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39 mesi di City Plaza: la fine di un’era, l’inizio di un’altra

Il comunicato che annuncia la chiusura del Refugee Accommodation and Solidarity Space City Plaza

13 luglio 2019

- Link all’articolo originale (ENG)

Con questa nota le e gli attivisti del City Plaza di Atene, annunciano la chiusura di questa esperienza.
Il “Refugee Accommodation and Solidarity Space City Plaza” di Atene, il miglior hotel d’Europa, era un ex albergo occupato dal 22 aprile 2016 da un collettivo composto da attivisti e rifugiati: il testo ne ripercorre l’origine, la nascita, la storia (tappa per tappa), i mutamenti del contesto politico e infine le ragioni e modalità della sua conclusione.
Di seguito una selezione di articoli sul City Plaza che abbiamo pubblicato su Melting Pot:
- Benvenuti al City Plaza Hotel: l’albergo per profughi della Grecia (Andrew Connelly, Irin - 6 maggio 2016)
- City Plaza: "Il migliore hotel d’Europa" (Maria Contreras Coll, El Pais - 2 gennaio 2017)
- L’Hotel City Plaza di Atene: autogestione e solidarietà alla base di un sistema alternativo di accoglienza di Giovanni D’Ambrosio, volontario del City PLaza - 19 agosto 2017
- City Plaza Hotel di Atene: vivere e lottare insieme per una politica dei diritti di Vito D’Ambrosio - 2 ottobre 2017
- Welcome to Greece. Un reportage sul City Plaza di Atene. Testi e fotografie di Mara Scampoli e Mattia Alunni Cardinali (15 ottobre 2017)
- We struggle together, we live together (17 ottobre 2017)
- Diktyo, una rete per i diritti politici e sociali (23 ottobre 2017)
- Un’intervista ad Olga Lafazani, coordinatrice del City Plaza (6 novembre 2017)
- "We’ll come united": un progetto fotografico sul City Plaza di Atene

Una fotografia del 10 luglio dal campeggio translazionale contro la fortezza Europa che si sta svolgendo in Francia


Ieri, 10 luglio 2019, le chiavi dell’edificio occupato del City Plaza sono state restituite agli ex impiegati dell’hotel, a cui appartengono i beni mobili presenti all’interno dell’edificio. Tutti i rifugiati che vivevano al City Plaza sono stati trasferiti in alloggi appropriati in città.

Il 22 aprile del 2016, l’Iniziativa per la Solidarietà ai Rifugiati Economici e Politici avevamo occupato l’hotel dismesso City Plaza con un duplice obiettivo: creare uno spazio sicuro e dignitoso per alloggiare i rifugiati del centro città, e creare un luogo di lotta contro razzismo, frontiere ed emarginazione sociale, a favore della libertà di movimento e del diritto di permanenza.

La decisione di occupare è stata presa in un momento politico particolare. Il 18 marzo 2016, un mese prima dell’occupazione, era stato firmato l’accordo UE-Turchia per la limitazione dei flussi di rifugiati in Europa.

Quell’accordo segnò la fine della cosiddetta “estate delle migrazioni”, il periodo iniziato a luglio 2015 in cui i confini europei erano stati “aperti” grazie alla pressione di un flusso migratorio di circa un milione di persone.

Photo credit: Mara Scampoli (The reception of “the best hotel in Europe”, the heart of City Plaza organization and logistics)


L’accordo ha trasformato le isole del mar Egeo in una prigione per migranti, e la Grecia continentale in una trappola per più di 60.000 persone.

Il governo guidato dalla coalizione SYRIZA-ANEL, dopo aver ceduto ad una gestione neoliberista della crisi economica, aveva implementato una politica di controllo, deterrenza e disincentivazione delle migrazioni: Frontex e la NATO pattugliavano il mar Egeo, sulle isole erano in funzione centri di detenzione come quello di Moria, e sul continente le uniche forme di accoglienza dei rifugiati erano orribili campi, mentre la solidarietà verso i rifugiati e la loro lotta venivano punite.

