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Il teatro di Lampedusa. Dalla spettacolarizzazione degli sbarchi delle ONG al silenzio sulla gestione ordinaria degli arrivi

Di progetto In Limine

22 luglio 2019

- (ENG) The theatre of Lampedusa. From the spectacularisation of NGO disembarkations to the silence on the day-to-day management of arrivals by sea

Gli avvenimenti delle ultime settimane hanno riportato l’isola di Lampedusa al centro del dibattito mediatico sugli arrivi via mare. Le vicende della SeaWatch III e della coraggiosa scelta della sua Capitana e il recente e altrettanto coraggioso sbarco del veliero Alex di Mediterranea Saving Humans sono state un’occasione per riflettere sulla gestione del potere da parte dell’attuale governo, sulla relazione tra le diverse fonti del diritto e, soprattutto, sulla possibilità di opporsi e resistere a decisioni politiche e atti normativi percepiti come illegittimi e gravemente ingiusti.

All’indomani di tali accadimenti si ritiene necessario introdurre alcuni ulteriori elementi nel dibattito pubblico: cosa avviene a seguito di tali attenzionatissimi sbarchi ai cittadini stranieri? Gli sbarchi mediatizzati sono gli unici a caratterizzare l’isola in questo momento? In che modo viene gestita in questa fase la quotidianità dei flussi migratori? Quale accoglienza istituzionale è fornita ai cittadini stranieri a Lampedusa?

Per tentare di rispondere a tali questioni, il progetto In Limine sta seguendo le vicende delle persone arrivate in Italia negli ultimi mesi fornendo, ove necessario, un adeguato accesso alle informazioni e alla tutela legale.

Per quanto riguarda la prima domanda che ci siamo posti, ovvero cosa avvenga alle persone a seguito degli sbarchi dalle navi delle ONG sotto il mirino dell’attuale Ministro dell’Interno, ci sono due possibili strade. Come è noto, il blocco delle navi umanitarie in mare è stato in diverse occasioni utilizzato in maniera strumentale al fine di negoziare con gli stati europei nuove forme di gestione dei flussi, dando avvio a intense trattative diplomatiche riguardo la sorte di poche decine di cittadini stranieri. La questione, che potrebbe apparire grottesca, si è risolta, in alcune occasioni, con la “stipula” di accordi informali tra i governi europei per la “redistribuzione” dei cittadini stranieri. Nel caso dello sbarco della SeaWatch III del 31 gennaio, tali accordi non hanno assunto forma scritta [1].

L’implementazione di tali accordi è stata possibile grazie alla cooperazione della Commissione europea, che ne ha assunto il coordinamento, e di EASO, che ha eseguito il “matching” tra i richiedenti asilo e gli Stati membri disponibili ad accoglierli [2], procedimento nel quale i cittadini stranieri non hanno alcuna possibilità di stabilire in quale paese essere trasferiti. In seguito, i cittadini stranieri sostengono colloqui – di cui non gli viene consegnato verbale – con le delegazioni degli Stati membri che possono vertere su argomenti diversi: dalle scelte culturali e religiose ai motivi della fuga dal paese di origine. Infine, una volta “scelti” dagli Stati membri, ai cittadini stranieri è chiesto di firmare un’autorizzazione al trasferimento in base all’art. 17 (clausola di sovranità) del Regolamento Dublino III [3]. A tale procedura saranno probabilmente sottoposte le persone sbarcate dalla SeaWatch il 29 giugno, che si trovano attualmente nel centro hotspot di Messina, dove sono state in una condizione di trattenimento de facto dal 5 al 12 luglio.

