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I have no choice. L’unica via per i richiedenti asilo

di Camilla Donzelli, operatrice legale

6 settembre 2019

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M. si presenta con mezz’ora di ritardo.
Entra nel mio ufficio con un sorriso timido e un giacchetto di pelle che gli dona molto. Si siede davanti a me, mi presento e gli spiego per quale motivo l’ho voluto incontrare oggi. M. dovrà sostenere la fatidica audizione fra pochi giorni: quello squallido, agghiacciante rituale cui tutti i richiedenti asilo sono sottoposti per valutare la bontà della loro richiesta di protezione all’Italia. Io conosco già la data dell’appuntamento di M., ma non posso farne parola. L’informazione mi è stata passata in via del tutto informale, così mi limito a spiegargli in linea generale che cosa sia la protezione internazionale e come si svolgerà il suo colloquio con l’organo preposto del Ministero dell’Interno che deciderà sul suo caso. Lui mi ascolta con attenzione, la fronte leggermente aggrottata e gli occhi neri fissi nei miei. Ogni tanto mi ferma, chiedendomi di spiegare nuovamente alcuni punti poco chiari.
Al termine della panoramica generale chiedo a M. se ha voglia di condividere con me qualche cosa del suo passato. Durante l’audizione gli verrà chiesto proprio questo, di raccontare per quale motivo ha lasciato il suo paese, quindi gli propongo di provare a ricostruire, insieme, qualche passaggio importante. Mi dice di sì. Vuole assolutamente parlarne. E inizia a raccontare, come un fiume in piena.
M. è ghanese. E’ molto giovane, ha qualche anno meno di me. Racconta una storia contrassegnata da una famiglia profondamente divisa, lutti, duro lavoro nei campi in tenerissima età, continue peregrinazioni fra una città e l’altra. Non segue un ordine cronologico, ma una geografia tutta sua fatta di luoghi ed eventi che si compenetrano, dando vita ad una trama emotiva difficilmente comprensibile a qualcuno che non sia lui.
Eppure tutto questo va necessariamente reso intellegibile. Perché i parametri di valutazione sono standard, come il metro o il chilogrammo. Se la storia di M. sarà ritenuta sufficientemente triste, violenta, coerente, credibile, allora lui avrà una possibilità. Se sarà capace di apparire come una vittima modello, lo Stato lo premierà con un permesso di soggiorno.
Così mi calo nella scomoda ambiguità del mio ruolo: dopo averlo lasciato parlare liberamente, gli chiedo di provare a dare un ordine temporale a tutti gli eventi di cui mi ha parlato. Avverto nettamente la violenza di questa richiesta. Chiedergli di ridurre la sua storia di vita ad una mera timeline, come quelle che disegnavo in terza elementare sul quaderno di storia, mi imbarazza profondamente. E ancor di più mi imbarazza appiattire la sua esistenza ad un’unica dimensione: quella della sofferenza.
Ma questo vogliono e, come due teatranti, questo daremo loro.
Alla fine spiego a M. che gli verrà fatta una domanda conclusiva molto importante, alla quale dovrà rispondere con attenzione. Gli chiederanno quali rischi correrebbe ora se tornasse nel suo paese di origine. Fa una risatina. I have no choice, mi dice. I can’t have the life I’d like to have in Ghana, continua. Poi il viso gli si contrae in un fremito, e scoppia a piangere. Anche la mia vista si appanna. Già so che sarà l’ennesima battaglia contro i mulini a vento, che il suo racconto non sarà ritenuto sufficiente e che molto probabilmente otterrà un sonante NO.
Eppure a me sembra più che legittimo pretendere la possibilità di ricominciare altrove, provando ad ottenere ciò che si desidera. Non è forse la realizzazione personale uno dei principi fondanti della nostra società?
Due pesi, due misure. M. è nero. E’ africano. Tutto si nega nel suo caso. Rispondere a quei requisiti di vittima salvabile dai bravi, cattolicissimi, caritatevoli bianchi è la sua unica possibilità di farcela.
Un giorno mi piacerebbe incontrare M. senza avere alcuna scrivania che ci divida. Seduti uno accanto all’altra, sulla panchina di un parco, in una giornata di primavera. Gli chiederei di raccontarmi del sole, del mare, del cibo del Ghana. Forse finiremmo a parlare dei nostri progetti per il futuro, delle comuni incertezze, ridendoci un po’ sopra.
Nel frattempo, l’ennesimo sassolino mi si deposita sul fondo del cuore.