è il grado di organizzazione dietro questo traffico. Quello che è invece evidente, è che negare l’acquisto dei biglietti ai migranti costringe questi ultimi a mettersi nelle mani di persone che per soldi tentano di trasportarli oltre i confini dell’Unione Europea e che con ogni probabilità ciò che hanno più a cuore non è certo la loro incolumità.