Le persone che sbarcano dopo un tentativo di blocco che non si risolve con un accordo di redistribuzione, dopo un periodo di soggiorno a Lampedusa, vengono generalmente trasferite presso il centro di accoglienza straordinaria di Villa Sikania a Siculiana (AG), dove spesso attendono diverse settimane, a volte anche alcuni mesi, in condizioni materiali estremamente degradate, in assenza di qualsivoglia informazione e privi di documenti di soggiorno. La formalizzazione della richiesta di protezione presentata a Lampedusa spesso avviene con grave ritardo rispetto ai tempi dettati dalla normativa, che prevede che le domande siano formalizzate entro 3 giorni, prorogabili a 10 in caso di flussi eccezionali, dal momento della manifestazione della volontà di chiedere asilo. Alcune delle persone sbarcate il 19 marzo a seguito del salvataggio effettuato dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans, dopo essere state trattenute per 5 giorni nel centro hotspot di Lampedusa – vedremo più avanti dell’illegittimità di tale forma di trattenimento –, sono rimaste a Villa Sikania per tre mesi, fino alla fine di giugno, quando sono state trasferite nel CARA di Caltanissetta Pian del Lago. Nel corso del primo mese e mezzo di permanenza a Villa Sikania non hanno avuto alcun documento di soggiorno e quindi alcun accesso ai diritti connessi alla titolarità dello stesso, quali, a titolo di esempio, l’iscrizione al servizio sanitario nazionale, il diritto a circolare sul territorio, il diritto all’assistenza sociale.

Come i dati dimostrano, nonostante il drastico calo degli arrivi registrato negli ultimi due anni, a partire da maggio vi è stato un incremento degli sbarchi sulle coste italiane: nei primi quattro mesi dell’anno, secondo i dati del Ministero dell’Interno, 746 persone sono arrivate in Italia via mare, mentre negli ultimi due mesi sono 1.932 i cittadini stranieri sbarcati in Italia, per un totale di 3186 persone nel 2019 [4]. Una percentuale importante di questi arrivi interessano l’isola di Lampedusa e sono composti da cittadini di origine tunisina (581 persone sul totale degli arrivi) che raggiungono l’isola a bordo di piccole imbarcazioni. Inoltre, un certo numero di persone che parte dalla Libia riesce ad arrivare autonomamente sulle coste lampedusane. A questo proposito si ritiene importante sottolineare che la maggior parte delle persone arrivate via mare in Italia all’8 luglio è giunta sulle coste autonomamente: sono infatti 587 le persone sbarcate in Italia a seguito di un intervento di soccorso (SAR), e 2486 le persone arrivate direttamente [5].

Di tali sbarchi generalmente non si parla, sebbene le organizzazioni attive sull’isola e lo stesso sindaco di Lampedusa ne diano quotidiana notizia e sebbene costituiscano la parte più consistente degli ingressi via mare. Queste persone rimangono nel centro hotspot di Lampedusa per un tempo variabile da 1 a 10 giorni circa, periodo durante il quale vengono sottoposte alle procedure di identificazione e di determinazione dello status giuridico. Le persone che accedono alla richiesta di protezione internazionale, comprese le famiglie con minori, vengono trasferite a Villa Sikania, dove attendono nelle deplorevoli condizioni viste sopra di essere trasferite in altri centri, mentre alle persone che non accedono alla richiesta di protezione viene notificato generalmente un provvedimento di respingimento differito ex art. 10 c. 2 del Testo unico immigrazione e vengono trattenute nei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR).

Per quanto riguarda il funzionamento del centro hotspot di Lampedusa, occorre notare che questo si caratterizza per la messa in atto sistematica di pratiche lesive dei diritti dei cittadini stranieri di due ordini specifici: il trattenimento illegale e la classificazione informale dei cittadini stranieri in richiedenti asilo e non richiedenti asilo. Si ricorda che alcuna norma disciplina e legittima il trattenimento dei cittadini stranieri all’interno dell’hotspot nella fase di identificazione, ovvero prima della definizione della condizione giuridica del cittadino straniero, che può o meno manifestare la volontà di chiedere la protezione internazionale. Le persone, in base alle discusse previsioni della l. 132/2018, possono essere trattenute in hotspot, a seguito dell’emissione da parte dell’autorità competente di un atto scritto e motivato convalidato dall’autorità giudiziaria, solo se richiedenti asilo di cui si deve verificare o determinare identità o cittadinanza, o se destinatarie di un provvedimento di espulsione [6]. Tale trattenimento, non essendo previsto dalla normativa, essendo eseguito in assenza di ordine scritto e di convalida da parte dell’autorità giudiziaria, viene attuato in violazione delle riserve di legge e di giurisdizione contenute nell’articolo 13 della Costituzione.