In quel momento, l’alloggio era un problema estremamente urgente. I rifugiati che arrivavano ad Atene erano senzatetto o venivano trasferiti negli orrendi campi di Elliniko, Malakasa o del Pireo, mentre centinaia di persone dormivano in tende o scatoloni nelle strade della città.

Mentre tutto ciò accadeva, l’Iniziativa per la Solidarietà ai Rifugiati Economici e Politici ha avviato una discussione che è sfociata nella decisione di occupare il City Plaza, un hotel in Acharnon Street abbandonato da sette anni. Tale decisione aveva degli elementi di volontarismo, e non è stata motivata dalle risorse a nostra disposizione, né dallo stato del movimento antiautoritario all’epoca dei fatti.

Photo credit: Mattia Alunni Cardinali (Alcuni rifugiati provenienti dal campo di Shisto manifestano in piazza Syntagma, Atene)


Tuttavia, era un’iniziativa che affrontava concretamente la situazione politica e le rivendicazioni dei rifugiati, che nei mesi precedenti erano riusciti ad aprire i confini della Fortezza Europa e avevano conquistato il proprio diritto alla libertà di movimento. Era anche una decisione in sintonia con il massiccio e spontaneo movimento di solidarietà sociale che si stava sviluppando lungo le rotte di migrazione.

Il City Plaza come esempio di alloggio dignitoso, spazio di solidarietà sociale e cooperazione tra migranti e cittadini locali.

Fin dall’inizio, il progetto City Plaza è stato organizzato con due obiettivi principali:
- Creare uno spazio sicuro e dignitoso per alloggiare i migranti del centro città, uno spazio per la solidarietà e la cooperazione tra i migranti e i cittadini locali.
- Creare uno spazio di lotta, in cui le rivendicazioni politiche e sociali dei migranti e dei cittadini locali potessero integrarsi le une con le altre.

Il City Plaza ha dimostrato concretamente che la politica nazionale di “ospitalità” nei confronti dei rifugiati è in realtà un misto di crudeltà, incompetenza e convenienza politica. Mentre un movimento di solidarietà, senza nessun finanziamento da parte delle istituzioni, senza “esperti” o personale assunto, è riuscito a creare uno dei migliori alloggi in città, lo stato ha continuato a intrappolare i rifugiati in campi improvvisati sul continente, e ad imporre un regime di violazione dei diritti dei rifugiati e di detenzione negli hotspot delle isole, con la minaccia della deportazione.

Photo credit: Mara Scampoli (Le foto dei residenti adornano tutti i muri del City Plaza)


Questo contrasto ha portato grande supporto all’iniziativa City Plaza all’inizio dell’occupazione, da parte di attivisti, organizzazioni e collettivi di sinistra, e nuovi simpatizzanti. Ovviamente, l’occupazione dell’hotel ha anche provocato molti attacchi da parte di una certa “sinistra”, che ha sposato completamente la narrativa dei padroni e la meschina retorica borghese della “proprietà privata come diritto umano supremo”, e ha tentato di sminuire i nostri sforzi diffondendo teorie del complotto (ad esempio affermando che siamo finanziati da Soros, SYRIZA, lo stato tedesco, o che traffichiamo droga, armi da fuoco, bambini e prostitute) e insultando il collettivo e gli attivisti che ne fanno parte.

Il City Plaza ha dimostrato con i fatti che i rifugiati e la popolazione locale possono vivere insieme, se al posto di isolamento, punizioni e odio ci sono solidarietà, impegno e senso di comunità. In contrasto con i campi, situati fuori dalle città e in condizioni pietose, il City Plaza è riuscito a ridare vita all’angolo di strada tra Acharnon e Katrivanou, in un quartiere difficile che fino a poco tempo prima era pattugliato da esponenti neonazisti, fornendo un tipo di sicurezza realmente apprezzato dalla popolazione: la sicurezza di un alloggio dignitoso, di una comunità solidale, e della vitalità delle persone che combattono altruisticamente per una vita migliore.

