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Dal Viminale continuità e silenzio sulle ONG, da Bruxelles esternalizzazione contro i migranti ed i diritti umani

Di Fulvio Vassallo Paleologo, Associazione Diritti e Frontiere

14 settembre 2019

1. Cambia la forma, ma rimane la sostanza. Una considerazione che accomuna la nuova squadra di governo, in Italia, con la Commissione europea che si dovrà adesso presentare al voto del Parlamento europeo. Le materie dell’immigrazione e dell’asilo rimangono strettamente incardinate al tema della sicurezza, ed alla “difesa dei confini”, senza alcuna effettiva garanzia dei diritti fondamentali delle persone migranti. La narrazione della "discontinuità” del nuovo governo italiano e della Commissione europea appare già in crisi. Sembrano già lontani i giorni in cui Zingaretti , con riferimento agli ultimi soccorsi in acque internazionali operati dalla Ocean Viking, affermava solennemente “quella nave per me deve entrare, senza se e senza ma”.

Dall’Italia non arriva nessuna risposta alla richiesta di un porto sicuro di sbarco, giunta da giorni alle autorità italiane dalla nave Ocean Viking, ferma con il suo carico di naufraghi in acque internazionali tra Malta e Lampedusa. Un silenzio che si protrae dopo la disponibilità offerta dalla Commissione europea per la redistribuzione dei naufraghi, dopo la fiducia al nuovo governo, che ha apertamente rinunciato alla abrogazione dei decreti sicurezza imposti da Salvini, sotto il ricatto del capo della lega che, dall’opposizione, minaccia addirittura di non fare più uscire dal Parlamento quei deputati e senatori che dovessero abrogare con il loro voto le disposizioni disumane ed incostituzionali contenute nei decreti sicurezza.

Salvini del resto può preparare la sua rimonta, già in vista delle prossime elezioni regionali, con il Viminale ben presidiato da uomini come i sottosegretari Crimi (che è anche “viceministro”) e Sibilia che hanno condiviso pienamente tutte le sue scelte e si sono distinti per gli attacchi contro i soccorsi umanitari in alto mare e le Organizzazioni non governative. Attacchi che hanno avuto alla base la piena condivisione della delega alla Guardia costiera “libica” delle intercettazioni in acque internazionali, ed i respingimenti collettivi applicati con i divieti di ingresso adottati dal Viminale, nei confronti delle persone soccorse dalle ONG e bloccate per giorni al limite delle acque territoriali italiane.

Oggi, a differenza di quanto avveniva nei mesi scorsi, a partire dal caso Aquarius nel giugno del 2018, piuttosto che un divieto di ingresso, dal Viminale si frappone un silenzio assordante, una mancata indicazione del porto sicuro di sbarco, che risulta in contrasto con quanto prevedono le Convenzioni internazionali di diritto del mare, che impongono ai paesi firmatari il dovere di coordinamento e di risposta immediata dopo avere ricevuto la prima segnalazione di un evento di soccorso. Una serie di gravi inadempienze che sono state già contestate anche in sede giudiziaria al ministro Salvini, e che adesso potrebbero essere reiterate da parte di un nuovo ministro che aveva promesso maggiore umanità, ma che nella sostanza rimane fedele ai decreti sicurezza ed alla ratio che li sostiene (ratio che anche dopo la formazione del nuovo governo, i vertici del Movimento Cinque stelle continuano a rivendicare). Sembra pure che si voglia garantire lo sbarco immediato in Italia soltanto alle persone in emergenza sanitaria (MEDEVAC) o ai cd. soggetti vulnerabili ( donne, minori, vittime di tortura), come se qualsiasi naufrago soccorso in alto mare non avesse il diritto allo sbarco in un porto sicuro e potesse restare in attesa giorni e giorni, prima che i governi concordino l’effettiva attuazione dei meccanismi di redistribuzione. Di certo non potrà essere la bandiera che batte la nave soccorritrice a determinare i criteri di ripartizione dei naufraghi soccorsi in acque internazionali o il porto sicuro di sbarco.

