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Nuovo sgombero a Borgo Mezzanone. Le associazioni del foggiano: “L’assenza di alternative perpetua lo stato di sfruttamento”

12 luglio 2019

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Foggia - Ruspe, esercito e polizia nuovamente in azione a Borgo Mezzanone per sgomberare la baraccopoli. E’ successo ieri dopo un’ordinanza della procura di Foggia: è il quarto intervento in pochi mesi ed anche questa volta sono entrati in azione i mezzi dell’esercito e la polizia ha usato le manieri forti per cacciare le persone [1].

Nel ghetto secondo i numeri forniti dalla stampa vivevano 1.600 migranti, un numero molto inferiore rispetto agli scorsi anni, quando la baraccopoli diventava un tutt’uno con il CARA che sorge lì a fianco. Come ogni anno, nei vari ghetti disseminati nelle aree agricole del paese, si assiste allo stesso ripetitivo schema senza che siano poste le basi per reali soluzioni alternative, in attesa del prossimo sgombero, di una rivolta o di un nuovo fatto di cronaca nera, che solitamente viene dimenticato dopo qualche ora di attenzione mediatica.

La rete delle associazioni della provincia di Foggia [2], istituitasi nel marzo 2019, ha preso una posizione netta contro lo sgombero dell’ex pista proponendo nel contempo alcune soluzioni possibili.

"Come già anticipato in occasione della convocazione del Consiglio Territoriale per l’immigrazione dello scorso 18 giugno, riteniamo che azioni di sgombero senza alternative razionali, condivise e consolidate aggravino la condizione delle persone esponendole ulteriormente a situazioni di marginalità sociale, discriminazione, sfruttamento e precarietà. Queste azioni non incidono in alcun modo sulla presenza dei ghetti ed anzi, rafforzano la catena dello sfruttamento e acuiscono le fragilità di cui questo territorio già strutturalmente soffre".

"Queste azioni di forza - continua la nota - rappresentano solo una soluzione fittizia che non argina lo sfruttamento dei lavoratori nei campi, né offre soluzioni concrete per l’accoglienza dignitosa dei lavoratori stagionali e per il diritto all’abitare della popolazione stanziale.
Da diversi decenni, sul territorio della provincia di Foggia vivono, ormai stabilmente, alcune migliaia di uomini e donne, principalmente negli insediamenti informali diffusi in tutta la provincia. Le soluzioni finora attuate dalle istituzioni, sono risultate del tutto inefficaci perché estemporanee, rispondenti ad una logica meramente emergenziale e prive di qualunque soluzione alternativa di lungo termine".

"Per tali ragioni - affermano - ci opponiamo ad operazioni che agiscono semplicemente sulla rimozione degli aspetti più visibili dello sfruttamento agricolo, senza agire sulle cause che attengono l’intero sistema produttivo e non risolvono la problematica abitativa.
Le istituzioni si sono mostrate poco disponibili alla costruzione di percorsi partecipati sia con l’associazionismo che con le comunità migranti, si sono mostrate poco attente ai bisogni e alle problematiche del territorio, nonostante le associazioni scriventi abbiano chiaramente espresso perplessità e dubbi sulla concreta efficacia delle azioni frammentarie ed emergenziali finora proposte dalle istituzioni.
Pur nella consapevolezza dell’insostenibilità delle condizioni di vita all’interno degli insediamenti informali e senza sottovalutare il rischio di incendi e nuovi morti, manifestiamo la nostra ferma opposizione ad azioni di sgombero che non tengano assolutamente conto dei diritti delle persone e dei lavoratori e non agiscano sulle cause del fenomeno".

Ma la rete provinciale delle associazioni in questi mesi non è stata di certo a guardare la situazione, ma ha elaborato un documento di proposte multidisciplinari che sarà reso pubblico e discusso durante il prossimo Consiglio Territoriale per l’immigrazione.

"Le soluzioni - concludono - sul piano abitativo esistono: ristrutturazione di alloggi su beni pubblici o in disponibilità pubblica, recupero ed autorecupero di immobili abbandonati e di aree a rischio di spopolamento, promozione di azioni finalizzate a favorire gli affitti e il cohousing.
Solo un’adeguata pianificazione di un’azione complessiva su diversi piani interconnessi, finalizzata all’inclusione sociale, abitativa e lavorativa dei migranti può tutelare la dignità e i diritti delle persone e dei lavoratori, nonché favorire lo sviluppo dell’economia locale.
Le azioni da intraprendere non sono sgomberi o trasferimenti delle persone come fossero merce, senza alcuna considerazione delle situazioni di vulnerabilità, ma il contrasto al sistema di sfruttamento sul quale si regge l’intera filiera del lavoro agricolo e non solo.Di questo siamo fortemente convinti: le azioni di forza senza alternative reali, amplificano lo stato di sfruttamento".