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Diario dalla Capitanata – Voci del team Terragiusta

La clinica mobile di MEDU in Capitanata per attività di assistenza medica e orientamento socio-sanitario e legale

24 luglio 2019

Testimonianza di Karamo Barrow, mediatore culturale, e Martina Alpa, coordinatrice di Terragiusta 2019.

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Luglio, Poggio Imperiale – Guidando da Foggia in direzione di Poggio Imperiale avvolti dal calore ardente dell’oro che cresce abbondante sul tavoliere manteniamo lo sguardo fisso cercando di scorgere in lontananza il lago di Lesina. Intravediamo i primi casali abbandonati nei quali sappiamo che troveremo ad attenderci molti ragazzi migranti che non risparmiano grandi sorrisi e occhi accoglienti, ma sempre appesantiti dalla fatica dell’isolamento nelle campagne, del dover ogni giorno fare i conti con la precarietà e la marginalità della propria condizione di vita e di lavoro (quando c’è) qui in Capitanata.

Arriviamo nel tardo pomeriggio e parcheggiamo il camper in mezzo ai due casolari principali che si affacciano sulla strada, protetti dagli ulivi e favoriti dal clima generalmente gentile e ventilato, divenuti ormai un punto di ritrovo anche per chi proviene dai casolari più lontani. Davanti alle case al riparo dal sole ci sono letti, sedie di plastica, auto vecchie e giacigli improvvisati dove la sera si distendono i ragazzi per riposare. Il team si attiva nell’immediato e insieme ai mediatori culturali e alla volontaria Medu cerchiamo di cogliere e accogliere le richieste dei ragazzi mantenendo la confidenzialità.

Alla clinica mobile durante le attività di assistenza medica e orientamento socio-sanitario e legale, cerchiamo di generare uno spazio di ascolto, promuovendo l’attivazione delle risorse della persona e l’esercizio dei diritti fondamentali, fornendo le conoscenze adeguate per comprendere il caotico e farraginoso iter di regolarizzazione dei documenti e permettendo l’accesso ai servizi sul territorio. Operando in questi casolari tutte le settimane ormai da un mese con continuità, lavoriamo concretamente come team con i medici e l’avvocato per instaurare una relazione di fiducia con le persone assistite e questo ci ha permesso, in rete con altre organizzazioni già operanti sul territorio, di favorire la presa in carico da parte dei servizi territoriali dei casi più complessi e di maggiore vulnerabilità identificati.

Sin da subito capiamo perché le nostre colleghe di Idorenin - il partner legale di Terragiusta in Puglia -, che conoscono da tempo le dinamiche di questi insediamenti, abbiano valutato la necessità di intervenire qui con maggiore costanza. Incontriamo infatti C. un giovane dal sorriso disarmante e una vulnerabilità allarmante. Il suo è un caso rappresentativo di molti altri in questo sistema complesso. Essere affetti da una grave patologia o da un grave disagio psichico, vivendo al contempo in condizioni abitative di grande precarietà, in assenza di una qualsivoglia tutela sanitaria nel limbo d’attesa del rinnovo dei documenti che non permette una presa in carico continuativa dei servizi, amplia il margine di fragilità della persona e la espone a rischi elevati per la propria vita, in queste campagne. Nonostante tutto, per una persona come C. la priorità resta il lavoro, per poter garantire la propria sopravvivenza e il sostentamento della famiglia rimasta nel paese d’origine.

La stagione di raccolta del pomodoro (la più faticosa in agricoltura dal punto di vista dello sforzo fisico richiesto) ancora non è cominciata, ma la fatica e la frustrazione sono compagne inseparabili dei ragazzi in quel circolo vizioso in cui transitano per cui, non potendo regolarizzare il proprio status a causa dell’isolamento e della necessità di muoversi costantemente alla ricerca del lavoro, nonché degli ostacoli imposti dalla legge e delle prassi illegittime applicate dalle istituzioni, non accedono a un contratto di lavoro regolare che garantisca quel minimo di stabilità per potersi permettere l’affitto di un alloggio e intraprendere così un percorso di inclusione reale sul territorio.

Intorno alle 22 realizziamo le ultime visite è ormai buio, i ragazzi rientrano nelle loro case, il cuore non è poi così leggero, né il loro né il nostro. Le emozioni in circolo sono contrastanti: frustrazione, impotenza, motivazione e coraggio le predominanti. Quelle stesse emozioni ci spingeranno a ritornare, così riprendiamo la strada verso casa ricordando ciò che abbiamo vissuto, certi che, come ricorda Karamo “tutti meritano di essere presi in considerazione e riconosciuti, ognuno vuole vivere sotto la luce, anche chi viene da lontano”.