La redistribuzione promessa al nuovo governo italiano dalla Commissione europea non sta neppure garantendo una immediata indicazione di un porto di sbarco da parte del ministero dell’interno. E la stessa “redistribuzione” rimane nel solco di quanto deciso a Parigi nel vertice UE dello scorso luglio, senza che questo abbia avvicinato l’adozione di regole comuni vincolanti che, sia pure nel quadro della cooperazione intergovernativa, dessero certezze alle attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale. Si deve anche valutare se Malta rivedrà le sue posizioni di chiusura ed accetterà finalmente gli emendamenti alle Convenzioni Solas e SAR che le potrebbero imporre di garantire un porto sicuro di sbarco alle persone individuate in condizione di distress nelle acque internazionali rientranti nella vasta zona sar maltese. Tutto ancora da verificare, mentre le navi delle ONG rimangono bloccate ai limiti delle acque territoriali e ritornano bersaglio degli attacchi dei sovranisti da tastiera.

Per ogni giorno di blocco di una nave umanitaria, centinaia di persone rischiano di fare naufragio o di essere riprese dalle motovedette libiche e riportate nei centri di detenzione dai quali erano riusciti a fuggire. Le navi dei paesi europei ricomprese nelle operazioni dell’Agenzia europea Frontex, adesso ridefinita Guardia di frontiera e costiera europea, si sono allontanate dal Mediterraneo centrale per non essere coinvolte, come si verificava sino al 2017, in operazioni di ricerca e salvataggio. E soprattutto per non alimentare scontri diplomatici al monento della richiesta di un porto di sbarco sicuro.

Si deve ricordare che bloccare in alto mare una nave umanitaria per una settimana, in un periodo in cui la missione Eunavfor Med prorogata per altri sei mesi continua ad operare solo con assetti aerei per avvistamento e smistamento delle informazioni alle autorità italiane, maltesi e libiche, significa ridurre al minimo le speranze di sopravvivenza di quei migranti che comunque, anche in assenza delle ONG, vengono fatti fuggire, a caro prezzo, dalle coste libiche controllate dalle milizie colluse con i trafficanti.

2. La continuità nelle politiche contro i migranti si conferma anche a Bruxelles, malgrado il partito democratico abbia ottenuto importanti ruoli come la presidenza del Parlamento, ed un importante Commissario, e alcuni suoi esponenti si siano apertamente schierati contro la criminalizzazione delle ONG. Non si può dimenticare però che Gentiloni è stato l’artefice delle politiche di esternalizzazione e di accordi con le autorità libiche, approvate a livello europeo nel Vertice di Malta del 3 febbraio 2017, che adesso potrebbero essere riproposte nel prossimo vertice europeo, sempre a Malta, il prossimo 23 settembre.

Le posizioni emerse nei più recenti vertici europei lo scorso luglio ,dalla Conferenza dei ministri dell’interno UE a Parigi, al Consiglio europeo informale di Helsinki si dimostrano su una linea di continuità con la politica degli scorsi anni, che ha trovato il suo asse centrale nella esternalizzazione dei controlli di frontiera. Obiettivo della continuità europea in materia di immigrazione, che si continua a sovrapporre al tema della protezione internazionale, è ancora il “rafforzamento” della protezione delle frontiere esterne, “fondamentale per rendere lo spazio Schengen più sicuro e gestire la migrazione in modo più efficiente. Le nuove norme consentiranno a Frontex di fornire agli Stati membri un sostegno più rapido ed efficiente in relazione a vari compiti, compresi i controlli di frontiera e il rimpatrio di chi non ha diritto di soggiorno”. La missione Eunavfor Med viene prolungata di altri sei mesi con la sola presenza di assetti aerei, un espediente adottato a partire dal 31 marzo 2019 per evitare che gli assetti navali europei si possano trovare coinvolti in attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. Dunque in piena CONTINUITÀ con il ridimensionamento della missione e della sua riconversione ad attività di intelligence, decisa dal Consiglio europeo lo scorso anno.

