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Rotta balcanica: un’umanità di serie B

di Roberta Bianca Scabelli, volontaria indipendente

2 settembre 2019

E’ evidente nella comunicazione politica e social nostrana, come l’idea che esistano diversi gradi di umanità, quasi delle caste, sia ormai radicata nel senso comune. Ci sono luoghi che, più di altri, quest’idea contribuiscono a realizzarla.
La rotta balcanica, quella fascia di Europa che va dagli immensi campi di “accoglienza” della Grecia alla frontiera tra Italia e Slovenia, è senza dubbio uno di questi. Un luogo dove si sradica tutto ciò che è umano mentre fioriscono indisturbate ed anzi incentivate le occasioni di profitto sulla disperazione altrui.

Sarajevo, capitale multiculturale della Bosnia, città abituata dagli anni di assedio ancora nella memoria a trovare la forza in mezzo alla miseria, è un luogo centrale di questa rotta.
A 10 giorni di cammino dalla Grecia e sulla strada per i confini della Serbia, del Montenegro e della Croazia, Sarajevo è una partentesi tra due inferni. Qui migliaia di persone arrivano, si raggruppano, riprendono le forze, ripartono e ritornano dopo i respingimenti al confine. Per qualche mese, la Bosnia ha provato ad essere all’altezza della sua tradizione solidale e della memoria di dolore e povertà, così vicina. Non ha organizzato chissà quale accoglienza istituzionale, ma ha garantito ai migranti un visto di transito ed ha permesso a volontari ed attivisti di organizzare la solidarietà. Poi, la civile Europa è arrivata anche qui: fogli di via, pressioni, e tutte le realtà dal basso a Sarajevo sono sparite dalla scena. Oggi i migranti sono abbandonati a sé stessi, ed un pezzo di pane ed un antibiotico sono merce quasi irraggiungibile. E’ in questo contesto che Nawal Soufi *, già attivista salva-vite nei soccorsi nel Mediterraneo e premiata cittadina europea dell’anno dal Parlamento Europeo, ha deciso di percorrere la rotta balcanica e di fermarsi per un po’ proprio a Sarajevo, dove con pochi euro e molta creatività prova a costruire, giorno per giorno, delle risposte alla disumanità, a recuperare ciò che serve: cibo, farmaci, ogni tanto un tetto sopra la testa, almeno per i più fragili.

Nawal conosce direttamente cosa c’è prima di Sarajevo, e ha sentito fin troppe storie di cosa avviene dopo. Prima c’è la Grecia: uno stato in ginocchio che accoglie, o meglio, rinchiude, migliaia di persone nei suoi campi. Uno stato dove la situazione economica ha buttato migliaia di persone nelle braccia dell’eroina, che riserva lo stesso trattamento anche a chi, come i migranti, non ha nessuna intenzione di lasciarsi sconfiggere. Racconta infatti di “medici” e “psicologi” dei grandissimi centri di detenzione (Moria, teatro di innumerevoli morti di Lesbo, ha dentro di sé fino a 11.000 persone stipate in 3.000 posti) che, non avendo alcuna prospettiva, alcuna speranza da offrire ai migranti, agiscono nell’unico modo possibile per mantenere l’ordine pubblico: la sedazione tramite psicofarmaci, senza alcun controllo sulle dosi che semplicemente vengono aumentate man mano che si raggiunge l’assuefazione. Velocemente i migranti diventano dipendenti, rimanendo tali anche una volta intrapresa la rotta. Con evidenti conseguenza sulla loro capacità di decisione e valutazione del pericolo e del rischio .“Percorrendo la rotta balcanica abbiamo visto", mi racconta Nawal "tanti casi di persone che hanno cercato di attraversare il fiume e sono morte, cadaveri che arrivano, che salgono a galla dopo giorni. E’ veramente vergognoso che questi farmaci vengano messi alla mercé di tutti, che anche qui le farmacie continuino a darli, quando tante volte è quasi impossibile trovare un medico che prescriva un antibiotico che può evitare una setticemia, gli psicofarmaci sono dei cioccolatini che si danno a tutti”.
Il fatto che migranti non hanno un posto dove dormire, non hanno un posto dove farsi una doccia, non hanno un posto che rispetti loro dignità, fa in modo che l’uso degli psicofarmaci incrementi sempre più: come uno sfogo, come un atto di autolesionismo nei confronti di se stessi ogni qualvolta hanno un problema e non riescono più ad affrontarlo”, continua Nawal, che definisce gli psicofarmaci “uno dei killer della rotta balcanica” di cui pochissimi parlano, e le cui immediate conseguenze dell’abuso spaventano volontari ed attivisti che spesso si sentono spiazzati ed impotenti.

