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In Etiopia il cambio climatico costringe i contadini a emigrare

di Lisa Lim Ha Khen e Ivyne Mabaso - Piano Migrazione, ambiente e cambiamenti climatici OIM; ufficio regionale per l’Africa Orientale e il Corno d’Africa

27 luglio 2019

- Link dell’articolo originale (ENG)

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Mersa, Etiopia - Il ventenne Yimam Asmara non smette di piangere celando il suo volto provato, mentre richiamava alla mente il giorno in cui ha lasciato la sua famiglia per emigrare in Arabia Saudita. Yimam è nato e cresciuto ad Anto Village - un piccolo villaggio circondato in ogni direzione da un terreno montuoso, dove un fiume vi scorre solcandolo e lambendo le sue estremità. Il villaggio di Anto è situato alle pendici del Monte Ambasalo, a circa 14 km dalla città di Mersa, capitale del woreda di Habru, nella regione etiope di Amhara. Il villaggio ospita circa 4.300 famiglie, ciascuna delle quali composta in media da 6 membri. 

Yimam Asmare, migrante rimpatriato. Foto di Ivyne Mebaso/ OIM 2019

Yimam è il più giovane in una famiglia di 4 persone. All’età di soli 19 anni, sprovvisto di qualunque istruzione, i suoi genitori gli hanno affidato un piccolo pezzo di terra dove coltivare ortaggi da vendere in una cittadina nella vicinanze. Se non fosse che, in seguito a continui periodi siccitosi, la sua piccola proprietà a stento gli garantiva un guadagno. Un esiguo raccolto unito ad una mancanza di mezzi di sostentamento alternativi esasperarono la sua frustrazione, instillandogli l’idea di lasciare il villaggio.

Agli inizi del 2019 ha iniziato a pianificare di lasciare il villaggio. Per via di una scarsa conoscenza delle tratte consuete e della ristretta possibilità di percorrerle, si è rivolto ad alcuni trafficanti per cercare aiuto. Inconsapevole del pericolo che stesse correndo, ha lasciato il villaggio sul finire dell’aprile 2019 per intraprendere un rischioso viaggio per l’Arabia Saudita, passando per il Gibuti, attraversando il Golfo di Aden per giungere nello Yemen, fino a raggiungere Jabalashe, al confine con il Regno dei Sa’ud.
Prima della partenza, i trafficanti lo avevano informato che ciò di cui era in possesso sarebbe bastato a coprire le spese dell’intero viaggio. Il supplizio ha avuto inizio al suo arrivo nel Gibuti, quando i trafficanti hanno preteso da lui US$ 900 per l’attraversamento del Golfo di Aden. In prenda alla disperazione e senza alternative, Yimam non ha avuto altra scelta che contattare la madre a cui chiedere, oltre che di pregare per lui, altri soldi.

Tayitu Shibeshi, mentre racconto di suo figlio. Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

"Mi contattò soltanto quando era sul punto di salire su una barca per attraversare il mare dal Gibuti allo Yemen. Questa fu la prima volta che ho avuto sue notizie dal giorno in cui lasciò il villaggio", rivela con voce tremante Tayitu Shibeshi, madre di Yimam. Temendo per i pericoli che attorniavano il figlio, si precipitò a chiedere un prestito ai vicini e diede in vendita la sua vacca da latte per racimolare il denaro necessario.

Tayitu Shibeshi. Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

Durante l’attraversamento, Yimam ha dovuto subire la furia brutale dei trafficanti, i quali, nel tentativo di mantenere l’ordine a bordo e placare il panico, vessavano gli sventurati con il calcio dei loro fucili. Altri trafficanti in opera nel Golfo hanno aperto più volte il fuoco contro di loro, intenzionati ad assalire e depredare la barca su cui viaggiavano. "È stato un viaggio interminabile. Le coste dello Yemen sembravano invisibili", ha detto Yimam, nonostante avessero percorso soltanto poche centinaia di metri in quel mare burrascoso.

Giunto nello Yemen, i trafficanti gli hanno imposto di pagare ulteriori US$ 1.400, sostenendo che sarebbero serviti per corrompere le autorità saudita al confine, se avesse voluto evitare l’arresto. Di nuovo, Yimam ha contattato sua madre perché lo salvasse nuovamente. Senza esitazione, la donna si è messa di nuovo alla frenetica ricerca di denaro per aiutare il figlio sopraffatto dall’avversità. Sebbene fosse stremato, affamato e disidratato, nulla lo ha smosso dalla sua risolutezza. Nelle 3 settimane successive in cui ha attraversato il paese, nulla è parso mostrarsi benevolo. E’ stato testimone della morte di migranti lungo il tragitto, si è visto derubato del suo cibo, dell’acqua e di quanto restava dei suoi soldi, prima di arrivare finalmente al confine con l’Arabia Saudita. Tuttavia la sua sventura era ben lungi dall’essersi conclusa. Appena giunto al confine, i trafficanti lo hanno consegnato direttamente alle autorità saudite, le quali lo hanno immediatamente arrestato e portato in un centro di detenzione in attesa di un processo.