Nel frattempo, decine di persone nel mondo hanno manifestato la propria solidarietà attraverso la loro presenza, la loro partecipazione ai turni di lavoro, il loro atteggiamento positivo e una grande campagna internazionale per raccogliere fondi per il progetto. Dozzine di scatoloni di cibo e altri beni essenziali sono stati spediti al Plaza, e migliaia di persone e gruppi hanno fatto donazioni per finanziare il progetto, che sopravviveva solo grazie ad esse.

Photo credit: Mattia Alunni Cardinali (The residents of City Plaza enjoy some music with Manu Chao. The visit took place during the release of his new song "Do you hear me calling")


Il City Plaza era anche un luogo di lotta. Allo scopo di denunciare sulla scena internazionale le politiche anti-rifugiati portate avanti dal governo SYRIZA-ANEL e dalla UE, abbiamo fatto luce su questioni come la responsabilità penale per i naufragi e la perdita di vite umane, i ritardi o impedimenti posti alle operazioni di salvataggio, i respingimenti illegali a Evros e nel mar Egeo, le condizioni di detenzione negli hotspot.

Il City Plaza ha organizzato numerosi dibattiti pubblici sul controllo delle frontiere, il razzismo, la lotta per i diritti, spesso ospitando famosi intellettuali dal mondo come Judith Butler, Angela Davis, David Harvey, Alain Badiou e Sandro Mezzandra. Il nostro obiettivo non era solo evidenziare i problemi legati alle rivendicazioni dei migranti, ma anche collegarli alle rivendicazioni della popolazione locale. In questi tre anni, il gruppo del City Plaza è stato presente alle manifestazioni per la Giornata Internazionale dei Lavoratori, alla protesta del Politecnico, alle manifestazioni antifasciste e femministe.

La comunità del City Plaza: pratiche, diritti, cooperazione.

La risposta alla domanda: cos’è il City Plaza? è evidente alle migliaia di persone che hanno varcato le sue porte: il City Plaza è un progetto per la realizzazione di un’idea di vita quotidiana che vuole dare voce agli ultimi, attraverso la costruzione di uno spazio di libertà che realizza concretamente un aspetto della società che sogniamo.

Photo credit: Mattia Alunni Cardinali (Cova, cooking student in Spain, is pictured here preparing lunch with other volunteers inside the big kitchen of City Plaza)


Il nostro modus operandi è l’espressione di una politica della vita quotidiana che si oppone al modello dominante di gestione delle migrazioni, e specialmente al crescente ruolo delle ONG. All’origine di questo volontario contributo in termini di tempo, sforzi ed emozioni non c’è la “fornitura di servizi” ai “vulnerabili”, ma un tentativo di combattere l’insicurezza e la paura, e di incoraggiare la fiducia nella comunità. L’aiuto ai rifugiati è stato ri-politicizzato, diventando solidarietà e lotta comune. I concetti di autogestione, responsabilità condivisa e capacità decisionale sono fondamentali nella nostra filosofia, così come fondamentale è la costante riflessione sulle diseguaglianze che permeano le relazioni all’interno del progetto: diseguaglianze di posizione, di classe, di genere, di linguaggio, di educazione, eccetera.

Nonostante le molte contraddizioni e difficoltà, l’esperienza collettiva dell’organizzazione della vita quotidiana è la base per costruire una comunità forte e solidale. Allo stesso tempo, in questo contesto, e in opposizione alle narrative dominanti di vittimizzazione, i rifugiati e i migranti diventano soggetti dinamici, con un ruolo attivo nella vita sociale e politica.

La vita quotidiana al City Plaza si basava sui principi di organizzazione partecipativa e decisione collettiva, processi che possono essere particolarmente complessi in una comunità di 350 persone che parlano lingue differenti, hanno esperienze e provenienze etniche, sociali e di classe differenti, e differenti progetti per il futuro.

