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A Ventimiglia la parata senza frontiere

Dove voi vedete confini noi vediamo orizzonti

9 ottobre 2019

"Trovo inopportuna la paura per una cultura diversa"

Nel pomeriggio dello scorso sabato 5 Ottobre, la città di Ventimiglia è stata attraversata da un folto equipaggio di mare e di terra, composto da saltimbanchi, giocolieri, murghe, musicisti e attivisti che hanno animato le strade e reso la giornata accessibile a tutti attraverso la musica, l’ironia, la poesia e bellezza di una parata viva e senza frontiere.

L’arte e la creatività che si fanno tramite ed interpreti del presente, e veicolano la riflessione e l’attenzione non solo su questa frontiera, ma su tutte le frontiere, fisiche e immateriali. Frontiere che viviamo non solo ai confini fisici del nostro paese, dove le persone continuano ad essere respinte e deportate come pacchi, ed in mare, dove si continua a morire, ma in tutte le nostre città, in tutti quei luoghi dove persone decretate di “serie b” vengono escluse e confinate solo perché in qualche modo considerate "diverse".

Photo credit: Emanuela Zampa
Photo credit: Emanuela Zampa

Frontiere fatte di odio e pregiudizio, di mancanza di empatia, di paura di comprendere il problema. Perché farlo, prevede ammettere il proprio privilegio, e, di conseguenza, dover fare la scelta morale di come utilizzarlo. Se a favore o contro chi non ha le stesse opportunità. Una posizione neutrale, non esiste.

Simbolicamente, una Vostok 1 riprodotta in legno e palloncini, è atterrata a Ventimiglia, ed il cosmonauta Yuri Gagarin ha declamato un messaggio che vale pena riportare per intero:

“Compagne e compagni
sorelle e fratelli
sono atterrato
Io sono il Cosmonauta Yuri Gagarin figlio di Alexey e Anna. Ma il mio nome è casuale.
Sono tornato perché ho visto, compagni miei, che in questo mondo avete ricominciato a guardare al vostro dito e smesso di sognare l’infinito cosmo. La continua ossessione al profitto vi ha confinato in uno sterile individualismo e piuttosto che cambiare punto di vista vi aggrappate solo all’odio per coloro i quali sono diversi da voi.
Da lassù la terra è bellissima senza frontiere né confini!

Photo credit: Emanuela Zampa

La prospettiva da cui vi guardavo in questo periodo mi ha permesso di vedere il mondo nella sua interezza , nella sua fragilità. Compagni e compagne cambiate prospettiva!!!
Torno compagni e compagne torno e tutta la mia vita diventa un attimo e io Yuri Gagarin divento tutti voi con il mio slancio verso il cielo. Divento africano, italiano, bulgaro, peruviano, rumeno... figlio dell’umanità. Figlio dell’ottobre rosso!
”.

Photo credit: Emanuela Zampa

La parata, promossa dal Progetto 20k insieme a Saltimbanchi senza Frontiere, con la partecipazione di Mediterranea Saving Humans, é partita da Via Tenda per concludersi ai giardini Tommaso Reggio, dove gli artisti hanno tenuto uno spettacolo decisamente gradito ai più giovani ventimigliesi, e gli attivisti di Mediterranea e del Progetto 20k hanno condiviso le loro testimonianze durante una breve assemblea.

Photo credit: Emanuela Zampa
Photo credit: Emanuela Zampa

Organizzarla non è stato comunque semplice e le polemiche sul territorio non si sono placate, riconfermandone complessità e ostilità. Alcuni giorni prima della parata, regolarmente autorizzata, infatti, Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e la lista di Scullino hanno firmato una mozione per chiedere al sindaco di trovare un percorso alternativo, perché, come titolato da “La Riviera” qui i sempre pericolosi “no border” non passassero per il centro arrecando disagio, temendo addirittura scontri e provocazioni.

Ancora una volta la narrativa viene completamente stravolta per creare un clima di tensione negativa attorno al tema della frontiera, ma soprattutto della solidarietà, che arreca disturbo e pone le persone davanti alla loro scelta, quella di girarsi dall’altra parte.
Numerose sono state infatti le forze dell’ordine dispiegate per tenere sotto controllo questa pericolosa battaglia fatta di coriandoli e danze…

Photo credit: Emanuela Zampa
Photo credit: Emanuela Zampa

Molti hanno seguito dai balconi, hanno sorriso o si sono lamentati, come solito. Anche alcuni migranti in transito hanno osservato vagamente stupiti. Non si può dire che abbiano camminato con noi, i loro piedi feriti non possono permettersi il lusso di sprecare passi per gioco. Devono riposare quel tanto che basta per permettergli di rimettersi in cammino, per questo, camminiamo e parliamo noi per loro.