La rotta più utilizzata dai migranti irregolari giungere dall’Etiopia in Arabia Saudita.

Il 23 maggio 2019, un mese dopo aver lasciato il suo villaggio, è stato rimandato a casa in aereo dall’Arabia Saudita con atterraggio ad Addis Abeba, in un profondo stato di sconforto, eppure sollevato dal sentirsi di nuovo nell’ambiente familiare. Sua madre aveva di nuovo provveduto ad inviare soldi per il viaggio di ritorno, che si è concluso il giorno seguente. Yimam è a casa ormai da due mesi e fatica a sbarcare il lunario. La sua speranza è riposta nell’acquisto di un tre ruote, conosciuto come "Bajaj", con cui avviare una piccola attività di trasporti. Rammentando la voce di suo figlio, Tayita Shibeshi rivela: "Mio figlio ha tentato di emigrare dal momento che tutte le sue speranze erano andate perse, quando la siccità ha devastato il suo terreno. È stato costretto a farlo. È un ragazzo determinato che lavora sodo, ma la continua scarsità del raccolto l’ha condotto sull’orlo della disperazione". Sommersa dai debiti, Tayita ha venduto le rimanenti tre vacche per sanare il debito contratto, affinché suo figlio fosse rilasciato sano e salvo dai trafficanti.

La rimessa ormai vuota dove Yimam e la sua famiglia depositavano il raccolto. Foto di Ivyne Mobaso /OIM 2019

Yimam non è il primo in famiglia a tentare il pericoloso viaggio per l’Arabia Saudita attraverso il Golfo di Aden, due dei suoi fratelli sono in Arabia Saudita. Emigrare dal villaggio di Anto è ormai un fenomeno ricorrente.

Minaccia climatica

Geograficamente, il villaggio di Anto è sito all’ombra di un monte, lontano dai venti carichi di umidità e per questo il protrarsi della siccità è piuttosto consueto. Fa parte di una regione con la più corta stagione delle piogge di tutto il paese. Sui monti, le precipitazioni si verificano talvolta ad intermittenza, ma raramente bagnano il villaggio. I cambiamenti climatici hanno inciso in maniera significativa sul deficit di umidità nella regione. Il fiume che era solito scorrere impetuoso ormai non è che un rivolo. Il suo letto, di scarsa portata, rifornisce il paese di acqua ad uso domestico, per l’allevamento di bestiame e offre un piccolo sistema di irrigazione.

Gli effetti del cambiamento climatico sono evidenti. Il paesaggio è caratterizzato da terreni aridi e rocciosi e da gialle e rade coltivazioni di granoturco, tipico segno di un deficit di umidità. Ciascuno dei residenti con cui abbiamo parlato hanno testimoniato l’imprevisto cambiamento delle condizioni climatiche.

Agegnew Aray e sua moglie Seade Asmire mentre rimuovono gli arnesi agricoli dal loro cammello. Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

Agegnew Aray, è un contadino locale di 28 anni residente ad Anto assieme a sua moglie e suo figlio. Possiedono un piccolo lotto di terreno in cui Agegnew coltiva granoturco, patate, cipolle e pomodori, innanzitutto per la propria sussistenza. Amaro è quanto ci ha riferito: "La siccità è persistente in questa regione, e non c’è niente che tu possa fare. Da quando mi sono stabilito qui 10 anni fa, la temperatura non ha fatto altro che aumentare sempre di più. Le conseguenze non riguardano soltanto la scarsità dei raccolti, ma anche la presenza di parassiti che distruggono le piantagioni. Diversi miei familiari hanno lasciato l’area in cerca di migliori opportunità altrove, dal momento che qui l’agricoltura non garantisce più reddito".

Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

Strategie di resistenza

Circa 15 anni fa la Federazione Mondiale Luterana, con il patrocinio dell’ufficio per lo sviluppo e i servizi sociali della Chiesa evangelica etiope Mekane Yesus (EECMDSS) hanno progettato un piano che ha dato alla luce un sistema irrigatorio. Il corso del fiume è deviato in un piccolo canale che si snoda attorno al villaggio, rifornendo alcune piccole coltivazioni. Questo semplice sistema garantisce ai beneficiari tre raccolti annui.

Tra i contadini beneficiari del sistema irrigatorio c’è il 60enne Burhan Mohammed, il quale ci dice: "Questa siccità ha avuto inizio nel 1984, e da allora non ha fatto altro che peggiorare. Senza questo piano di irrigazione non esiste raccolto poiché le piantagioni muoiono prima di avere raggiunto l’apice di crescita". Mohammed ha trascorso una vita intera ad Anto e ricorda gli anni in cui le piogge erano sufficienti a coltivare. Ha assistito in prima persona ad una drastica diminuzione delle precipitazione che non ha risparmiato né l’agricoltura né l’allevamento.

Il 60enne Burhan Mohammed. Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

Ha aggiunto: "La gente non se ne starà qui a morire, vinta dalla siccità. Andranno nelle città in cerca di lavoro. In città il loro scopo sarà quello di guadagnare soldi affinché possano trasferirsi all’estero. Famiglie come la mia che beneficiano del sistema irrigatorio continueranno a coltivare l’area, ma le altre che dipendono da coltivazioni fertilizzate dalle piogge tendono ad abbandonare il villaggio alla ricerca di altri mezzi di sostentamento. Coloro che possono permettersi di mandare familiari in Medio Oriente lo fanno, è un modo di far fronte a questa siccità".

Burhan Mohammed intento a sciacquarsi le mani nel canale preso la sua piantagione. Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

Ad Anto, migrare è diventata un strategia per far fronte ai cambiamenti climatici. Di fronte alle difficili condizioni date dalla siccità, uno dei figli di Mohammed si è spostato in Arabia Saudita, passando per il Golfo di Aden, in cerca di lavoro. Mohammed ha provveduto a pagare il costo dell’intero viaggio. Le motivazioni dietro questa decisione sono scaturite dalla difficoltà a sostenere una famiglia di 7 persone con le sole coltivazioni, e dunque mandare un figlio all’estero avrebbe significato un aiuto attraverso le rimesse.

Vacche si abbeverano presso un canale di irrigazione. Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

Pericolo incombente

Durante la stagione delle piogge, le acque si riversano dai monti lungo i pendii, giungendo ad alimentare il fiume sottostante. Per via di una vegetazione povera e della disgregazione del suolo, l’erosione rappresenta un problema allarmante. Le sponde del fiume si sono particolarmente degradate, esponendo al rischio il sistema di irrigazione e l’adiacente area coltivabile. Se l’entità dell’erosione dovesse acuirsi come mai in precedenza, i canali d’irrigazione che bagnano le coltivazioni e riforniscono d’acqua il bestiame patirebbero le estreme conseguenze. Ciò esproprierebbe il villaggio dell’unica sua fonte di sussistenza tale da renderlo pressoché inabitabile.

Il fiume minaccia le coltivazione e il sistema irrigatorio. Foto di Ivyne Mobaso / OIM 2019

Migrare è spesso percepito come un fallimento al tentativo di adattarsi ai cambiamenti climatici, se non fosse che d’altra parte esso costituisca un rimedio effettivo ai mutamenti del clima e dell’ambiente. Il fenomeno migratorio, nella sua forma forzata, pone invece le persone in condizione di vulnerabilità. Ma se ben gestito, esso si configura giovevole per ciascuna delle parti, ovvero per i migranti, per il paese di provenienza e per quello d’approdo. Investire la diversificazione del reddito e le rimesse dei migranti in iniziative per il clima, ad esempio, potrebbe generare una risposta resiliente nei membri delle comunità, e dunque nelle comunità stesse.

L’OIM, l’Agenzia ONU per le Migrazioni, promuove un messaggio ponderato, aspirando a ridurre la migrazione forzata attraverso un sicuro, disciplinato e corretto spostamento dei migranti, oltre che assistere chi è già espatriato.

È dagli anni ‘90 che l’OIM è strettamente focalizzata sul nesso esistente tra migrazione, ambiente e cambiamenti climatici, lavorando sui diversi livelli, quali il consolidamento e la condivisione delle cognizioni, rafforzamento delle competenze, politiche di sviluppo e risposte operative. L’OIM dispone di una divisione molto competente (la MECC) avente come obiettivo il trinomio migrazione-ambiente-cambiamenti climatici e di un programma di lavoro destinato alla complessa relazione tra ambiente e mobilità umana, che è in continua evoluzione. Questo programma rivolge l’attenzione non solo ad una prospettiva globale del fenomeno mediata dalla sede dell’OIM di Ginevra, ma anche alle realtà regionali e nazionali, grazie a personale esperto presente negli uffici locali dell’OIM.

Nel Corno d’Africa e nella restante regione orientale del continente, le considerazioni riguardo all’ambiente giocano un ruolo sempre più importante nella gestione della migrazione e nelle politiche che ad essa afferiscono. Per quanto riguarda la migrazione dipendente da cambiamenti climatici e ambientali, si preannuncia un drammatico aumento dei flussi migratori, poiché la regione è sensibilmente a rischio di eventi catastrofici, con inondazioni e siccità quali pericoli più attendibili. L’IOM è impegnata su diversi fronti nell’intera regione orientale, dalle ricerche per costruire una solida base su cui definire politiche da intraprendere, alla collaborazione con i governi per implementare piani migratori sicuri e regolamentati, sino alla realizzazione di progetti volti sostenere le comunità chiamate a fronteggiare i cambiamenti climatici.