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A Macerata fu tentata strage razzista: la conferma della Corte d’Appello

Luca Traini condannato a 12 anni: un breve commento della sentenza da parte di Paolo Cognini, avvocato delle parti civili

10 ottobre 2019

Mercoledì 2 ottobre si è tenuto alla Corte di Appello di Ancona il secondo grado di giudizio del processo a carico di Luca Traini per i gravi fatti di sangue verificatisi a Macerata il 3 febbraio del 2018. La Corte ha confermato la condanna in primo grado per Traini avvenuta esattamente un anno prima, evidenziando la natura stragista e razzista del suo gesto, in cui rimasero ferite 6 persone: Jennifer, Gideon, Omar, Wilson, Mahamadou e Festus.

L’episodio di Macerata ha segnato uno spartiacque in Italia nella percezione del razzismo: se da un lato Luca Traini è diventato una sorta di simbolo di quel vento reazionario che continua a soffiare sul nostro Paese e nel mondo, dall’altro ha fatto scattare una molla di riscatto collettivo, capace di portare in piazza nella cittadina marchigiana oltre 30 mila persone e di generare nuovi percorsi politici di movimento, a livello territoriale e nazionale.

Paolo Cognini, avvocato delle parti civili, ha commentato così la sentenza:

«La difesa dell’imputato ha riproposto in sede di appello i medesimi argomenti con i quali aveva tentato in primo grado di conseguire sostanzialmente tre obiettivi: far decadere il reato di strage; far decadere ogni possibilità che i fatti venissero considerati come tentato omicidio plurimo, confinandoli all’interno della fattispecie delle lesioni aggravate; tentare di conseguire le attenuanti generiche e di far decadere l’aggravante dell’odio razziale. La difesa dell’imputato chiedeva inoltre, in sede di appello, di rinnovare la perizia psichiatrica realizzata nel corso del primo grado di giudizio. Questo al fine di conseguire un esito diverso dalla perizia fatta, poiché questa aveva dimostrato una piena capacità di intendere e di volere del Traini nel corso dell’attuazione dei fatti che gli sono imputati.

La Corte d’Appello, a conclusione del giudizio - nel cui processo sono ovviamente intervenute le rappresentanze delle vittime dell’attentato messo in campo dal Traini - ha ritenuto di confermare interamente la decisione della sentenza di primo grado.

Credo si tratti di un risultato importante. Non tanto per quanto riguarda l’entità della pena o il numero di anni di carcere comminati, quanto più per la corretta ricostruzione e interpretazione dei fatti storici verificati quel giorno a Macerata. Una ricostruzione che, per l’appunto, porta la commissione a ritenere che in quell’occasione sia stato commesso un delitto di strage, e che la mano di Traini era armata da una motivazione di natura razziale e discriminatoria. Nel rigettare la richiesta di rinnovo della perizia, la Corte d’Appello ha anche confermato un altro dato importante, ovvero che il Traini non aveva una capacità di intendere e di volere ridotta o scemata. Al contrario, l’imputato era totalmente lucido e in grado di autodeterminare le proprie azioni. Per di più, nel momento dell’atto imputato, Traini dà applicazione pratica e concreta all’impianto ideologico di matrice razzista e neonazista a cui egli chiaramente apparteneva in modo organico.

Gli atti sono quindi stati fatti a mente lucida, e sono consequenziali a una logica ben precisa che ha come obiettivo primario quello di colpire soggetti appartenenti a una determinata razza. Il fine è stato quello di intimidire e compiere un atto che potesse essere anche di esempio per le modalità di reazione e di attacco alla componente migrante che vive nelle nostre città e nei nostri territori.

Il fatto che il costrutto difensivo sia stato rigettato è dunque un importante risultato dal punto di vista della corretta proiezione sul piano giudiziario del fatto storico. Al momento abbiamo solamente il dispositivo della sentenza, le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni. Quando avremo anche queste sarà poi possibile fare un esame ancora più dettagliato e specifico dell’iter logico e giuridico che ha indotto la Corte a confermare pienamente e interamente la sentenza di colpevolezza di primo grado».