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Crisi climatica, neocolonialismo e migrazioni forzate

Il report del focus-lab al Venice Climate Camp, Lido di Venezia - 6 settembre 2019

9 settembre 2019

Si è tenuto venerdì 6 settembre il terzo focus-lab del Venice Climate Camp, che ha approfondito il nesso intercorrente fra crisi climatica, neocolonialismo e migrazioni forzate.

Definire il fenomeno migratorio all’interno della cornice del cambiamento climatico è, allo stesso tempo, semplice e complesso. Semplice perché gli accadimenti degli ultimi anni lo hanno fatto diventare tema di dibattito mainstream.
Complesso perché è il risultato di un processo storico secolare, dominato da un sistema capitalista che si fonda sulla distruzione sistemica di alcuni territori e su un estrattivismo senza freni.

Per Nnimmo Bassey, autore e direttore della Health of Mother Earth Foundation la sfida più grande di questo tempo è rompere le motivazioni storiche per cui le persone sono costrette a muoversi: le persone dovrebbero spostarsi da un posto a l’altro per scelta e non per fattori legati allo spossessamento continuo delle loro terre perpetrato dal sistema capitalistico. Quello si è aggravato negli ultimi decenni è che il capitalismo non vede solo la terra come una risorsa di cui appropriarsi, ma anche la vita delle persone, obbligate a morire in un ambiente sempre più deteriorato o a scappare. Multinazionali come Shell, Eni o Exxon stanno producendo un vero e proprio ecocidio in Nigeria e nel resto del continente africano. Le grandi compagnie petrolifere non investono più del 5% nei territori che saccheggiano, di fatto demolendo qualsiasi possibile sviluppo dell’economia locale.

Tutto questo viene poi gestito da scelte politiche che disconoscono il problema, come ad esempio il fatto che la stessa Onu non riconosce lo status di rifugiato climatico. La protezione internazionale viene concessa solo a coloro che fuggono da situazioni di guerra, senza tener conto che la deprivazione dei territori equivale a una dichiarazione di guerra. Ed è nell’insieme di queste dinamiche che si alimenta un razzismo ambientale sempre più violento.

Marco Armiero, direttore dell’Environmental Humanities Lab del Royal Institute of Technology a Stoccolma, insiste sulla causa principale del nesso tra migrazioni-clima: il capitalismo.
Le persone non fuggono dall’ambiente in sé, perché dividere naturale e sociale non è possibile. Il capitalismo è talmente intrinseco alla natura che chi scappa non lascia i territori per alcuni fenomeni atmosferici, ma scappa da un modello di sviluppo che ha distrutto gli stessi. Nel 1929 molti agricoltori e allevatori lasciarono l’Oklahoma dopo la crisi economica: si dice che furono i primi rifugiati politici, che Armiero definisce “rifugiati capitalistici”, anche perché si muovono proprio all’interno della patria del capitalismo.

Un altro concetto su cui ha molto insistito Marco Armiero è quello di una visione che ha imposto il capitalismo, che sposta la crisi ecologica in un "altrove", sia temporale che spaziale. La previsione che nel 2050 ci saranno 250 milioni di profughi climatici o il fatto che la Svezia "democratica" degli anni ’80 spostava i rifiuti nel Cile di Pinochet fanno parte della stessa logica. Questo "altrove" da un lato depoliticizza il presente, dall’altro è intriso di un background coloniale grazie al quale quale il capitalismo riesce con più agilità a mettere a valore la vita e la morte delle persone, il loro presente e il loro futuro. In realtà l’apocalisse non è nel futuro, ma è stato nel passato e oggi si vedono le conseguenze di secoli di sfruttamento e disuguaglianze.

Nnimmo Bassey torna sulla questione delle scelte economiche e politiche che hanno pesantemente condizionato la storia del continente africano. Nel 1991 la Banca Mondiale ha sostenuto che l’Africa non fosse inquinata; da allora il Nord globale l’ha sistematicamente usata come una discarica, e lo stesso ha fatto con l’America Latina o l’estremo Oriente. Tutto questo ha prodotto e continua a produrre morte. Nel 2011 un rapporto Onu stimava il fatto che, in alcune zone della Nigeria, il terreno fosse contaminato fino a 5 metri di profondità (il 900% in più rispetto alla media); oggi si pensa che i metri siano diventati 7. Tutti conoscono questi dati, ma nessuno pone rimedio, anzi chi si ribella viene ucciso, come accaduto a Ken Saro-Wiwa fatto assassinare dall’Eni nel 1995. Nnimmo racconta di essere diventato attivista climatico proprio in seguito a questo episodio. La situazione non è molto diversa in Ghana, dove il governo utilizza l’esercito per consentire alle multinazionali petrolifere di operare in zone dove è sviluppata una delle poche forme di economia locale, l’industria della pesca.

Oltre al classico estrattivismo petrolifero, negli ultimi anni è aumentato lo sfruttamento attraverso nuove tecnologie, che vengono spacciate come "green", ma che in realtà continuano a saccheggiare e impoverire questi territori. Le soluzioni non possono essere trovate dal capitalismo, ma risiedono nella costruzione di un attivismo climatico globale che sappia sognare e creare un nuovo mondo.

Marco Armiero conclude il suo intervento riprendendo la questione delle "narrazioni". In particolare, la narrazione xenofoba è riuscita a vendere un’idea di "Paradiso" che va difesa costruendo muri e confini. Dall’altro lato abbiamo una società globale nella quale si può muovere liberamente qualsiasi cosa, tranne le persone. Una vera e propria ipocrisia prodotta dal capitalismo che si accompagna a quella dei confini sociali che vengono continuamente eretti accanto a quelli geografici e politici. Non si accetta l’idea che a muoversi siano i poveri, che a lottare contro la crisi climatica siano le classi subalterne che, secondo la visione borghese e coloniale, dovrebbero rimanere "zitte e ferme". I modelli di riferimento attuali sono infatti quelle lotte che hanno innanzitutto demolito questo retaggio coloniale, come quella zapatista e quella del Rojava.