Pochi, forse nessuno li ha notati, perché sanno che a Ventimiglia devono restare poco, perché il dispositivo di invisibilizzazione funziona e non ci si pone più il problema. Ma la presenza migrante al confine c’è, ed i solidali che lo vivono sanno benissimo e riportano regolarmente come i numeri siano di nuovo in aumento, di come la consuetudine alle deportazioni forzate ed i respingimenti illeciti o violenti da parte della polizia di frontiera francese non accennino a smettere nonostante le decine di report pubblicati, ma è ormai normalizzato, nessuno ci fa più caso. Eppure sono lì. Sul prato nel parco, le ciabatte da un lato, i piedi fasciati, gli occhi stupiti e un po’ rallegrati dai colori della parata quando arriva ai giardini.

Parlo con un paio di loro, mi confermano di essere di passaggio dalla rotta balcanica, sono stati fermi a Bihac e hanno attraversato la foresta a piedi fino al confine italiano, superando le forze dell’ordine croate che si stanno tanto impegnando per dimostrare all’Europa dei confini quanto sono bravi a difenderli.

Photo credit: Emanuela Zampa

Ormai è chiaro, da un anno a questa parte almeno, Ventimiglia si può considerare non solo come il porto di terra dove transita chi arriva dal mare, di chi è già al secondo o terzo giro d’Europa, ma anche come la prosecuzione della rotta balcanica.

Le tracce del continuo passaggio si vedono soprattutto intorno alla stazione, dove con un breve giro trovo facilmente resti di cibo, medicinali, lamette da barba per sistemarsi e non dare nell’occhio. Lungo i binari si sta creando chiaramente un nuovo accampamento, o comunque una zona dove le persone in transito si fermano brevemente a riposare, ma molto più nascosto quindi potenzialmente più malsano di quanto non fosse il campo informale sotto al ponte autostradale, sgomberato ormai un anno e mezzo fa.

Il presidio della colazione resiste e lungo la strada tra la frontiera alta dove avvengono i respingimenti e la fermata dell’autobus che riporta alla stazione per un nuovo tentativo, le tracce di tutto ciò che non serve più: vestiti sporchi che non si saprebbe dove e come lavare, verbali, refus d’entrée stracciati da cui si può evincere anche il numero delle persone respinte dalla polizia francese: 24, alla fine della mattinata di domenica 6 Ottobre. 897, solo lo scorso Giugno, come riportato dagli attivisti del Progetto 20k e del collettivo di solidali Kesha Nya.

Se i confini in ingresso sono vaghi ed estesi, il mare intorno a noi, e l’altopiano carsico ad Est, qua, il collo d’imbuto rende molto facile, se si vuole, vedere queste persone in viaggio, ma anche Il confine tra loro ed il resto della popolazione.

Un confine che non è materiale, ma consistente e prende la forma della tipica signora ligure che mi avvicina nel parco alla fine della parata: abbronzata in qualsiasi mese dell’anno, talmente raggrinzita dal sole che potrebbe avere qualsiasi età compresa tra i 50 ed 90 anni ed impellicciata, perché nonostante il clima sia assolutamente mite, il calendario le dà già la scusa per sfoggiare il suo status sociale. Mi guarda sorridente, incantata dai suoni e dai colori e mi chiede cosa si sta svolgendo. “Una parata di artisti senza frontiere” rispondo vaga. Il sorriso svanisce, e fissandomi attraverso gli enormi occhiali da sole risponde: “Ma dov’è questa frontiera? Io qua non la vedo, è tutta la vita che faccio avanti e indietro, io la frontiera non l’ho mai vista”.

Si allontana, stizzita forse dalla sua stessa coscienza, dal momento di consapevolezza del fatto che il senso intrinseco del privilegio, è non rendersi conto del problema, negare di essere chiusi all’interno della propria frontiera, ignari del fatto che quel muro, non solo protegge, ma isola. Isola il sé dalla vita, dall’umanità e dai colori del mondo degli altri, là fuori. Ed è proprio per questo, che tutti i momenti di condivisione sono importanti, perché tutti gli equipaggi solidali, di mare e di terra, continuino ad incontrarsi, a mobilitarsi, non solo per creare una rete di porti sicuri, di mare e di terra, ma per non smettere di raccontare la realtà delle cose a queste coscienze chiuse nei loro muri.

Photo credit: Emanuela Zampa