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Nuovi imperialismi in Eritrea. Gli interessi economici nell’ex colonia italiana

Di Yohannes Abbai e Osvaldo Costantini

21 giugno 2019

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In questo momento il dittatore Issaias Afewerki gode di un rinnovato riconoscimento internazionale: di fatto è sempre stato un soggetto comodo per mantenere l’area in una paradossale stabilità per favorire una tranquillità soprattutto nei trasporti commerciali marittimi nel Mar Rosso (basti pensare all’ossessione mediatica per i “pirati somali” agli inizi del 2000).
Il Processo di Khartoum - l’accordo firmato a Roma il 28 Novembre 2014 che prevedeva l’accordo con governi più o meno dittatoriali dell’Africa centro-orientale allo scopo di controllo delle migrazioni – fu in effetti un momento cruciale in questo tipo di riconoscimento. È tuttavia nella fase attuale che si è trasformato in un interlocutore dell’occidente, soprattutto dopo la “pace” siglata nell’agosto 2018 (e i nuovi buoni rapporti con Somalia e Djibouti).
L’Eritrea è stata fatta entrare nella Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite e sono sparite le sanzioni internazionali, che significa: libertà di movimento per i politici eritrei e libertà di commercio (armi comprese) da e per l’Eritrea.

La “pace” tra Eritrea ed Etiopia, tuttavia, somiglia molto più a un processo di distensione favorevole alla circolazione e all’accumulazione di merci e capitali che una apertura delle frontiere per la libera circolazione delle popolazioni locali e per il miglioramento dell’esistenza dei cittadini eritrei.

La conclusione non deriva da una mera impostazione ideologica, ma da diverse inchieste che, negli ultimi 15 anni, hanno messo a nudo una serie di relazioni di interessi tra settori dell’imprenditoria italiana e il regime di Afewerki.

Alcuni nomi e situazioni possono chiarire la portata del possibile giro di affari:

Michele Fasulo è un nome che dice poco a molti: ex presidente della Banca di Credito Cooperativo del Garigliano, promotore del Consorzio Riviera Domizia e presidente del Lions Club di Sessa Aurunca. In sintesi, poco più che un consulente commerciale operante tra la Campania e il basso Lazio. Fasulo è stato nominato console onorario dell’Eritrea dall’ex ambasciatore in Italia, Zemede Tekle, e nel 2008 organizzatore di una ambigua visita di Issaias Afewerki. Il fulcro degli interessi comuni è lo skycar, un aereo multifunzione, interessante (ufficialmente) per il collegamento tra la terraferma e le isole Dahlak. Facile intuire che gli interessi in gioco sullo skycar fossero ben altri: qualche anno dopo l’esponente di Alleanza Nazionale Gianluigi Prosperini fu condannato per traffico d’armi verso l’ex colonia italiana, soggetta a embargo militare.
Il rapporto commerciale si fa così fitto – paradossale per un paese sotto embargo e di fatto considerato una feroce dittatura – che l’università Federico II di Napoli promuove nel 2010 uno strano meeting [1], spacciato come convegno sulla “cooperazione internazionale”. La locandina del convegno reca in alto i loghi: nell’ordine, 150enario dell’Unità d’Italia, Repubblica italiana – Ministero per gli affari esteri, Università Federico II di Napoli, The State of Eritrea – Ministry of Foreign Affairs, University of Asmara, Regione Campania, Consorzio Riviera Domizia, Banca del Credito Cooperativo del Garigliano e il circolo Lions di Sessa Aurunca (sic!). Tutte realtà rappresentate nel convegno, una su tutte la presenza di Zemede Tekle tra i relatori.
Strane coincidenze: chi lo avrebbe mai immaginato che il circolo Lions del piccolo comune di Sessa Aurunca fosse un perno chiave dei rapporti commerciali e politici tra Italia e Corno d’Africa? Senza voler generalizzare, occorre anche comprendere la natura dei circoli Lions: secondo un Gran Maestro della Massoneria Regolare, Fabio Venzi, il Lions, in alcune realtà calabresi, sarebbe un luogo dove massoni regolari e irregolari si intrecciano con settori centrali della criminalità organizzata [2]. L’intreccio tra università, istituzioni, regime eritreo e canali imprenditoriali, in odor di illegalità, a livello internazionale risulta quantomeno stupefacente. Troppo poco per concludere nulla, abbastanza per concludere che la “questione eritrea” non sia una vicenda locale, né un problema che riguarda solo “le politiche migratorie”, ma un affare che riguarda la natura e la struttura del capitalismo globalizzato.
In questo schema si inserisce la “pace” tra Etiopia ed Eritrea dell’agosto 2018, e la successiva visita del premier Conte, che con la promessa tacita di non concedere più l’asilo politico ai dissidenti eritrei che fuggono dal servizio militare, punta a salvaguardare gli interessi degli investitori italiani ed internazionali. Una su tutte la costruzione della ferrovia Addis Abeba-Massawa, un progetto già scartato decenni fa, sul quale l’imprenditoria italiana prova a mettere le mani.

