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Trentino - Accoglienza e diritti dei richiedenti asilo: la politica fallimentare della Giunta provinciale

Tagli al sistema d’accoglienza, confinamento nei grandi centri, lunghe attese per il permesso di soggiorno vogliono rendere il territorio inospitale

9 luglio 2019

L’Assemblea antirazzista di Trento con un documento denuncia i tagli al sistema d’accoglienza, le ignobili condizioni della struttura “Residenza Fersina” e le prassi della Questura di Trento. "E’ sempre più complicato per i richiedenti asilo riuscire a lavorare e inserirsi nella comunità locale".

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Ci troviamo in un contesto sociale che si fa sempre più duro, in cui viene fomentato odio e disprezzo: è un momento che richiede un impegno attivo di tutte e tutti; un momento in cui è necessaria una presenza costante e diffusa nelle lotte per i diritti, per dare una risposta concreta e contrapporsi alle attuali politiche di segregazione. La Giunta leghista, guidata dal “piccolo capitano”, ha cominciato a smantellare tutto ciò che di buono si era creato in Trentino, pur con le sue criticità. Il principale capro espiatorio sono gli immigrati e i richiedenti protezione internazionale.

La situazione della Residenza Fersina, dove in questo momento vengono ospitati 250 richiedenti asilo oltre a una quindicina di rifugiati riconosciuti (che a detta perfino del nuovo Governo dovrebbero essere maggiormente tutelati), è una perfetta dimostrazione di ciò.
È evidente che, per la Giunta provinciale, ad una certa categoria di persone non vanno riconosciuti quei diritti fondamentali che permettono a un essere umano di condurre una vita dignitosa.
La Giunta leghista si è mostrata perfettamente in linea con il Governo nazionale anche in merito al taglio dei fondi destinati all’accoglienza e alle nuove modalità di gestione, tutte piegate al ribasso. Questo ha determinato una drastica soppressione dei vari servizi volti all’integrazione e all’inserimento dei richiedenti asilo nel mondo del lavoro, diminuendo significativamente il numero delle figure in grado di favorire l’inclusione nella società come infermieri, psicologi, insegnanti d’italiano ed operatori, molti dei quali nel giro di poco si sono trovati senza lavoro. Un’altra conseguenza della riorganizzazione generale del sistema d’accoglienza è stata la chiusura di alcuni appartamenti, dislocati su tutto il territorio provinciale, destinati ai richiedenti asilo.

Le persone accolte nelle grandi strutture non hanno più la possibilità di essere trasferite in un alloggio dignitoso, dove poter preparare le basi per vivere in autonomia in Italia o in Europa. È il ritorno di un’idea sbagliata che già abbiamo visto all’opera soprattutto nel sud Italia: l’idea di confinare le persone nei grandi centri d’accoglienza, che porta a creare ghetti in cui l’integrazione delle persone è molto difficile, se non impossibile, e provoca una perdita per tutta la comunità.
A tal proposito si può affermare che "tagliare" non porta nemmeno a risparmiare. Qui il paradosso: il costo gestionale dei richiedenti asilo collocati negli appartamenti sarebbe inferiore rispetto a quello necessario per gestire un’unica grande struttura.
La scelta di gestire il sistema accoglienza in questa maniera - così poco attenta al rispetto dei diritti umani fondamentali - è l’immagine nitida di una politica cinica che fa propaganda – con soldi pubblici - sulla pelle delle fasce più vulnerabili della popolazione con il solo scopo di raccogliere voti e consensi.
Attualmente la “Residenza Fersina” è una struttura fatiscente: ci sono problemi strutturali con bagni malfunzionanti e inagibili, scarichi delle docce otturati, materassi lerci e infestati da insetti. L’edificio, essendo vecchio, necessiterebbe di una costante manutenzione e cura, ma i fondi stanziati sono decisamente insufficienti: vista la dimensione dell’edificio ed il numero di persone che ospita è una vera e propria presa in giro! L’aver concentrato i richiedenti asilo nella “Residenza Fersina”, costringendoli a vivere per lunghissimi periodi in condizioni degradanti, ha avuto e continua ad avere delle gravi ripercussioni sullo stato psico-fisico delle persone accolte: il non avere prospettive di vita, soprattutto a livello lavorativo e di inserimento sociale, genera un senso di frustrazione, di apatia e di rabbia.

