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Bosnia with Blood. Report sui Campi OIM al confine Bosniaco-Croato

Ricerche e testo di Emanuela Zampa, Gabriele Proglio, Benedetta Zocchi. Fotografie di Emanuela Zampa

14 giugno 2019

L’empatia, aveva concluso una volta, deve limitarsi agli erbivori o comunque agli onnivori, che possono astenersi da una dieta a base di carne. Perché, in fondo, il dono dell’empatia rendeva indistinti i confini tra vittima e carnefice, tra chi ha successo e chi è sconfitto.
Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

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Quello che abbiamo visto poche settimane fa al confine Bosniaco-Croato è stata una situazione difficile ed in rapida evoluzione, determinata dalle conseguenze della gestione dei flussi migratori negli ultimi anni.
La rotta balcanica è aperta da molto tempo, e nonostante si voglia sostenere che gli accordi tra Europa e Turchia l’abbiano fermata, non è assolutamente così.

Le persone che si trovano ormai da molto bloccate su questa rotta stanno tentando, e spesso riuscendo, a proseguire il viaggio, ma la precedente rotta ad Ovest, attraverso Macedonia e Serbia, che arrivava in Ungheria, è diventata impossibile grazie ai muri in continua crescita di Orban, con il risultato che la frontiera più permeabile, anzi forse l’ultima frontiera permeabile d’Europa, data la chiusura della rotta del mediterraneo centrale, sia appunto questa.

Nello specifico la parte più a nord, che presenta il passaggio più breve per arrivare nell’area shenghen della Slovenia e poi, in Italia attraverso Trieste. Sono infatti solo 60 i km di foresta croata da attraversare tra il confine Bosniaco e quello Sloveno. Poi, altri 240 fino a Trieste.
I due principali centri abitati di questa zona frontaliera sono Bihac e, ancora più a nord, Velika Kladusa. Siamo nel cantone di Una-Sana, a prevalenza Bosniaco-musulmana. In tutta la zona, nell’arco del 2018, si è registrato un incremento esponenziale della presenza migrante, passando da poche centinaia di individui a migliaia di transitanti che stanno man mano restando bloccati nella regione in attesa e nel costante tentativo di superare “The Game”, così viene chiamato, qui, il passaggio illegale della frontiera.

In un recente rapporto, l’OIM parla di quasi 24.000 persone entrate in Bosnia nel 2018, un numero quasi 20 volte superiore rispetto al 2017. Si tratta principalmente di Pakistani, Iraniani, Siriani, Afgani ed Iracheni, ma è in incremento anche la presenza Nordafricana ed anche se nella minor parte, Subsahariana.

Nel Centro di Bihac, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Per farvi fronte, l’OIM ha approntato velocemente quattro campi per rifugiati, tre a Bihac ed uno a Velika. A Bihac ci sono i campi di Borici, un ex studentato mai terminato e poi affittato ed in parte ristrutturato dall’OIM. Al momento ospita famiglie e minori soli.
Gli adulti invece sono stati tutti spostati nel campo di Bira, una ex fabbrica di frigoriferi in disuso che ancora ospita alcune famiglie e minori, comunque in attesa di essere trasferite a Borici oppure al Sedra Hotel, anche questa una struttura preesistente ed in disuso, rilevata dall’OIM e dedicata a minori e famiglie e situato a Cazin, appena fuori Bihac. A Velika per ora c’è un solo campo, il Miral, solo per uomini, anche questo sorge dentro una ex fabbrica abbandonata.
La capienza va dalle 450 persone del Sedra Hotel fino alle 2000 di massima capienza del campo di Bira. Il personale dell’OIM è stato in realtà piuttosto vago sui numeri, ma a spanne possiamo pensare che siano già intorno a 6000 le persone bloccate in questi campi.
Dico a spanne perché il sistema di registrazione nei campi non è chiaro, e se i migranti si assentano per oltre 48 ore (ad esempio per il Game, che dura anche settimane), o perdono il tagliando che gli è stato consegnato, non vengono riammessi, ed è comunque stato lo stesso personale OIM a dirci che spesso le persone entrano scavalcando le recinzioni e senza registrarsi. In pratica, non hanno idea di quanti siano presenti.