Dopo Sarajevo, invece, c’è il confine croato. Il luogo più menzionato dai migranti. Tentare di passare il confine a piedi è un terno al lotto, e la ragione principale è la polizia croata. Ormai noti sono gli illegal push backs, i respingimenti contrari al diritto europeo ed umano, quotidianamente praticati al confine croato. Respingimenti violenti e, se non bastasse, spesso sadici. “Le persone”, dice Nawal, “vengono catturate e portate in un VAN dove possono stare anche 18 ore. A volte viene lanciato un lacrimogeno all’interno del VAN. Dopodiché, la polizia urla “one by one": esce il primo migrante, e viene pestato da 5,6,7,8 poliziotti, in modo che gli altri sentano le sue urla. Essere dentro questo furgoncino e sentire le urla del tuo compagno, senza capire che cosa sta realmente succedendo, è come avere un flashback, tornare alla guerra che ti sei lasciato dietro, ai pestaggi nelle carceri".

Un altro tipo di violenza è cancellare l’identità, distruggendo passaporti, carte d’identità, patenti, tutti i documenti che i migranti portano con sé con cui riescono a dire io sono Mohammed, io ho studiato medicina, io avevo questo, io voglio chiedere asilo e questa è l’unica prova quando sarò in Europa per dire che io vengo da quella città. Poi si bruciano gli zaini, si rompono i telefoni. “Ovviamente le autorità continuano a negare tutto questo, ho sentito anche un reportage in cui si diceva che i migranti si picchiano tra di loro. Ovviamente, però, queste verità sono tutt’altro che sconosciute, anche all’Unione Europea. Nessuno Stato, però, fa in modo che tutto questo venga bloccato. Ci sono tantissime testimonianze di migranti, di attivisti, di volontari, di giornalisti, di gente che vive in frontiera, persino di anonimi poliziotti pentiti, ci sono talmente tanti elementi che si possono usare per bloccare quello che sta facendo la Croazia nei confronti dei migranti ma non lo si fa. Quando non lo si fa, evidentemente, è qualcuno a dare questi ordini e quindi tanti Stati sono complici in tutto quello che succede”.

Per evitare “The game”, il gioco, come chiamano i migranti il cammino verso il confine tra Bosnia e Croazia, c’è un modo: salire in macchina insieme all’uomo che ti propone “TSLEMA” ossia Tas-Lima, in arabo “la consegna”.

Partire per consegna

I trafficanti”, mi spiega Nawal, “ormai siedono ai bar dove siedono tutti, i discorsi sullo scafismo di terra sono diventati qualcosa di estremamente naturale. La chiusura dell’Europa ha causato l’impennata degli affari del traffico: arrivare in Italia dalla Bosnia costa almeno 3.500 dollari rispetto agli 800 che costa il viaggio dalla Libia, dati a persone conosciutissime dai migranti, che vivono dentro i confini europei”.

Un’umanità di serie B, un’umanità in eccesso che l’Europa respinge, mortifica e deumanizza, incentivando le occasioni di profitto sulle disgrazie altrui.
Così, mentre aumentano le dichiarazioni contro “i mercanti di schiavi”, si massacra la forza, la motivazione dei migranti tramite detenzioni, botte, cadaveri scivolati al fianco, sedazioni. Per consegnarli deboli, mansueti, de-umanizzati proprio nelle mani di quei mercanti. Per fortuna, Nawal Soufi e le persone come lei dimostrano, nel cercare l’antibiotico per evitare che una ferita da pestaggio si trasformi in una causa di morte e nell’acquistare qualche Burek in una Pekara di Sarajevo, che l’umanità non si ammazza, che l’umanità resiste.

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* E’ possibile seguire il lavoro di Nawal Soufi alla pagina fb: https://www.facebook.com/Nawal-Soufi-1209495785901695/

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