Rimangono centrali il mantenimento del sistema dei centri di detenzione amministrativa e degli accordi di rimpatrio con i paesi terzi (quello tra Italia e Tunisia viene addirittura preso a modello per la possibilità di rimpatri con procedure “semplificate”) e il diretto coinvolgimento di questi paesi nelle attività di blocco dei migranti in alto mare. Come permettono gli accordi tra Italia e il governo di Tripoli, con un appiattimento sul modello delle operazioni Frontex ed Eunavfor Med che negli ultimi mesi hanno privilegiato le attività di monitoraggio piuttosto che le operazioni di ricerca e salvataggio. I propositi di una riforma del Regolamento Dublino appaiono fumose e prive di tempi certi, anche per la feroce opposizione del Consiglio europeo, influenzato dai paesi del gruppo di Visegrad in una procedura complessa che, in attesa di una modifica dei Trattati UE, richiede un consenso di quasi tutti gli stati membri, salva l’opzione di opt out. Orban è persino riuscito ad inserire una sua rappresentante in Commissione. Non basterà qualche sanzione pecuniaria, come sembra ritenere il premier italiano Conte, per indurre paesi come l’Ungheria o la Polonia a modificare le proprie posizioni contrarie ad una sostanziale revisione del Regolamento Dublino.

In questo quadro anche la prospettiva di una “redistribuzione” automatica dei richiedenti asilo (dunque non di tutti i naufraghi), soccorsi nel Mediterraneo centrale, tra i paesi europei che daranno la loro disponibilità, non risolve il problema dei soccorsi nelle acque a nord delle coste libiche. Si tratta del resto di una politica che potrà funzionare soltanto se le partenze dalla Libia saranno molto ridotte come in questo periodo, ma non appena queste aumenteranno in modo significativo per la deflagrazione del paese o per nuovi accordi tra le milizie ed i trafficanti, il meccanismo di redistribuzione, che non comporta una maggiore capacità di ricerca e salvataggio affidata agli stati ed alle ONG in acque internazionali, potrebbe andare in crisi. Una crisi che significherà soltanto tanti cadaveri dispersi in mare e tante persone, donne e minori compresi, intercettati in acque internazionali e rivenduti dalla sedicente guardia costiera “libica” ai miliziani che controllano i centri di detenzione in Libia.

Persino l‘ex Commissario europeo all’immigrazione Avramopoulos riconosce adesso che le ONG non devono essere criminalizzate e che occorre una politica con intese di carattere permanente che stabiliscano le modalità di sbarco dei naufraghi soccorsi nel Mediterraneo. Sembra dunque unanime la considerazione che la Libia non possa garantire porti di di sbarco sicuri. Una dichiarazione che è stata fatta propria anche dalla portavoce della precedente Commissione Europea, senza però portare ad un blocco degli accordi dell’Italia con la sedicente guardia costiera libica. Come un minimo di coerenza e di rispetto dei diritti umani avrebbe imposto.

3. Una svolta potrebbe realizzarsi se si dovesse riuscire ad ottenere la firma del Global compact for Migration da parte del governo italiano, negata dal governo precedente soltanto perché richiamava al rispetto dei diritti fondamentali di tutti i migranti in quanto persone. Anche altri paesi europei a guida sovranista si erano allineati alla posizione italiana. Una grave frattura dell’Unione Europea. Adesso la nuova Commissione dovrà dare un segnale chiaro, se intenderà procedere verso il rispetto dei diritti umani dei migranti o se invece vuole continuare, come appare più probabile, con politiche che, allo scopo di isolare i partiti sovranisti, ne fanno proprie le parole d’ordine e le scelte politiche e comunicative. Come si è verificato con la istituzione di un “Commissario alla protezione dello stile di vita europeo”, una dizione identitaria che riporta agli orrori della discriminazione razziale del secolo scorso, uno sfregio ai trattati istitutivi ed alla visione politica dei padri fondatori dell’Unione Europea.

L’attuale modello di sviluppo, i processi di delocalizzazione, la crisi dello stato sociale, i particolarismi regionali, condannano intere generazioni europee ad un futuro di emigrazione (anche interna) e di precarietà. Occorre invertire questo degrado e contrastare l’aggressione contro i più deboli, contro le povertà e le differenze, ma con la pratica di un nuovo modello di convivenza sociale basato sulla solidarietà, sulla valorizzazione dei beni comuni, sull’ambiente, sull’accoglienza considerata come una risorsa e non un problema da risolvere con misure da ordine pubblico. La disuguaglianza, dopo avere colpito i migranti sta aggredendo le fasce più deboli della cittadinanza, ancora illuse che le misure sui redditi di cittadinanza possano compensare la fine delle prospettive di lavoro.