All’interno dei campi la situazione è piuttosto critica, l’assistenza fornita, a parte i pasti ed un letto, minima, ed i migranti denunciano situazioni di violenza e corruzione soprattutto da parte della sicurezza privata che si occupa di mantenere l’ordine all’interno dei campi.
Una nota interessante è tenere presente che l’intervento dell’OIM in Bosnia non è recente, ma risale agli anni 90. La prima missione, a Sarajevo, é stata aperta nel 1992 ed è proseguita dopo la guerra per assistere il rientro ritorno dei cittadini Bosniaci sfollati in paesi terzi durante la guerra.

Questo stratifica chiaramente le problematiche, una crisi migratoria in un paese diviso ed ancora in pieno dopoguerra, che ha già da solo una sua crisi migratoria, sfollati, reduci…
Lo stesso sindaco di Bihac denuncia ed ammette di non avere modo di gestire la situazione, dato il poco supporto che dice di ricevere dal governo di Sarajevo, e dal fatto di trovarsi in una comunità piccola, già di suo in difficoltà.

Bihac è una cittadina, decisamente tranquilla, che sorge sulle rive della Una, dove ancora si vedono chiaramente i segni della guerra, sui muri e sulle persone, che raramente sorridono. Lo stesso sindaco e alcuni intervistati, ci hanno raccontato di come la popolazione sia stata inizialmente aperta ed empatica nei confronti dei migranti, ma a fronte del forte incremento delle presenze e di alcuni episodi di furti e violenza la gente si è spaventata e stanno nascendo comitati e movimenti di protesta.
Nel paese il disagio é palpabile, i migranti che durante il giorno escono dai campi non sono più i benvenuti in bar e attività commerciali, vengono isolati e discriminati. Ce ne rendiamo chiaramente conto anche noi, dall’atteggiamento nei nostri confronti da parte dei gestori di un bar dove abbiamo invitato alcuni ragazzi del campo di Bira per un’intervista.

Velika Kladusa, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019 - Ricordo di un respingimento. Photo credit: Emanuela Zampa

A Velika abbiamo trovato una situazione più complessa, e tesa. Velika é una cittadina ancora più piccola, vicinissima alla frontiera ed al passaggio più breve verso la Slovenia. E’ la tipica città frontaliera, dove è palpabile la presenza di trafficanti di ogni tipo. Fotografare, a Velika, é stato praticamente impossibile. Durante lo scorso anno si era creato un campo informale, dove i migranti in transito stazionavano in attesa di provare il Game. Sgomberato dalle autorità all’inizio dell’anno, chi si reca a Velika per il Game ora trova riparo e nascondiglio occupando i tantissimi edifici abbandonati della città. Si tratta di costruzioni ancora abbandonate dalla guerra, oppure di ristrutturazioni mai completate anche a causa dell’abbandono del territorio da parte delle nuove generazioni. Sono gli stessi bosniaci, infatti, a migrare verso il nord Europa, in cerca di una vita migliore. Anche la popolazione di Velika è ostile, ed in misura maggiore rispetto a Bihac. I volontari di No Name Kitchen, una della poche realtà solidali presente sul territorio, ci raccontano infatti che è la stessa popolazione civile a denunciare i migranti.

Per comprendere ulteriormente il contesto, bisogna tenere in considerazione non solo la guerra, e le sue conseguenze economiche sul territorio, ma anche la frammentazione culturale della popolazione, che é composta da Bosniaci-musulmani, Serbi ortodossi e Croati Cattolici. Il territorio, in base agli accordi di Dayton del 1995, é stato suddiviso in due entità territoriali, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a sua volta suddivisa in 10 Cantoni, e la Repubblica Srpska (più il distretto di Brcko). Questo crea ovviamente una situazione culturalmente complessa, compressa e tesa, su cui l’arrivo di un flusso migratorio così importante non può non avere conseguenze e reazioni.

Nel campo di Miral a Velika Kladusa, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

La totalità dei migranti che rientrano dai tentativi di passare il Game riferiscono violenze e abusi da parte della polizia croata, di essere stati picchiati, derubati e spesso abbandonati nei boschi. Dai loro racconti é chiaro che i respingimenti sono a catena, dall’Italia, che sta intensificando i controlli frontalieri, alla Slovenia, e dalla Slovenia alla Bosnia, o alla Serbia.

