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Difensori senza muri: un rapporto sulla criminalizzazione di chi difende i diritti delle persone migranti in Messico, Centro America e Stati Uniti

La militarizzazione delle frontiere incrementa abusi e gravissime violazioni dei diritti umani

8 ottobre 2019

- Link all’articolo originale (ESP)

Defensores sin muros: un rapporto pubblicato nel settembre 2019 che dimostra come i difensori e le difensore dei diritti umani (DDH) che lavorano con le persone migranti subiscano criminalizzazione, aggressioni, arresti, deportazioni, detenzioni, interrogatori e intimidazioni.
Le interviste sono state realizzate su ambo i lati della frontiera Messico-Stati Uniti e sulla rotta Messico, Honduras, Guatemala e El Salvador.
Pubblichiamo la traduzione dell’introduzione e del contesto di questo rapporto.

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Settembre 2019

“Nel decennio del 1990, c’erano 12 agenti della Polizia di Frontiera nella nostra comunità. Adesso ce ne sono più di 400. La militarizzazione della frontiera è passata dall’essere qualcosa di secondario all’essere la questione dominante che dà forma alle nostre vite. Abbiamo sempre dovuto prendere la decisione di come aiutare la gente nel deserto. Adesso lo facciamo rischiando 20 anni di prigione.”
- Dr. Scott Warren, DDH, No Más Muertes

I. Introduzione


Riassunto
Sulla base della ricerca realizzata nelle regioni del Centro e Nord America tra aprile e agosto 2019 da Front Line Defenders (FLD), dal Programa de Asuntos Migratorios (Prami) dell’Università Iberoamericana di Città del Messico-Tijuana e da Red Nacional de Organismos Civiles de Derechos HumanosTodos los Derechos Para Todas y Todos” (Red TDT), le difensore e i difensori dei diritti delle persone migranti, coloro che proteggono le famiglie migranti, rifugiate/i, richiedenti asilo e altre/i subiscono gravi minacce durante i percorsi migratori che vanno dall’Honduras agli Stati Uniti, sia da parte di attori statali che privati.

Attraverso questa ricerca si dimostra che i difensori e le difensore dei diritti umani (DDH) che lavorano con persone migranti subiscono criminalizzazione, aggressioni, arresti, deportazioni, detenzioni, interrogatori, intimidazioni, sono monitorati con apparecchi digitali e vengono maltrattati solo perché svolgono attività umanitarie e di accompagnamento nei percorsi migratori della regione.

Questi attacchi fanno parte di un grande tentativo governativo transnazionale di fermare la migrazione di persone che fuggono dalla violenza e dalle persecuzioni in seguito a decenni di guerra, povertà, violenza di genere, mega progetti per lo sviluppo che invadono i territori degli indigeni senza prima consultarli, effetti del cambiamento climatico, minacce ed estorsioni da parte di bande, instabilità politica, corruzione, impunità e violenza statale da parte di governi oligarchici che storicamente sono stati appoggiati dagli interventi militari degli Stati Uniti in America centrale. Al momento, l’aumento della repressione contro la difesa dei diritti delle persone migranti pregiudica in maniera spropositata i DDH dei migranti, rifugiate/i, richiedenti asilo, i DDH delle persone irregolari negli Stati Uniti e in Messico, donne e attiviste che si identificano come queer in tutta la regione.

La ricerca mostra una molteplicità di abusi contro le difensori e i difensori dei diritti delle persone migranti nei vari percorsi migratori e nelle aree di confine. La diffamazione e la criminalizzazione delle attività umanitarie stanno aumentando in tutto il Centro e il Nord America. Le e i DDH in Guatemala, Messico e Stati Uniti vengono arrestate/i, aggredite/i e processate/i per aver fornito aiuti umanitari che includono la distribuzione di viveri, acqua e medicine e per aver gestito alloggi per famiglie migranti. Inoltre, gli arresti, gli interrogatori e le minacce da parte dei governi di Messico e Stati Uniti contro gli attivisti/e che aiutano le/i richiedenti asilo a ottenere i propri diritti nei procedimenti di regolarizzazione migratoria, dimostrano che si criminalizzano tutti i tipi di migrazione, anche quelli conformi con i procedimenti legali esistenti.


Alla persecuzione messa in atto dagli Stati mediante arresti, interrogatori e almeno tre sentenze pendenti fino a 24 anni di prigione, si aggiunge il fatto che le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti acuiscono i rischi di minacce da parte di gruppi della criminalità organizzata nei confronti delle e dei DDH. Per esempio, le e i DDH che lavorano lungo il confine Messico-Stati Uniti e che al momento rispondono all’emergenza umanitaria causata dalla politica dei “Protocolli di Protezione dei Migranti” del governo Trump, conosciuta come “Rimani in Messico”, riportano un aumento di minacce e intimidazioni da parte di gruppi criminali che li considerano ostacoli per il traffico di persone.