Gli incontri di coordinamento, tenuti a cadenza regolare, sono diventati uno spazio per discutere equamente questioni di organizzazione e funzionamento, mentre gli incontri per la gestione dell’edificio erano, specialmente all’inizio, una lezione pratica su come si può e si deve discutere e funzionare insieme, rifugiati e popolazione locale.

Photo credit: Mara Scampoli (The Kid’s Corner is a children’s space. Here they can play and take parte in various activities under the watchful eye of at least one adult)


L’organizzazione dei residenti e dei volontari in gruppi di lavoro era una componente dell’organizzazione generale del progetto, ma anche un fondamento essenziale per lo sviluppo di relazioni personali e politiche. I gruppi di lavoro erano: Accoglienza, Educazione, Attività per Bambini, Salute, Cucina, Sicurezza, Finanze, Pulizia, Comunicazione, e uno Spazio delle Donne autogestito.

Nei suoi 36 mesi di vita, il City Plaza ha ospitato più di 2.000 rifugiati da 13 paesi diversi. Circa 100 stanze sulle 126 totali hanno ospitato 350 persone alla volta, mentre le restanti 26 stanze sono state adibite a spazi comuni (aule scolastiche, magazzini, spazio delle donne) o ad alloggi per i volontari internazionali. Dopotutto, il City Plaza aveva fatto la scelta politica di non essere un alloggio “per” i rifugiati, ma uno spazio di coabitazione e di vita condivisa.

Non forniremo dati statistici riguardanti paesi di origine, età o casi “vulnerabili”.
Al contrario, forniremo i dati sulle enormi quantità di risorse che il movimento ha saputo mobilitare per mantenere il City Plaza in funzione:
• 812.250 pasti caldi preparati dal gruppo della cucina
• 74.500 ore lavorative del servizio d’ordine
• 28.630 ore di turni alla reception
• 5.100 ore di lezioni di lingua e attività creative
• 69.050 rotoli di carta igienica

Tuttavia, le cose più importanti non possono essere contate. Sono le relazioni umane, il rispetto e la solidarietà reciproca, le emozioni e le esperienze, l’ottimismo che nasce dalla lotta comune.

Photo credit: Mattia Alunni Cardinali (Volunteers and residents prepare the lunch for the people waiting to be served in the dining hall)

La fine di un’era, l’inizio di un’altra

Un progetto come il City Plaza richiede risorse sconfinate. Non si tratta di un’occupazione politica che può chiudere per un paio di giorni ad agosto senza troppi problemi. È uno spazio che richiede impegno quotidiano, responsabilità, e presenza. Inoltre, nella nostra prospettiva, l’autogestione non è automatica. Al contrario, richiede molte ore di lavoro, processi infiniti di decisione collettiva, e mille difficoltà.

In altre parole, autogestione e solidarietà non sono teorie. Sono azioni, inserite in un contesto preciso. Azioni ricche di contraddizioni e influenzate da problemi pratici e quotidiani. In una società in cui consideriamo normali l’autoritarismo, la guerra, il capitalismo e la competizione tra i subalterni, in cui molteplici divisioni e gerarchie ci caratterizzano tutti a causa delle nostre origini, del nostro genere, e della nostra classe, l’autogestione non è solo uno slogan. È una battaglia.

Purtroppo, come accade spesso in molti progetti autogestiti, l’entusiasmo, l’impegno e la partecipazione declinano nel tempo, specialmente in circostanze così dure. Dato che la stragrande maggioranza dei residenti del City Plaza erano in transito, è stato impossibile affidare le operazioni completamente ai rifugiati, poiché la maggior parte di loro prima o poi partiva per l’Europa. Inoltre, le risorse materiali necessarie per un progetto così ambizioso (cibo, prodotti igienici, farmaci, prodotti per la manutenzione dell’edificio) sono diventate sempre più difficili da reperire, nonostante lo straordinario sforzo dei compagni in Europa.