Campo di Bira, Quarantena. Bihac, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

I Campi IOM

Bira

All’interno del Campo “rifugiati” di Bira non c’è luce. Sembra, perché le finestre che reggono il tetto di lamiere e amianto sono altissime e molti i neon. Ma la luce filtra a malapena attraverso lo sporco ed il grasso resistente dai tempi in cui in questi capannoni si producevano frigoriferi, e si disperde prima di arrivare a terra. Lo stesso succede per i neon. Quando entriamo non me ne accorgo immediatamente, perché gli occhi si adattano in effetti molto più velocemente ed efficacemente del sensore di una macchina fotografica. Ma l’esposimetro non mente e non appena inizio a fotografare me ne rendo conto. Non c’è luce. Non c’è luce su gli esseri umani che sto guardando, che vagano nell’enorme spazio senza uno scopo. Come zombie, ombre disumanizzate vivono il limbo di un’attesa che deve sembrare eterna. A terra cemento, fango, spazzatura. La loro.

Campo di Bira, Apertura della mensa. Bihac, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Il personale dell’OIM, dopo aver controllato le nostre credenziali e preso in custodia i passaporti, ci consegna mascherine e guanti in lattice e ci accompagna in una sorta di tour guidato della struttura, controllando nel frattempo che io non fotografi ciò che non sono autorizzata a fotografare: Le persone, dentro le tende, dentro i container, i bagni, la mensa e ovviamente la sezione per le famiglie. In pratica, nulla. La ragazza che mi marca stretto ha però il debole di non staccarsi dal telefono e dopo poco si distrae abbastanza spesso da non notarmi più, dandomi un po’ di agio. Non ci lasciano comunque stare più di un paio d’ore. In ogni caso è il minimo di tempo che serve per fare un giro e rendersi conto che non è un luogo per esseri umani. E penso nemmeno per frigoriferi. Decine di tende, piene di file di letti a castello. Dalle 80 alle 150 persone a tenda, è il rapido calcolo che faccio. In ogni container, almeno quattro posti letto. Una fila infinita per il pranzo ed un’altra per il bagno. Un locale per la quarantena. Tutte le tende e le coperte portano il logo di un’azienda turca, la mezzaluna è ovunque. C’è un piccolo bar che viene tenuto aperto dalla ONG Ipsia, ma evidentemente non sempre ed oggi è chiuso, così come la possibilità di socializzare tra le persone, che a parte questo, non hanno alcun luogo dove stare, riunirsi o sedersi che non sia la cuccetta assegnata. Ci sono due barbieri improvvisati, ma null’altro che possa farmi capire se queste persone hanno un minimo di gestione sulle proprie vite o meno. Direi meno.

Campo di Bira, le tende ed il barbiere. Bihac, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

All’esterno, troviamo un piccolo accampamento informale dove ci saranno un centinaio di persone, che si fanno immediatamente intorno a noi. Chiedono aiuto, vogliono che si sappia: qui dentro, se non hai i soldi, non ti fanno entrare. Noto qualcuno della sicurezza che ci vede e andiamo via. Dopo qualche giorno, riceviamo notizia che tutti sono stati lasciati entrare.

