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Fateli scendere: chi scappa dalla Libia ha diritto ad un porto sicuro

DossierLibia: “Mentre va in scena l’ennesima ingiustizia nel Mediterraneo la guardia costiera libica rapisce 278 migranti”

19 agosto 2019

Il campo di battaglia chiamato Mediterraneo continua ad essere uno degli scenari dove maggiormente si gioca il terreno della propaganda attorno alle fallimentari politiche del governo sull’immigrazione poiché già si è entrati nel pieno di una nuova campagna elettorale. Il ministro dell’Interno è ovviamente il principale fautore della deriva alla quale non sembra esserci fine: nonostante la sentenza del TAR del Lazio abbia disposto che alla Open Arms sia consentito l’ingresso in acque territoriali italiane per dare soccorso alle persone a bordo, è infatti un ordine illegittimo del Viminale che tiene da 19 giorni ancora sotto sequestro i naufraghi salvati dalla Ong. Non è la tardiva proposta di ieri della Spagna di offrire il porto di Algeciras che solleva le responsabilità dell’Italia in questa vicenda. Nel momento in cui l’imbarcazione è in acque italiane a poche miglia dall’isola di Lampedusa, è lì che si trova il porto sicuro più vicino dove approdare. Non fare attraccare la nave umanitaria con a bordo richiedenti asilo significherebbe contravvenire al diritto nazionale e internazionale e, di fatto, sancire un respingimento collettivo alla frontiera. Attendiamo quindi con estrema pazienza che la Procura di Agrigento, attivata dagli avvocati Arturo Salerni, Mario Angelelli, Maria Rosaria Damizia, Gaetano Maria Pasqualino e Giuseppe Nicoletti, dopo le ispezioni di sabato 17 agosto, faccia attraccare l’Open Arms e liberi le 107 persone.

Nel frattempo, nel silenzio istituzionale, anche la Ocean Viking di SOS Méditerranée e Medici senza Frontiere, che la settimana scorsa ha salvato 350 persone, vaga in attesa dell’autorizzazione ad approdare in un porto sicuro; anche in questo caso il protrarsi del divieto di ingresso è causa del peggioramento delle condizioni psicofisiche dei naufraghi che sono ormai allo stremo.

Stesso silenzio anche per il salvataggio di 57 tunisini, recuperati dalla Guardia costiera italiana e arrivati per fortuna sani e salvi a Lampedusa; e per un rapimento di massa, definito erroneamente “salvataggio”, di 278 persone effettuato al largo della Libia dalla cosiddetta guardia costiera libica. Le persone in questo caso sono state riportate indietro e più precisamente nelle città di Zawiya, Al Khums e Tripoli [1].

Da Zawiya, alcuni nostri contatti, ci riferiscono che nella giornata di sabato sono state catturate dal mare 17 donne eritree e 10 giovani eritrei e di altre nazionalità, il giorno precedente 3 donne con 4 bambini molto piccoli. Non sappiamo con quali criteri siano state divise le restanti 251 persone, come stanno e soprattutto che fine faranno. Le nostre fonti locali ci hanno riferito che in molti casi chi viene preso mentre tenta la traversata sui gommoni viene rinchiuso in zone non accessibili: in questi centri/lager ricomincia da capo la trafila dell’orrore. Le persone sono picchiate, torturate, sequestrate fino a quando non potranno comprarsi la loro libertà. Ci vengono riferiti anche casi di uccisioni e sparizioni. E tutto ciò avviene mentre Salvini definisce la Libia un porto sicuro e gioisce per le operazioni in mare dei libici.

Ma la Libia è tutt’altro che un luogo sicuro! Ci sono migliaia di persone rinchiuse da più anni in centri lager che attendono e sperano di poter lasciare regolarmente il paese nordafricano, ma è più facile vincere alla lotteria che riuscire in questa impresa! Per entrare nell’agognata lista dei ricollocamenti, di chi (forse) salirà sui voli verso i paesi di “liberazione” come l’Italia, la Francia, l’Olanda, il Canada o altri, servono i timbri delle diverse ambasciate e le autorizzazioni di UNHCR a procedere.

Le attese sono infinite, vanno anche oltre i due anni, e in questo lasso di tempo ai migranti può accadere di tutto: le donne sono violentate e rimangono incinte, i più giovani sono costretti a crescere in fretta segnati nel corpo e nello spirito da soprusi e torture. C’è urgente necessità di evacuare i e le migranti dalla Libia! Non è possibile costringere le persone a queste interminabili attese, non è accettabile che la burocrazia sia anteposta ai diritti fondamentali, altrimenti diventa crudeltà!

Sono le sofferenze subite e le reiterate torture, le vessazioni e le angherie di ogni tipo, l’illusione puntualmente tradita di un volo della “salvezza”, che spingono chi riesce a fuggire dai centri lager o a pagarsi la libertà a provare la via del mare.

Con una situazione che si sta facendo sempre più dura in tutta la Libia e in particolare nella città di Tripoli, il terrore di rientrare nelle mani dei carcerieri o ricaderci dopo aver tentato il mare “perché li riportano indietro”, spinge tanti a cercare altre vie non meno drammatiche o a perdere se stessi senza più riuscire a riconoscersi come persone. Le storie che i nostri contatti raccontano, che gli stessi migranti confermano una volta arrivati in un luogo sicuro, ci impegnano a non desistere e a sostenere chiunque salvi vite umane. E le Ong questo fanno quando intervengono nel Mediterraneo, salvano i migranti sia da un naufragio e sia dall’inferno libico.

Se realmente gli Stati dell’Unione europea e il governo italiano vogliono che nessuno sia più obbligato a partire con un gommone dai Paesi nordafricani non devono far altro che rendere legale e sicuro il viaggio. Libertà di movimento subito!