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Nove anni di impunità per il massacro di migranti a San Fernando in Messico

di Naomi Lahud Hirasawa

26 agosto 2019

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Il 24 agosto del 2010 sono stati trovati i corpi di 72 migranti a San Fernando, Tamaulipas nel Messico centrale. A partire dalla segnalazione di un ragazzo ecuadoriano che è riuscito a scappare, la polizia messicana ha ritrovato i corpi di 24 honduregni, 14 salvadoregni, 13 guatemaltechi, 5 ecuadoriani, 3 brasiliani e una persona dell’India. Rimangono ancora 11 corpi non identificati. Il livello di violenza con cui queste persone sono state uccise non ha lasciato dubbi sul coinvolgimento del narcotraffico e ha portato al centro del dibattito pubblico qualcosa che le associazioni che si occupano di migranti sapevano da tempo: i gruppi criminali avevano trovato una nuova fonte di reddito nel sequestro dei migranti.

L’anno successivo, sono stati scoperti sempre a San Fernando 193 resti umani in 47 fosse clandestine. L’80% dei corpi presentava segni di tortura e le esecuzioni di 130 dei migranti sono state descritte come estremamente violente: erano morti per colpi con oggetti contundenti, alcuni inflitti da altre vittime costrette a farlo. Nonostante queste due terrificanti stragi, le autorità messicane non hanno fatto abbastanza per proteggere i migranti e nel 2012 sono stati trovati 49 busti umani a fianco dell’autostrada in Cederyta, Nuevo León. [1] Le autorità attribuiscono queste stragi a Los Zetas, nel loro tentativo di affermare il loro potere sul territorio e di intimorire i coyotes e i migranti per farsi dare le quote di passaggio.

“E quindi era il mio turno. Stavano parlando con mia zia negli USA e le dicevano “Signora, lei è la zia di un ragazzo che abbiamo qui; noi vogliamo 7mila dollari per la sua vita, se lei non ce li manda noi lo uccidiamo e glielo inviamo in buste di plastica, decapitato e tutto tagliato a pezzi perché sa, noi siamo del Cártel del Golfo, ossia Los Zetas, di Tampico, Tamaulipas [2]

Non si sa con esattezza quanti migranti sono sequestrati annualmente in Messico, ma una ricerca condotta dalla Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH) [3] nel 2009 ha riscontrato che in un periodo di sei mesi, da settembre 2008 a febbraio 2009, ci sono stati 198 casi, con 9 758 vittime. La mancanza di denunce da parte dei migranti rende difficile fare delle stime sui numeri, ma la cifra di 10 mila sequestri ogni semestre è stata ampiamente utilizzata per sottolineare la gravità della crisi nelle rotte migratorie.

Il coinvolgimento delle autorità nella tratta di persone, il sequestro e l’estorsione si riscontra spesso nelle testimonianze dei migranti. Nelle interviste condotte dalla CNDH nel 2009 a 238 vittime di sequestro, 98 hanno dato la responsabilità direttamente ai funzionari del reato, mentre 99 hanno dichiarato che la polizia era coinvolta con i rapitori [4]. Ci sono diverse testimonianze di migranti sequestrati che raccontano come dalle stazioni migratorie sono stati portati con veicoli del governo nelle casa de seguridad controllate dai narcotrafficanti.

“Hanno ucciso più o meno quattro persone, perché spezzavano i loro piedi e le mani. A uno hanno spaccato tutti i denti con una mazza da baseball perché aveva provato a scappare. Li picchiavano davanti a tutti noi. Noi abbiamo visto tutto. E poi li lasciavano così, per terra. [...] Poi è arrivata la polizia lì dove ci tenevano sequestrati. Parlavano con i nostri rapitori e con noi pure. Se provavamo a uscire dalla casa, se uno voleva scappare loro ci prendevano e ci riportavano nella casa. ¡La polizia ci riportava dai narcos se provavamo a scappare! [5]

Non esistono dati precisi su quanti migranti siano spariti in Messico nel loro tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Il Movimento Migrante Mesoamericano stima che esistono fra i 70mila e i 120mila migranti desaparecidos dal 2006, ma la cifra potrebbe essere molto più alta per l’impossibilità di molte famiglie centroamericane di andare in Messico a porre una denuncia formale [6].

Le politiche che criminalizzano la migrazione e che hanno aumentato i controlli e i posti di blocco attraverso il Messico spingono i migranti centroamericani verso rotte e modalità di spostamento sempre più pericolose, costringendoli ad inoltrarsi in territorio narco per evadere l’Instituto Nacional de Migración. I migranti sono particolarmente vulnerabili giacché la loro paura di essere rimpatriati impedisce che facciano denuncia sulle violenze e i crimini subiti.

È imperativo che le politiche migratorie in Messico siano focalizzate a garantire la sicurezza umana dei migranti durante il loro percorso, tutelando allo stesso tempo l’accesso alla giustizia per chi subisce violenza sia da parte dei gruppi criminali che dalle istituzioni. L’estorsione e il sequestro di migranti sono diventate un’importante fonte di reddito per diversi attori che sfruttano la condizione di irregolarità dei migranti e la corruzione delle forze dell’ordine.

Le politiche di contenimento migratorio a breve termine non sono riuscite a fermare i flussi di chi scappa dalla violenza e la povertà in Centro America e hanno avuto come conseguenza soltanto la trasformazione di questa rotta in un’enorme fossa comune per i migranti del Triangolo Nord del Centro America.