Borici

Situato sopra lo stadio di calcio del NK Jedinsvo, doveva essere uno studentato ma non è mai stato terminato. Ospita famiglie e minori non accompagnati.
Nonostante nella mail di richiesta fatta agli uffici centrali di Sarajevo ci fosse scritto chiaramente che sarebbe stata presente una fotografa, al nostro arrivo storcono il naso. Qua, vengo autorizzata a scattare solo all’esterno della struttura. Un simpatico operatore dell’OIM, di cui non mi è dato di sapere il ruolo, ma che porta una radiolina che manda comunicazioni in croato, mi segue in ogni momento. All’esterno riesco a riprendere qualcosa, e rubo un singolo scatto della fila per il pranzo, attraverso una finestra, mentre il mio cerbero personale già mi sta chiamando e cercando. Un forte acquazzone ci spinge all’interno della struttura, composta da stanze e stanze. Una sala mensa. Mi dicono che non devono per forza mangiare il rancio di pollo e lenticchie che vedo passare davanti ai miei occhi, ma che hanno la possibilità di cucinare anche per poter seguire i loro gusti e tempi. Anche per l’imminente ramadan. Quando però riesco ad intrufolarmi dove dovrebbero essere le cucine, noto che sono tutte rotte. Mi avvicino ad una stanza, ma cerbero, è già lì a fermarmi. Allora poso la macchina ed accetto l’invito di Hassan, 37 anni, era ingegnere in Iraq. É qui con sua moglie, Amina, che faceva la storica prima di contrarre un tumore ed i loro 3 figli, di cui uno di pochi mesi e con evidenti problemi. “Non sono bravi, qui. Sembra tutto apposto, ma c’è violenza, decidono tutto loro”, racconta mentre insiste perché io mangi con loro. Accetto per cortesia e prendo un cucchiaio. Ma lui no. Quando mi rendo conto che ha a malapena toccato cibo ed è magrissimo, gli suggerisco di non lasciarsi venire freddo il pasto per parlare con me. “Quando la testa è piena di pensieri, anche la pancia lo è già”, risponde. Mentre siamo lì, molte persone ci avvicinano. Vogliono parlarci, raccontarsi, usare l’opportunità di qualcuno di esterno per salvarsi.

Campo OIM di Borici, ex studentato che ospita famiglie e minori soli. Bihac, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Mi chiamo Leila e sono di Tunisi. Sono bloccata, qui, con mio padre e il figlio più grande. Mio marito, invece, abita a Parigi con il figlio più piccolo. Ci aspetta, da mesi”.

Intanto, i bambini giocano all’esterno. Si rincorrono sotto la pioggia, giocano ai Pushback. Chi fugge, e chi fa la polizia Croata.

Campo OIM di Borici, Gioco. Bihac, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Sedra Hotel

Sedra Hotel. Cazin, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

L’hotel Sedra è il paradiso del rifugiato, un hotel di lusso, fallito e affittato dall’OIM per accogliere famiglie e bambini. E’ l’ultimo campo ad essere stato aperto, e sicuramente il più strutturato. C’è una nursery, un asilo, una sala per gli adolescenti, una per gli adulti. Una vera cucina dove la croce rossa prepara i pasti, una hall, ed una reception.

A guardare bene però l’hotel mostra decisamente i segni del tempo, e sono molte le zone interdette o recintate. In ogni caso, siamo in mezzo alla foresta, confinati lontano da ogni centro abitato, in una sorta di prigione dorata. L’insieme é stridente e surreale, il logo dell’OIM ovunque, tanto quanto gli adesivi con la bandiera europea, quell’Europa che queste persone tentano disperatamente di raggiungere. Anche qua, veniamo scortati, ma questa volta la nostra guida si scoccia presto di guardarci intervistare le persone e ci lascia soli. Incontriamo Baha, che ha 37 anni, è scappato dall’Iran dove faceva il pugile professionista: “non posso stare là, non c’è libertà. E ora siamo qui, a due passi dalla libertà, nella prigione”. Jamila, invece, ha deciso di partire perché era stata venduta. E amava un altro uomo che poi è stato ucciso dai talebani. “Non ho più una casa, non ho più radici. Siamo morti fino a quando non passiamo il confine” racconta.

Arad, Ingegnere Iraniano che per motivi religiosi ha dovuto scappare con la moglie, abbandonando una casa ed una vita agiata, cosa che rimarca per farmi capire che non aveva intenzione di lasciarla, quella vita, mi dice di non lasciarmi ingannare da quello che vedo, che di sotto, la situazione è insostenibile perché i muri sono marci di umidità. Accetta, nonostante la paura di essere cacciato e perdere anche quel poco di comfort, di portarmi verso le stanze ed i corridoi, dove trovo di nuovo il buio, le persone isolate nel loro tedio, attesa e disperazione, che non cambia, a prescindere dal luogo, perché sempre prigionieri restano. Peggio, come ci ricorderà un altro ragazzo, perché “i prigionieri sanno quando saranno liberi. Ma noi profughi, noi non lo sappiamo”.