I marxisti leninisti eritrei e la destra italiana

I rapporti di Afewerki con l’Italia sono anche più strutturati, e, per la verità, piuttosto trasversali a livello politico: alcune aree di Rifondazione Comunista risultano più volte in contatto con il regime. Paradossalmente, tuttavia, il leader "marxista" dell’Eritrea sembra più in contatto con le destre: Berlusconi era interessato agli affari in Eritrea, per alcuni investimenti del fratello Paolo, che alla fine sembra non si siano realizzati. Fini gli stringerà la mano in una nota fotografia.
Queste sono vicende note e vecchie, testimoniate in Italia solo da Fabrizio Gatti con alcune inchieste sull’Espresso e pochissimi altri. Più interessanti sono le saldature che vengono a crearsi tra le posizioni governative eritree e il neofascismo italiano. Pochi anni fa, nel 2015, sul “primato nazionale”, blog del sovranismo di estrema destra, emerge una posizione di incrocio tra le retoriche antimperialiste del regime di Asmara e i discorsi “antimmigrazionisti” delle destre. L’articolo millanta di cooperazioni internazionali (e abbiamo visto con Fasulo cosa essi significano) richieste dai ministri eritrei sulla base di “legami” tra i due paesi, occultando il fatto che il “legame”, cioè il colonialismo, è stato stupro, tortura, sopraffazione, sfruttamento e violenza generalizzata.
L’amicizia di convenienza tra gli eritrei e le posizioni dell’estrema destra si salda su un punto: questo tipo di operazioni “commerciali” sarebbero alla base di un possibile blocco del flusso di migranti, dei tanto odiati migranti, verso l’Europa. In molte delle parole della destra italiana risuonano le parole di Prosperini, nel famoso documentario di Fabrizio Gatti “l’amico Issaias”, sui giovani eritrei in fuga dal servizio militare: “traditori” e disertori, per loro come per il regime eritreo che in questo modo li definisce (e per questo li perseguita, spesso anche all’estero).
In questo sottobosco si intrecciano i profili social di esponenti dell’estrema destra e del neofascismo con quelli di alcuni eritrei, tra cui molti legati al movimento dello Young PFDJ.
Quest’ultimo è l’ala del partito al potere in Eritrea composta da alcuni giovani di seconda generazione che vivono al di fuori dell’Eritrea. Un movimento piuttosto pericoloso, soprattutto per l’inconsapevolezza della realtà delle cose che spinge questi giovani ad una adesione assolutamente fideistica e spesso basata sulle proiezioni del sogno rivoluzionario dei genitori che rappresenta per loro un tentativo di radicamento identitario. Sono infatti i figli di quella generazione emigrata tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento, fortemente impegnata nel sostenere la guerra di liberazione dell’Eritrea mediante le rimesse.
La radice tossica di questa situazione è l’impatto italiano nell’area: prima della formazione della colonia italiana, l’Eritrea non esisteva come entità politica unitaria. L’Italia post-unitaria riunisce infatti province e popolazione molto diverse tra loro sul piano dell’organizzazione sociale, le forme di parentela, il credo religioso e la lingua. Tutte inserite sotto il potere italiano che definisce l’area “Eritrea”, inventando finanche il nome preso a prestito dall’antica denominazione greca del Mar Rosso.
Il punto è che l’intervento italiano riuscì a costruire una differenza identitaria e sociale tra le aree dell’altopiano eritreo e quelle dell’altopiano etiopico, da sempre connesse tra loro, non solo da questioni culturali, linguistiche e religiose, ma anche sotto il profilo politico. I “tigrini eritrei” erano infatti in continuità culturale con i tigrini dell’altopiano etiopico e in contatto con le popolazioni Amhara dell’Etiopia. Di fatto, sebbene con molte distinzioni dovute al carattere particolare delle entità politiche locali, l’altopiano dell’Eritrea era molto legato a livello politico con l’impero etiopico, l’entità statuale erede dell’antico Regno di Aksum.
L’Italia attraverso l’arruolamento coatto degli eritrei nell’esercito coloniale, le politiche scolastiche e religiose, riuscì ad imporre un sentimento di “diversità dagli etiopici” che giocherà un ruolo primario nelle vicende del dopo guerra.
L’Eritrea creata dal colonialismo italiano alla fine della seconda guerra mondiale, infatti, era stata dapprima affidata ad un protettorato inglese e poi annessa come regione autonoma dello Stato federale etiopico. L’autonomia nel 1961 fu violata e il Fronte di Liberazione dell’Eritrea (FLE) diede vita alla lotta armata, continuata, dal 1974, dal Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea (FPLE), che aveva sconfitto il FLE in una guerra civile negli anni Ottanta. Entrambe avevano connotato la lotta antietiopica in chiave anticoloniale ed antimperialista, con sfumature più o meno marcate nell’uno e nell’altro fronte di marxismo-leninismo.
Quando nel 1991 il paese ottenne l’indipendenza, il sogno rivoluzionario era compiuto e negli anni successivi la costruzione dello Stato-nazione passò soprattutto per la cacciata delle grandi istituzioni sovranazionali (FMI e Banca Mondiale) che altrove avevano reintrodotto il colonialismo con altri mezzi. Sogni e speranze affogatesi nella dittatura, nel servizio militare/civile obbligatorio e nella repressione costante, scattate all’indomani della guerra con l’Etiopia del 1998-2000.
Oggi gran parte di quella rivoluzione si è frantumata in interessi internazionali discussi all’interno di un club Lions di Sessa Aurunca, piccolo centro abitato poco al di sotto del Garigliano.