Con Front Line Defenders, il Prami e la Red TDT abbiamo intervistato 21 persone difensore dei diritti umani di persone migranti (DDH), alloggi e case per migranti in 10 città di entrambi i lati del confine Messico-Stati Uniti. Analogamente, abbiamo intervistato 10 DDH che lavorano con persone migranti per le strade di Messico, Honduras, Guatemala ed El Salvador. Molti di coloro che sono stati intervistati si identificano attualmente come persone migranti senza documenti, rifugiate, richiedenti asilo.

Questo rapporto mostra la diversità del lavoro delle difensore e difensori dei diritti umani e l’ampia varietà di rischi che affrontano, in un contesto regionale di criminalizzazione delle persone migranti.

Le interviste vengono presentate in base al tipo di aggressione che hanno subito: arresto e detenzione; deportazione e rischio di deportazione; detenzione e processo; diffamazione e minacce; sorveglianza, intimidazione e aggressioni contro alloggi, uffici e spazi comuni; reti criminali, milizie nazionaliste e attori armati non governativi. Diverse/i DDH hanno segnalato più di un’aggressione e per questo motivo compaiono in più di una sezione.


Contesto

A maggio 2019, 132.880 persone migranti sono state trattenute dalle autorità migratorie statunitensi al confine tra Messico e Stati Uniti, è il numero più alto in dieci anni [1].

Tutte loro hanno viaggiato in condizioni estreme per migliaia di chilometri col fine di attraversare il Centroamerica e il Messico e arrivare agli alloggi vicini ai porti di entrata degli Stati Uniti. Le famiglie e i/le bambini/e migranti che arrivano hanno raggiunto numeri storici: a febbraio 2019, la Polizia di Frontiera ha fermato più di 36.000 famiglie. È il numero più alto da quando, nel 2012, si è iniziato documentare le cifre delle detenzioni di nuclei familiari [2].

In America, lungo i percorsi migratori, i governi violano sistematicamente i diritti delle persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo [3] . Mentre attraversano il Centroamerica e il Messico, le/i migranti sopportano un alto numero di discriminazioni, estorsioni, abusi fisici e sessuali, tratta di persone, sequestri, rapine, arresti e sparizioni da parte delle autorità e della criminalità organizzata. Queste aggressioni ai migranti si aggiungono alle condizioni rischiose che affrontano coloro che fuggono dalle persecuzioni dei loro paesi di origine. Ciò comporta vivere per mesi in continuo movimento, senza una dimora decente dove passare la notte, senza cibo, in condizioni climatiche estreme, ma anche conseguenze psicosociali che sfociano in problemi di salute mentale.

Le morti dei migranti nel deserto che attraversa il confine Messico-Stati Uniti sono radicalmente aumentate a seguito di una serie di politiche in materia di confini imposte dagli Stati Uniti dal 1990. L’ “Operazione Guardian” (Gatekeeper) è stata l’inizio della politica di “prevenzione attraverso la dissuasione” (definito nel Piano Transfrontaliero Strategico del 1994).


L’ “Operazione Guardian” è stata elaborata per dissuadere la migrazione della zona urbana di San Diego ed è diventata un modello per le politiche pubbliche successive che concentrano gli agenti della Dogana e Protezione Transfrontaliera (CBP, la sigla in inglese) nelle aree intorno ai punti di entrata più vicini ai centri urbani, dove vi è più facilità di accesso ai trasporti via terra e altri mezzi. Queste politiche pubbliche hanno spostato di proposito le persone migranti verso le zone desertiche con condizioni climatiche estreme. Questa situazione ha provocato, in maniera diretta, l’aumento del tasso di mortalità dei migranti e una maggiore dipendenza dai trafficanti o coyotes.

Dal 2001, con il “Piano Sud” in Messico, la militarizzazione dei confini e dei percorsi migratori nel territorio messicano è aumentata. Nel 2014, il governo di Enrique Peña Nieto ha messo in atto il “Programma Integrale Confine Sud”, una strategia simile a quella della prevenzione attraverso la dissuasione che ha rinforzato i controlli di confine nel sud del Messico e ha aumentato i controlli migratori in tutto il paese [4] . A causa di queste politiche, le persone migranti sono state costrette a percorrere strade più pericolose durante il loro cammino verso nord, inoltre sono aumentate le violazioni dei diritti umani e la violenza nei loro confronti, come anche i rimpatri e le deportazioni di migranti e richiedenti asilo [5].

