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Agadez – Rifugiati in marcia: “Vogliamo essere ricollocati in Europa”

I rifugiati dopo essere stati evacuati dalla Libia sono ora nel limbo nigerino

19 luglio 2019

Di Yasmine Accardo, Dossier Libia.

Ad Agadez rifugiati in marcia protestano contro le pessime condizioni dei centri in cui attendono l’esito delle richieste d’asilo e il reinsediamento.

Agadez, per moltissimi migranti, è il passaggio obbligatorio per proseguire il loro percorso migratorio: una sorta di porta d’ingresso dell’Africa occidentale verso il Sahara e poi la Libia, ma anche il crocevia di ritorno dove sono obbligati all’attesa anche per anni. Un limbo estenuante, con processi lunghi che richiedono mesi per conoscere la propria sorte, se e dove proseguire il viaggio o se tornare indietro, spesso accolti in centri sovraffollati.

Il gruppo di rifugiati che ci ha contattato lamenta la pessima alimentazione e le condizioni precarie in cui sono costretti a vivere in attesa di capire che ne sarà del loro futuro. Vivono nel distretto di Agadez in tre campi profughi, 2.368 persone richiedenti asilo, tra loro 47 famiglie con minori. Sono per lo più sudanesi e ciadiani, seguiti da mauritani. Sono sotto l’egida dell’UNHCR e gestiti, ci dicono, da una organizzazione umanitaria italiana, la COOPI – Cooperazione Internazionale.

Alcuni di loro sono stati riportati indietro dalla Libia, fanno parte dei quei canali di “evacuazione” che noi vorremmo immediatamente verso l’Europa e non dentro l’”hotspot Niger”.

Ci raccontato di questa interminabile attesa consegnata ai mostri degli incubi delle violenze e torture subite in Libia e dei respingimenti in mare. Aumentano i casi di disagio psichico e malcontento. Si sentono immobilizzati e presi in giro dalle promesse di lasciare il paese che fino ad oggi non sono state mantenute. Se trovano il coraggio di marciare, nonostante il divieto delle autorità, è perché sono esasperati, perché hanno bisogno di far arrivare il loro messaggio in tutta Europa.

“L’attesa dipende dai governi che decidono in merito ai reinsediamenti”, ha dichiarato la rappresentante dell’Unhcr in Niger, Alessandra Morelli, in un’intervista ad Annalisa Camilli pubblicata il 5 giugno su Internazionale. I voli per lasciare il Niger non sono nemmeno uno al mese, e se nessun rifugiato lascia il Paese diminuendo la quota accettata dal governo nigerino, nessuno può arrivare evacuato dalla Libia.

La responsabilità anche in questo caso – tanto più grave tanto più sono lampanti gli abusi e le violenze in Libia – dipende tutta dai governi europei che sono parte attiva del processo di esternalizzazione delle frontiere, un processo che progressivamente ha spostato il controllo e la gestione delle migrazioni fino al paese nigerino, facendolo divenire il nuovo “confine” meridionale dell’Europa. I rifugiati, intanto, divengono esclusivamente merce di scambio di interessi economici e geopolitici e i loro diritti un orpello fastidioso.

Quanto ancora uomini donne e minori dovranno subire e combattere per mantenere il popolo dei sudditi del privilegio? Quando finalmente assisteremo alla libertà di movimento per tutti e tutte?