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Diario di una mediatrice culturale

di Monia Ben R’houma

26 settembre 2019

Pubblichiamo uno dei racconti di Monia Ben R’houma tratti dal suo blog personale.
"Questi non sono numeri, non sono personaggi inventati di una storia che vi racconterò ma sono persone" scrive Monia, "hanno un nome, un volto, un odore, una voce, e io li ricordo, li ho visti, sentiti ed ascoltati."

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Questo è un inizio di una catena di racconti veri di migranti, delle loro disavventure, dei loro dolori e delle loro gioie.
Questa è una raccolta di emozioni che ho provato io personalmente, presentandomi come una pagina bianca davanti a queste persone, dando loro la possibilità di scrivermi addosso.
Accedendo a Wattpad avrete la possibilità di leggere e sarò lieta di ascoltare i vostri pareri.
https://my.w.tt/kRCxOOe1b0

L’inferno di Jamila

Arrivo in quell’ufficio improvvisato con un tavolo e due sedie, sistemo le mie agende, il tablet con i questionari, le penne, l’elenco degli intervistati e una cartina geografica dell’Africa. Esco per prendermi un caffè alle macchinette e iniziare una nuova giornata, una giornata piena di storie nuove.

Entra in stanza Jamila, in arabo il suo nome significa Bella, ed era bella veramente. Una donna formosa, altissima e ben impostata, ha la pelle scura e liscissima, delle labbra carnose e degli occhi neri enormi. Porta il Hijab viola lasciato cadere leggero sulla testa definendo i lineamenti del suo viso.

Ha un abito lungo colorato. Una bambina la tiene dall’abito nascondendosi dietro di lei mentre entra nella stanza. Lei è Yasmine, gelsomino, figlia di Jamila. Una bambina di quattordici anni.

Jamila e Yasmine sono partite un anno fa dalla Somalia. In Somalia si vive una guerra civile già dagli anni ’90 che vede contrapposti il Governo federale agli Al-Shabab, un’organizzazione degli estremisti islamici. Oltre questo nel corso del 2017 scoppia una nuova carestia che ha portato il paese a una nuova emergenza dopo quella del 2011.

Jamila e Yasmine scappano da un regime estremista, dal terrorismo. Le donne e le ragazzine non possono girare per strada da sole o con il capo scoperto e non possono frequentare le scuole.
Jamila e Yasmine scappano dalla fame e dalla carestia. Hanno trovato un aggancio per lasciare il paese dove non è rimasto nessuno per loro.

Jamila mi racconta del suo viaggio e le mostro la cartina geografica per farmi indicare con il dito quali paesi ha attraversato durante il suo viaggio. Lei ha trentacinque anni e non ha mai frequentato la scuola, è cresciuta aiutando il padre e la madre con i lavori di campagna.

Jamila mi indica prima l’Etiopia, poi il Sudan, il Chad e poi la Libia. Sulla Libia si sofferma con il dito e mi dice che lì ha passato più tempo rispetto agli altri paesi. Ha visto il deserto, la fame, il caldo. Lei è stata trasportata con la sua piccola su pick-up da un posto all’altro. Tirava il Hijab sul viso suo e su quello di Yasmine per non farsi vedere dagli uomini che le trasportavano.

Il viaggio è stato molto difficile, mi racconta con tante pause tra una parola e un’altra. Il deserto era molto caldo e la notte tremavano di freddo, non avevano niente da mangiare o bere e i loro bisogni dovevano farle a pochi metri dagli altri. Tra i seni, Jamila, nascondeva la foto dei suoi genitori, una piccola immagine in bianco e nera con macchie marroni e qualche strappo.

Arrivate di notte in Libia dopo giorni di fame, dopo giorni in cui non hanno dormito per paura di essere separate, Jamila e Yasmine iniziano a percepire un clima abbastanza critico.

Vengono spinte giù dal pick-up, due uomini parlano in arabo, le urlano contro di seguirli senza parlare. Mi racconta di essere stata portata insieme alla figlia in un grande garage e chiusa in una stanza con altre donne, una cinquantina circa. Alcune donne piangevano e Jamila inizia a preoccuparsi, non era ciò che si immaginava di trovare. Si siedono a terra, in un angolino, Yasmine inizia a piangere chiedendo alla madre cosa stesse succedendo ma Jamila non riesce a spiegarlo nemmeno a se stessa...

Monia Ben R’houma