Photo credit: Mattia Alunni Cardinali (Some refugees demonstrating in front of the asylum offices in Katehaki, Athens)


Sulla base di tutto ciò, poco prima del secondo anniversario del progetto City Plaza, e dopo aver convocato i gruppi e i collettivi che hanno supportato il progetto fin dall’inizio, abbiamo aperto una complessa e contraddittoria discussione su quanto poteva ancora resistere il City Plaza, e su come dovesse adattarsi per non finire. Si è posto un dilemma: dovevamo continuare nella direzione della “normalizzazione/legalizzazione” dell’occupazione, o dovevamo invece mirare a completare il progetto, cercando nuovi modi di tenere viva la comunità che avevamo creato? La prima opzione ci è sembrata politicamente indesiderabile, perché si scontrava con la natura del City Plaza come alternativa politica alla “ONG-izzazione”, e avrebbe portato alla disconnessione tra il problema dell’alloggio e la questione più generale dei diritti e delle rivendicazioni collettive.

Nonostante fosse una scelta difficile, abbiamo deciso che il City Plaza doveva chiudere nello stesso modo in cui era iniziato e aveva continuato a funzionare: come un progetto politico, proteggendo gli elementi centrali che lo avevano trasformato in un modello, ovvero l’organizzazione dal basso, le condizioni di vita sicure e dignitose, la comunità unita nella lotta, e il suo rivolgersi all’intera società.

Nell’incontro del 26 maggio 2018, abbiamo deciso per questa soluzione (non senza contraddizioni e voci discordanti), e abbiamo discusso ampiamente su come metterla in pratica.

Photo credit: Mara Scampoli (A child, intrigued by our presence inside the Kid’s Corner, peeps in front of the camera)


A partire da giugno 2018, il City Plaza ha smesso di accettare nuovi ospiti, impegnandosi contemporaneamente a non chiudere fino a che ogni ospite non avesse trovato un alloggio accettabile. Questo impegno non è stato affatto facile da mantenere. La gestione nazionale e da parte delle ONG del fenomeno migratorio non forniva ai migranti alloggi garantiti dalle istituzioni, e altri spazi occupati non erano in grado di ospitare così tante persone, nonostante i migliori sforzi.

Dopo un anno in cui il progetto si è gradualmente ridotto, l’imminente rielezione di Nea Demokratia e il cambiamento politico che si prefigurava ci hanno obbligato a rivedere il processo di chiusura, considerando il fatto che, nei mesi scorsi, diversi rifugiati si sono trasferiti in altri alloggi.

Il City Plaza ha due sentenze di sgombero pendenti, ed esponenti autorevoli di Nea Demokratia parlano spesso della “distruzione di proprietà privata” e dell’”illegalità” del City Plaza.

In questa situazione, lo sgombero poteva essere usato come un deterrente, e molti rifugiati, soprattutto coloro il cui status legale non è ben definito, sarebbero stati a rischio di ripercussioni molto serie (deportazione, detenzione, eccetera). Anche se per qualcuno uno sgombero ordinato da Nea Demokratia sarebbe stato una “fine eroica”, che avrebbe richiesto poche giustificazioni politiche, molti ospiti del City Plaza sarebbero stati in pericolo, specialmente considerando che la loro condizione era già instabile e vulnerabile.

Photo credit: Mattia Alunni Cardinali (The courtyard at the back of the hotel where weekly meetings are held on City Plaza’s life)


Tutto ciò ha rafforzato la nostra decisione di chiudere il City Plaza, collettivamente e alle nostre condizioni.
Tutti i rifugiati hanno trovato alloggi adeguati.

Nei 18 mesi intercorsi tra la decisione di chiudere e la chiusura effettiva, la maggior parte dei rifugiati si è spostata verso il nord Europa.