Bisogna uscire dalla trappola degli attacchi contro le ONG che salvano vite in mare. Vanno abrogati i decreti sicurezza e si deve riformare il Testo Unico sull’immigrazione, con la depenalizzazione di decine di ipotesi di reato introdotte dalla lega a scopo esclusivo di propaganda elettorale. Ci si dovrebbe orientare verso soluzioni permanenti a regime, per legalizzare le decine di migliaia di migranti tagliati fuori dalle riforme restrittive in materia di protezione internazionale, e per aprire consistenti canali di ingresso per lavoro. Anche i migranti economici devono esercitare il diritto alla mobilità nel rispetto dei loro diritti fondamentali.

Contro le prassi di criminalizzazione dei soccorsi umanitari, e contro chi continua a diffondere odio e calunnie contro le ONG ed i migranti che soccorrono persone in alto mare, rimane centrale la giurisdizione. Non esistono governi “amici” che restituiranno dignità e diritti fondamentali a persone che una devastante propaganda ha ormai configurato come “nemici interni”. Ci vorranno denunce diffuse e azioni di resistenza legale contro prassi illegittime frutto di una deriva securitaria che non si esaurirà certamente con l’uscita di Salvini e della Lega dal governo. Gli attacchi contro le ONG erano cominciati infatti, sia a livello europeo che in Italia, con governi socialdemocratici, basti pensare al sequestro della nave Iuventa a Lampedusa nell’agosto del 2017, e la martellante campagna propagandistica contro le ONG, avviata in occasione della formulazione del cd. Codice di condotta proposto dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti. Non si può permettere che ancora oggi qualcuno, dopo anni di indagini andate a vuoto, continui ad infamare le ONG che sarebbero “colluse” con i trafficanti. E da parte di importanti settori del PD non si nasconde la continuità della linea Minniti con la linea della “responsabilità” adottata adesso dal ministro dell’interno Lamorgese.

La questione dei soccorsi in mare e dell’abrogazione dei decreti sicurezza si conferma ancora come una questione centrale per la democrazia italiana. Per Salvini, “non si torna indietro”, come ha urlato sul palco della manifestazione organizzata da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, in Piazza Montecitorio.“E se qualcuno lo pensa lì dentro (nel Governo, ndr) non li faremo uscire da quel Palazzo“. La proposta di modificare i decreti sicurezza, restando nei limiti dei rilievi fatti dal Presidente della Repubblica, appare una correzione di rotta minima che rimane nel solco delle politiche di criminalizzazione imposte dalla lega. Preoccupanti al riguardo le più recenti dichiarazioni dei capi dei partiti dell’attuale maggioranza e dello stesso presidente del Consiglio. Più delle parole contano i fatti. La Ocean Viking rimane tenuta fuori dalle acque italiane con il suo carico di naufraghi per una scelta di un governo che ormai non ha più alibi e si trova nel pieno dei suoi poteri.

Occorre costruire un vasto fronte di opposizione sociale a queste politiche di morte, sia a livello europeo che a livello nazionale. La traversata nel deserto dei diritti umani sarà ancora lunga. Si dovrà lavorare ed in profondità, per attivare meccanismi e soggettività per la solidarietà tra le popolazioni delle due sponde del Mediterraneo. Rimane centrale il ruolo delle ONG e delle agenzie internazionali, come Amnesty International, che difendono i diritti umani. Odio e disinformazione che inquinano la società italiana non potranno diradarsi in tempi brevi. La spinta dal basso, la capacità di resistenza degli attori locali, i processi di autorganizzazione esistono già. Ma dalle istituzioni della rappresentanza popolare occorrono già nel breve periodo forti e credibili segnali di discontinuità con il passato, per non ricadere nelle evidenti contraddizioni che hanno caratterizzato la politica (non solo migratoria) dei governi socialdemocratici in Italia ed in Europa.