Le persone migranti che arrivano ai porti di entrata degli Stati Uniti devono sopportare la negazione sistematica del loro diritto a richiedere asilo, oltre a subire aggressioni fisiche, minacce di arresto e di essere sottoposti a trattamenti crudeli, disumani e degradanti. Nei porti di entrata, gli agenti migratori statunitensi utilizzano la forza per far tornare in territorio messicano i/le richiedenti asilo e minacciano di chiamare la polizia messicana.

All’inizio di maggio 2019, una Corte d’Appello Federale negli Stati Uniti ha stabilito che il programma del governo Trump che riporta i richiedenti asilo in Messico (Protocollo di Protezione dei Migranti, o MPP, la sigla in inglese), potrebbe continuare a rimanere in vigore, nonostante una richiesta che mira a eliminare completamente il programma sia in attesa di una decisione finale dinnanzi alla Corte d’Appello del Nono Circuito, e la questione potrebbe arrivare anche alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Secondo un documento informativo del Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli USA, fino a metà agosto del 2019 sono stati riportati in Messico 35.000 centroamericane/i richiedenti asilo [6].
Non esiste nessun piano integrale che fornisca trasporti, approvvigionamento alimentare, alloggio, e nemmeno supporto legale per coloro i/le quali sono stati rimpatriati/e. Tutto questo è a carico di un piccolo gruppo di volontarie/i e difensore difensori dei diritti umani che lungo il confine organizzano assistenza logistica di emergenza per far fronte alla crisi umanitaria provocata dall’arrivo e dal ritorno di persone con bisogni di protezione specifici.


Inoltre, il governo degli Stati Uniti ha minacciato di togliere gli aiuti internazionali offerti ai governi di Guatemala e Honduras e di imporre il 5% di dazi al Messico, se i suddetti governi non ridurranno il flusso di migranti verso il nord. Sotto questa pressione, il governo del Guatemala ha acconsentito all’intervento di truppe statunitensi nel proprio territorio col fine di controllare il flusso di persone al confine col Messico e, in seguito, ha firmato un accordo che lo designa come “Paese Terzo Sicuro”, ciò permetterebbe di riportare migranti e richiedenti asilo dagli Stati Uniti al Guatemala [7].

Il governo messicano, dal canto suo, si è impegnato a ridurre la migrazione irregolare e ha schierato 15.000 membri della Guardia Nazionale al confine con gli Stati Uniti e 6.000 al confine sud col Guatemala. La Guardia Nazionale è una forza di polizia militare creata recentemente in Messico che ha l’autorità di stabilire posti di blocco e di fare controlli migratori insieme agli agenti dell’Istituto Nazionale per l’Immigrazione (INM).

In aggiunta, il governo messicano ha aumentato i posti di blocco per i migranti sulle strade che vanno dagli Stati del sud, principalmente Chiapas e Tabasco, a quelli del nord e ha messo in atto altre misure di controllo. Per esempio, proibire alle aziende di autobus di offrire servizi a persone non in possesso di documenti che confermano la loro permanenza regolare nel paese.

I risultati di questa politica trovano riscontro nelle cifre alte delle detenzioni: nel giugno del 2019 sono state arrestate 29.153 persone migranti [8], il che comporta un incremento del 353% in appena sei mesi, rispetto ai dati di gennaio 2019. Così facendo, il governo messicano riproduce le politiche di contenimento imposte dagli Stati Uniti, il che rafforza l’idea che il Messico sia una frontiera verticale con l’obiettivo di impedire il passaggio di migranti e richiedenti asilo.


Maggiore sicurezza delle frontiere e militarizzazione

La pattuglia di frontiera degli Stati Uniti è stata istituita nel 1924 e l’American Immigration Council stima che dal 1986 sono stati spesi 263 miliardi di dollari per l’applicazione della legge sulla migrazione. La militarizzazione del confine fra il Messico e gli Stati Uniti è aumentata in maniera considerevole dopo l’11 settembre 2001 e, attualmente, il budget per il controllo delle frontiere supera quello di tutte le altre forze dell’ordine federali, compreso i Servizi segreti, il Federal Bureau of Investigation (FBI) acronimo in inglese), Administration for Drug Control (DEA) e Marshals Service. Per i difensori e le difensore dei diritti umani, l’aumento della militarizzazione delle frontiere rappresenta un ostacolo al sostegno umanitario affinché i migranti ricevano assistenza umanitaria in tempo e non muoiano nel deserto.