Tra coloro che sono rimasti al City Plaza, alcuni hanno potuto affittare un appartamento, dato che hanno trovato lavoro, mentre altri hanno continuato a vivere in soluzioni condivise. Grazie agli spazi e agli alloggi che abbiamo predisposto, e grazie alla solida rete di relazioni e conoscenze tra le persone che hanno partecipato al progetto, la comunità continuerà ad esistere molto dopo che avremo abbandonato l’edificio.

La chiusura del City Plaza è legata all’impossibilità generale del movimento di sviluppare forme effettive e durature di organizzazione, mobilitazione e discussione sulla questione dei rifugiati. Molte parti del movimento hanno deciso di farsi coinvolgere in misure diverse, e non hanno perciò potuto supportare il progetto o fondare progetti simili, dando nuova linfa ai nostri sforzi.

Photo credit: Mara Scampoli (Some volunteers while taking a break with residents in the Bar area)


Non vogliamo dare colpe a qualcuno, ma semplicemente sottolineare che questo progetto era parte di un processo politico e sociale più ampio, che al momento si trova in uno stato di crisi ideologica, politica e organizzativa, che dovremo affrontare più avanti.

Il City Plaza è stato un’esperienza politica inestimabile per tutti coloro che vi hanno partecipato, ma è stato anche un evento politico molto più grande della somma delle sue parti. Senza esagerare, il City Plaza è stato un simbolo paneuropeo di resistenza al regime migratorio razzista e oppressivo dell’UE, dopo la chiusura dei confini segnata dalla firma dell’accordo UE-Turchia. Inoltre, in un momento storico di pessimismo e demobilitazione della sinistra, e di resurrezione dell’estrema destra, è stato un controesempio positivo.

Il City Plaza è stato una grande lotta, e come tale non può essere considerato una netta vittoria né una netta sconfitta.

È un capitolo nelle lotte antirazziste e dei migranti, e nello stesso tempo un esperimento nel campo dei movimenti sociali, un mix inaspettato di esigenze ed esperienze sociopolitiche, di genere e di classe. L’incontro di questi elementi, come qualsiasi altro incontro, ha bisogno di tempo affinché le esperienze lascino le proprie tracce sulla coscienza individuale e collettiva. In questa nuova fase, nasceranno nuove forme di resistenza, lotta, cooperazione e solidarietà, ad Atene e nelle molte altre città dove gli ospiti di City Plaza si stabiliranno, e nelle battaglie quotidiane contro la barbarie, il razzismo e le politiche di repressione.

Photo credit: Mara Scampoli

Il collettivo City Plaza era consapevole fin dall’inizio del suo carattere contraddittorio. L’alternativa che proponeva non poteva essere altro che incompleta, basata sulle specifiche circostanze in cui era nata e sulle capacità soggettive del movimento e dei suoi membri, con le loro menti, i loro cuori e i loro corpi. Ed era anche un’alternativa ristretta, come lo è qualsiasi lotta per i diritti e la partecipazione che danneggi il potere dello sfruttamento capitalista, l’imposizione e la riproduzione delle gerarchie nazionaliste, razziste e di genere.

Il City Plaza è un anello nella catena delle lotte per l’emancipazione sociale.
Una lotta particolare, perché è nata dal quotidiano e dalle piccole cose, da come cucinare il cibo e come pulire l’edificio, e si è estesa alla resistenza al regime dei confini e alle discriminazioni ad ogni livello.

Per quelli di noi che ne hanno fatto parte, il City Plaza è stato un’opportunità per ridefinire e riflettere sul pensiero e la pratica politica, sulle relazioni di potere, sulla vita quotidiana, sulla coabitazione e le sue condizioni, sull’autogestione e le sue contraddizioni.

Diciamo addio al City Plaza con una promessa: usare questa preziosa esperienza per continuare ad arricchire ed espandere i mezzi e i luoghi della lotta comune.
La solidarietà vincerà!

Photo credit: Mara Scampoli