Hotel Sedra, Cazin, Bosnia-Erzegovina 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Miral

A Velika Kladusa, l’ex fabbrica di porte di Miral ospitava al momento della nostra visita 700 uomini soli. Quando arriviamo, la solita procedura del ritiro dei passaporti si inceppa e arriva il responsabile che ci fa notare che non avendo noi risposto all’ultima mail in cui ci comunicava la data in cui sarebbe stato possibile visitare il campo, non ci aspettavano. Dopo alcune insistenze, si allontana per verificare se sarebbe stato comunque possibile farci entrare. Nei venti minuti di attesa noto che all’interno della guardiola ci sono delle foto segnaletiche: sono quelle dei volontari solidali dell’associazione No Name Kitchen, evidentemente, non graditi. Quando finalmente entriamo (cosa sarà cambiato in venti minuti?) la violenza atmosferica del luogo ci stordisce. Gli sguardi delle persone sono molto diversi, sono vuoti, duri. Parlano di violenza. Se Bihać è il luogo della disperazione, Velika è dove l’ansia prende forma. Il campo Miral è specchio di questa situazione. All’interno di una fabbrica disposta su due piani, le stanze sono un’accozzaglia di letti, giacigli, teli, cibo nascosto. Nessuna norma di sicurezza di base é presa in considerazione, infatti, il campo di Miral è stato distrutto pochi giorni fa da un incendio, facendo più di una ventina di feriti. Al piano terra, Samir, algerino di 32 anni, racconta il viaggio lungo mezzo Mediterraneo. “Conosco bene l’angelo della morte, non ho paura e non mi fermerò fino a quando non sarò passato, non ho alternative” dice con un sorriso che mette i brividi. Hamed, invece, è iracheno, ha 24 anni: “la guerra non è mai finita e noi siamo i risultati di quel conflitto: resti sparsi per il mondo, senza valore”.

Una camera del campo di Miral, Velika Kladusa, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Migliaia di ragazzi come loro passano gli anni della loro infanzia e giovinezza in fuga. Partono sognando l’Europa, di studiare, di vivere liberi e si ritrovano bloccati con la percezione di un mondo che continua ad essergli negato.

Uno dei pochi bagni del campo di Miral, Velika Kladusa, Bosnia-Erzegovina 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Alcune storie tuttavia, sono peggiori di altre. Come quella di Alì, la cui storia non è solo terribile, ma rappresenta la summa di tutta l’assurdità di questa frontiera, di questo Game. Alì è arrivato fino in Bosnia da Tunisi, una parte della famiglia alle spalle che conta su di lui, un’altra parte che lo attende a Nord. Ma Alì non si sposterà più dal container A-3 del campo di Bira, perché durate l’inverno, in un tentativo del Game, è stato lasciato senza scarpe dalla polizia croata, e costretto a scendere dalle montagne camminando nella neve. Rientrato a Bihac con i piedi congelati ed un trauma che gli ha fatto perdere il senno, rifiuta ogni tipo di cura medica. I piedi completamente necrotizzati, che si sbriciolano letteralmente davanti ai suoi occhi, e la decisione, forse lucida, che il suo viaggio e la sua vita finiranno lì. Mi spiegano che ha poche alternative, tra l’ospedalizzazione forzata e un ospedale psichiatrico, e che in una situazione del genere, fino a che non gli verrà nominato un tutore, non si può fare nulla. Ma siamo in Bosnia, e per la nomina di un tutore bisogna comunque attendere che tutti i 10 cantoni trovino un accordo. L’operatrice dell’OIM che mi ha seguito nella visita a Bira ha cercato di tenermi lontana dal suo container, la cui porta viene tenuta aperta per concedere all’aria di circolare. Ma quando passiamo davanti l’odore che arriva alle mie narici e che riconosco me lo fa individuare. Mi giro, la porta è aperta, si vede un piede. Penso che possa bastare e non sia necessario insistere per aggiungere altro alla sua storia, alla sua immagine, che non è più di una persona, ma di un simbolo.

Quel che resta di Alì, Campo di Bira, Bihac, Bosnia-Erzegovina, Maggio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa