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Migranti: a Calais, “la polizia distrugge tutto e noi torniamo”

Sheerazad Chekaik-Chaila, Libération - 31 luglio 2019

Reportage

15 agosto 2019

- Link all’articolo originale (FRA)

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Tre anni dopo lo smantellamento della “giungla, da 500 a 600 rifugiati della zona di Calais tentano di sfuggire alle espulsioni quotidiane dai loro accampamenti di fortuna.

Sul ciglio della strada per Gravelines, Céleste accelera. La sua alta figura passa veloce lungo le case con le imposte ancora chiuse. Si allontana dalla zona industriale delle Dune dove dormiva con qualche decina di altre persone, tutti esiliati.

Un sacco di plastica in una mano, un altro sulla schiena, Céleste si guarda timorosamente alle spalle: “Arriva la polizia!” A un isolato di distanza, una berlina blu con il lampeggiante spento sul cruscotto sta finendo la sua prima ronda.

È un martedì di luglio. Tra poco saranno le 7. Non facciamo in tempo ad accennare alla situazione con Francis, 89 anni, che subito attacca: “Sono vent’anni che va avanti così!” L’uomo, residente qui da 70 anni, tira fuori i ricordi di un’epoca dove i migranti a Calais erano venti volte più numerosi di oggi.

Photo credit: Human Rights Observers


La maggior parte dei suoi ricordi risalgono al 2016, per culminare con l’evacuazione della “giungla”. Quel luogo, fuori dal tempo e dalle frontiere, aveva accolto fino a diecimila persone - bambini, adolescenti, uomini e donne in esilio - che fuggivano dalle guerre e dalla miseria. L’immensa bidonville cosmopolita era stata svuotata in una settimana nell’ottobre del 2016, sotto lo sguardo dei media di tutto il mondo. Mai più una cosa del genere, avevano promesso le autorità.

Da allora, i migranti non hanno tregua. La “giungla” è ormai un ricordo, ma la frontiera continua ad attirare persone e, seppur raramente, qualcuno passa ancora in Inghilterra. Per quanto sia rischioso. Undici di loro hanno perso la vita nella zona di Calais negli ultimi tre anni.

Fortificare o militarizzare una frontiera, significa spingerli a correre più rischi o a tentare l’attraversamento più lontano”, constata Maël Galisson, militante del Gruppo di informazione e sostegno agli immigrati, che recensisce i morti.

Da parte loro, gli abitanti sono perseguitati dalla paura di vivere nuovamente vicino a una bidonville. “Ci sono delle tende, di tanto in tanto”, dice Sophie, la vicina di Francis. Questa signora, sulla quarantina, ha appena comprato casa non lontano dal terreno dove sorgeva la “giungla”, ormai vuota: “Sappiamo che sono povera gente, ma non possiamo lasciarli stare qui… Se vediamo delle tende, chiamiamo gli agenti e loro li spaventano”. Francis ritiene che “da quando ci sono gli agenti di polizia, la situazione è migliorata”. Il vecchietto continua, agitando in aria il decespugliatore: “Ce ne siamo liberati, speriamo che non tornino mai!

Photo credit: Human Rights Observers

Braciere

In mezzo alle dune, nel campo di Verrotières, alcuni uomini si svegliano mentre altri piegano le loro cose. Qualche ratto rovista nella spazzatura.

Tra 100 e 150 persone, principalmente uomini e adolescenti di origine africana, si sono rifugiati all’estremità di questa no man’s land, lontano dalla città. Uno dei tanti posti del genere. Luoghi di vita precari sono spuntati anche nei boschi o nei terreni incolti dei dintorni a partire dall’autunno 2016.

Lo Stato stima che a Calais siano presenti circa 300 migranti, mentre le associazioni ne contano tra 500 e 600. Quel mattino, molti, come Céleste, hanno già lasciato il campo, preferendo evitare la polizia.

Seduti vicino a un braciere, due uomini si scaldano. Altri tre indicano sei pezzi di carta attaccati al muro di un hangar con lo scotch. La società sub-affittuaria si è rivolta alla giustizia per far evacuare il sito. Le carte intimano l’espulsione, in francese e in inglese.

Photo credit: Human Rights Observers


Polizia! Polizia!” grida all’improvviso un uomo. Tre camion blu parcheggiano davanti al cancello scorrevole. I loro visi sono attraversati dalla paura. A gran velocità, i tizi del braciere ficcano dentro dei sacchi un po’ di roba raccattata in fretta.

Un gruppo fila via verso una duna, scompare per qualche minuto, poi ritorna. “Tutto il perimetro è accerchiato”, realizza Mathilde. La volontaria di Utopia 56 si volta verso Hugo del Rifugio dei migranti: “Bisogna dir loro di salvare le tende. Non ne abbiamo più da dare!”. Troppo tardi. Sulla duna, un poliziotto inquadra la scena con una telecamera. Uno dei suoi colleghi si avventa su di loro: “Fuori!

Mentre si dirige all’uscita, Hugo si rivolge alla piccola scorta: “È un’operazione regolare? C’è un ufficiale giudiziario?”. Un poliziotto: “Non è un problema mio. Io sono qui per far rispettare l’ordine pubblico. Prendeteli a casa vostra!”. Hugo: “Troveranno un altro campo e tutto ricomincerà daccapo.” Un poliziotto, sulla cinquantina, riaccompagna anche noi, la mano stretta sul nostro zaino. Lo interroghiamo: “Devono lasciare il segno questo tipo di interventi…”. Lui, sorpreso: “Tutto lascia il segno. Un amore finito lascia il segno.

Eccoci fuori dal perimetro. “Ai tempi, restavamo con gli esiliati”, si ricorda Mathilde, che è membro anche di Human Rights Observers (HRO). Da ottobre 2017, l’organizzazione ha costituito delle coppie che sorvegliano le evacuazioni, come reazione alle numerose testimonianze di violenze contro i migranti da parte della polizia.

Questa presenza permetteva sia di documentare le violenze che di esercitare una forma di dissuasione nei confronti delle stesse”, rivela HRO in un rapporto di giugno [1] . Grazie allo stesso, veniamo a conoscenza che a partire da agosto 2018 le espulsioni a Calais sono ormai all’ordine del giorno, perfino a Natale. “La determinazione si coniuga con l’umanità” - sostiene il prefetto Fabien Subry. “Difendere la libertà d’insediamento in ogni luogo non è serio.

Una rete impedisce ai rifugiati l’accesso alla circonvallazione del porto. Foto: Aimée Thirion per Libération

Sei minorenni

A Calais, tutti sembrano essere abituati alle espulsioni continue. Quella del campo di Verrotières si svolge con calma. Sono le 9.30. In questo giorno, 53 persone, di cui 6 minorenni, sono condotte volontariamente verso centri di accoglienza del dipartimento, secondo la prefettura.

Abbarbicati sulle dune, migranti e volontari fronteggiano i poliziotti che circondano la zona mentre questa viene pulita. Più in basso, alcuni uomini in tuta staccano, sollevano e trascinano via le tende, prima di buttarle dentro a delle utilitarie. “Perché hanno cominciato dalle tende? Avrebbero potuto cominciare dalla spazzatura!” esclama Mariam, figura della Caritas locale. La sua voce risuona più forte: “Per favore, vorremmo recuperarle. Grazie!”.

Nessuna reazione. Per un attimo, cessano i mormorii. E tutti osservano in silenzio.

Bachir, uno dei “residenti” del campo, si è messo a sedere sopra un cartone e ha appoggiato ai suoi piedi una scatola di caramelle arrugginita. Fissa la scena, il naso bardato dietro la sua kefiah arancione.

Dall’altro lato della strada di Gravelines, un uomo preferisce attendere seduto sulla balaustra di una casa. “È come il gioco del gatto e del topo. Quando sai che il gatto arriva, ti nascondi”, sibila Frédérique. La pensionata distribuisce colazioni a degli Afgani raggruppati nella zona dell’ospedale. “Quando arriva la polizia, ce ne andiamo per un’ora o due. I poliziotti distruggono tutto e poi torniamo”, racconta uno di loro. “Va avanti così da tre anni”, prosegue Frédérique. “Vengono e gli prendono tutto. Li usano e il tutto avviene sotto lo sguardo del radar. Non se ne parla.

Anche il paesaggio porta le tracce di queste espulsioni: uno spazio verde recintato in un quartiere residenziale, delle reti e del filo spinato vicino a un ponte di una delle zone di attività, delle rocce ammassate per chiudere un punto di distribuzione pasti. “Non mi sembra una città assediata” dice il prefetto. “Le infrastrutture sono sicure. Non abbiamo più intrusioni dirette nell’Eurotunnel e quelle al porto di Calais sono due volte meno frequenti. La situazione è notevolmente migliorata.”

Photo credit: Human Rights Observers

“Città-prigione”

Le costruzioni anti-migranti intorno alla circonvallazione del porto sono le più antiche. “Abbiamo prima costruito la recinzione e ora procediamo con il muro”, ha annunciato il Ministro dell’Immigrazione britannico Robert Goodwill qualche settimana prima dello smantellamento della “giungla”.

All’epoca, Londra aveva versato 17 milioni di Euro per compartimentare la zona portuale di Calais; di questi, 2,7 milioni erano stati destinati al muro ricoperto di vegetazione che costeggia la circonvallazione.

Tra le costruzioni recenti, c’è un muro di cemento voluto dalla prefettura ed eretto intorno alla stazione di servizio principale della città a inizio 2019.

È stato finanziato dall’azienda Total. “Su, mostrateci cosa sta diventando Calais”, dice un automobilista, passando lì vicino. Troppo veloce per sapere cosa ne pensa davvero. Sopra il muro, sono stati aggiunti tre metri di filo spinato.

Anthony, un addetto alla teleassistenza di 38 anni, lo chiama “il muro di Berlino”: “I migranti non devono restare, ma si impedisce loro di partire. È scandaloso e aberrante che si sia arrivati fino a questo punto, grazie a un governo che raccomanda l’apertura ma costruisce muri.”

Lydie, 55 anni, originaria di Calais e in cerca di impiego, ha battezzato il muro con lo stesso nome. Si arrabbia non appena ne parla: “Se credono di fermare l’immigrazione in questo modo… Non si fermerà mai. Non riconosco più la mia città. È un peccato perché è una bella città. Si parla di “uguaglianza, fratellanza”… Dov’è questa fratellanza?

Lydie è solita accogliere degli esiliati a casa sua. Quella sera, Zimako, un ex abitante della “giungla”, cucina nel suo appartamento. A tavola, il “muro di Berlino” suscita più commenti che il fufu, un piatto africano, una sorta di polenta accompagnata da una salsa di arachidi.

I due amici fanno dell’ironia su Calais “città-prigione”: “Un giorno, le persone avranno una chiave per entrare e una per uscire.