A questo stato di ghettizzazione forzata si aggiunge un altro grande ostacolo rappresentato dalle prassi della questura di Trento nel rilascio del permesso di soggiorno, in attesa del colloquio con la Commissione che valuta la domanda di asilo. Senza entrare nei dettagli tecnici dell’iter per l’ottenimento della protezione internazionale, la normativa attuale (art. 22 c.1 D.lgs. n. 142 del 18.05.2015) prevede che il richiedente protezione internazionale possa lavorare dopo 60 giorni dalla formalizzazione della richiesta d’asilo.
Ma senza il permesso di soggiorno “in mano” è pressoché impossibile ottenere un lavoro. I tempi di attesa per ottenerlo e poi per rinnovarlo sono ancora troppo lunghi, con una media di 5 mesi. Questo comporta altre ripercussioni gravissime: senza i documenti non è possibile lavorare e il solo foglio di appuntamento rilasciato dal Cinformi non è garanzia sufficiente per i datori di lavoro. Ciò non accade fuori dal Trentino, dove il richiedente asilo riceve dalle Questure perlomeno un cedolino che secondo la normativa equivale al permesso fino al suo rilascio. In Trentino l’appuntamento per il rinnovo del permesso è sostituto valido del permesso di soggiorno, ma la sua peculiarità costituisce un’eccezione rispetto al resto del Paese e rende difficoltose le pratiche di inserimento al lavoro, soprattutto per le agenzie interinali (spesso l’unico strumento per trovare lavoro) che operano secondo le prassi in vigore a livello nazionale. Alcune di esse non ritengono infatti valido il documento / appuntamento rilasciato dal Cinformi.
Questa procedura tutta locale lascia quindi ampi margini di discrezionalità e solo i datori di lavoro più volenterosi decidono di scrivere alla Questura per capire quale sia la posizione dell’aspirante lavoratore.
Altra barriera posta sulla strada della ricerca di lavoro sta nel fatto che i richiedenti asilo sono obbligati a rientrare nella “Residenza Fersina” ogni sera, e poiché il mancato rientro comporta l’immediata revoca del diritto all’accoglienza, la cerchia dei lavori possibili si stringe a quelli che si trovano in luoghi raggiungibili in giornata.
Questa modalità impedisce la possibilità, ad esempio, di lavorare come stagionale nella raccolta della frutta nelle valli o nelle strutture turistiche: risulta quindi chiaro come la chiusura degli appartamenti dell’accoglienza diffusa abbia costituito un ulteriore deterrente all’inclusione sociale di queste persone.

I tagli nel sistema dell’accoglienza, la sua gestione improvvisata e costantemente emergenziale e le prassi arbitrarie della Questura, pur essendo agite da attori diversi, sembrano andare nella stessa direzione: rendere il Trentino un luogo inospitale, dove è difficile ottenere accoglienza e diritti. Una formula fallimentare che, oltre ad essere lesiva dei diritti sociali e delle libertà fondamentali riconosciute, scarica sulla società i costi e le tensioni derivanti da politiche che lavorano per negare l’inclusione ad individui socialmente ed economicamente fragili.

A queste pesanti problematicità si sommano gli effetti del decreto legge “sicurezza e immigrazione”, in particolare con l’abolizione della protezione umanitaria, uno dei pochi strumenti giuridici che permettevano di non finire nelle maglie dell’irregolarità e dello sfruttamento lavorativo.

Per questi motivi l’Assemblea Antirazzista continuerà ad opporsi con determinazione alle politiche segregazioniste di una Giunta ed un Governo che amplificano un clima di incertezza e di tensione soffiando sul fuoco dei pregiudizi razziali. Continuerà quindi a rivendicare il diritto di tutte e tutti ad una vita dignitosa di inclusione lavorativa e sociale.
Ribadiamo inoltre l’urgenza di un intervento tempestivo alla “Residenza Fersina”, per garantire almeno i livelli minimi di vivibilità e salubrità.

- Pagina facebook: Assemblea Antirazzista Trento