In relazione al trattenimento illegale, bisogna chiarire che esso avviene in una forma estremamente ambigua: l’hotspot di Lampedusa, al contrario di tutti gli altri centri di questo tipo, non si è dotato di un “regolamento interno” in cui sono riportati diritti e doveri delle persone che vi permangono; allo stesso tempo, non esiste alcun sistema di regolamentazione di ingresso e uscita dalla struttura e, di fatto, i militari che presidiano l’ingresso non consentono ai cittadini stranieri di uscire ed entrare dal cancello. Tuttavia, alcune persone che si trovano nel centro riescono ad uscire attraverso fori nella rete perimetrale, che è danneggiata in diversi punti. Questa pratica è nota alle autorità che, nella maggior parte dei casi, non sanzionano tale comportamento. Tuttavia, in alcune circostanze, le autorità impediscono tout court l’uscita dal centro (si veda a tal proposito quanto accaduto nel marzo del 2018: https://cild.eu/blog/2018/03/09/nellhotspot-di-lampedusa-condizioni-disumane-e-violazioni-dei-diritti-umani/), mentre in alcuni periodi la maggior parte delle persone utilizza tale metodo “informale” di uscita, in altre occasioni i migranti non azzardano l’uscita.

Per spiegare tale comportamento si riportano le testimonianze raccolte il 9 aprile 2019 a Villa Sikania dagli operatori del progetto In Limine: “Ho pensato fosse un centro chiuso perché c’erano i soldati al cancello e dopo quello che ho vissuto in Libia ho preferito rimanere fermo”; “Ho visto la polizia e i soldati con le armi, ho pensato fosse più prudente non uscire”; “è un posto di polizia, noi eravamo arrivati senza documenti, vedevamo sempre la polizia, avevamo paura di provare a uscire fuori”. Sembrerebbe quindi che, soprattutto le persone che vengono da esperienze di detenzione arbitraria, di fronte al cancello chiuso e presidiato, all’impossibilità di uscire dal cancello e all’assenza di informazioni, si percepiscano come detenuti ed evitino anche di chiedere informazioni sulla possibilità di uscire. Infine, gli stessi operatori del progetto In Limine hanno assistito, il 13 aprile 2019, al tentativo di 3 cittadini stranieri di uscire dal cancello principale, tentativo a cui i militari hanno risposto con un laconico “da qui non si esce”.

Infine, con riguardo alla classificazione informale dei cittadini stranieri nell’hotspot di Lampedusa, nel corso del tempo è stato possibile osservare prassi differenziate adottate nei confronti dei cittadini di determinate nazionalità – in primo luogo tunisini – che in diversi modi hanno avuto l’effetto di ostacolare per queste persone l’accesso alle procedure di riconoscimento della protezione: dall’accesso differenziato alle informazioni sulla normativa, al rifiuto vero e proprio di registrare le domande. In alcune occasioni [7] i cittadini stranieri che avevano già manifestato la loro volontà di chiedere asilo sono stati indotti a firmare delle dichiarazioni in cui affermavano di non voler chiedere la protezione a seguito delle quali gli è stato notificato un provvedimento di respingimento.

Per i motivi sopra esposti riteniamo fondamentale allargare lo sguardo a ciò che avviene dopo il raggiungimento del porto sicuro: i meccanismi di espansione della frontiera messi in campo negli ultimi anni attraverso strumenti politici e normativi esigono che ci interroghiamo e monitoriamo le pratiche di esclusione e inclusione differenziale che si giocano nella sempre più larga fascia di confine. In che modo le persone vengono selezionate per restare o essere respinte una volta entrate nel territorio fisico dello Stato? Come gli viene permesso di restare e in quali condizioni? A quali diritti realmente accedono e dopo quanto tempo? Questi interrogativi sono a nostro parere fondamentali per garantire che i cittadini stranieri che arrivano in Italia via mare abbiano accesso alla giustizia e a una vita dignitosa.

Scarica:
- Risposta MAE accesso atti redistribuzione
- Risposta Ministero procedure di trasferimento