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Guerra in Rojava e politiche europee: quale futuro per le persone confinate a Lesbo?

Un contributo dall’isola di Lesvos della delegazione di Melting Pot e Global Project

11 ottobre 2019

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Lesbo - La piccola isola, appartenente al territorio greco, è situata a ridosso delle coste turche, separata da quest’ultime solo da uno stretto braccio di mare. Se fino a pochi anni fa era conosciuta solo come meta turistica, selvaggia ed incantevole, dal 2015 è balzata agli onori delle cronache insieme alle vicine isole di Samos, Leros e Chios in quanto epicentro e passaggio obbligato della rotta migratoria che, partendo soprattutto dai paesi mediorientali (Siria, Afghanistan, Iraq, Pakistan), ma in misura minore anche dall’Africa, attraversa la Turchia per giungere in Europa.

Se la prima gigantesca ondata di rifugiati, provenienti prevalentemente dalla Siria martoriata dalla guerra, aveva colto di sorpresa i governi europei, incapaci di gestire efficacemente il flusso di persone che dalle coste greche si era riversato lungo la cosiddetta “Balkan Route”, la progressiva chiusura dei confini, ma soprattutto il famigerato accordo UE-Turchia del 2016, avevano parzialmente ridotto i numeri degli arrivi sulle isole dell’Egeo.

L’accordo tra Erdogan e l’UE ha portato la Turchia ad attuare una politica di contenimento forzato dell’immigrazione verso i paesi europei attraverso, da un lato, l’innalzamento di un lungo muro e i respingimenti sui confini orientali del paese e, dall’altro, la creazione di immensi campi profughi dislocati nel territorio turco che ad oggi ospita complessivamente quasi 4 milioni di profughi e un altro mezzo milione di persone straniere [1]. Un preziosissimo strumento di ricatto nelle mani di Erdogan, da giocare costantemente sul tavolo delle trattative con i governi europei, terrorizzati dalla possibilità che questa marea umana possa avere via libera o essere spinta a lasciare la Turchia.

Negli ultimi mesi si è registrato un notevole incremento degli arrivi in tutta la Grecia, sia attraverso il confine di Evros, ma in particolare sulle isole dell’Egeo. Secondo fonti governative sono attualmente presenti circa 27.000 rifugiati [2], a fronte di una capacità massima di accoglienza di poco più di 6.000. Sull’isola di Lesbo ad oggi vivono - tra i campi di Moria e Kara Tepe - più di 16.000 persone, ma il quotidiano intensificarsi degli sbarchi e la crescente instabilità dello scenario mediorientale (proprio in queste ore è in corso l’infame attacco dell’esercito turco contro il Rojava) fanno prevedere il precipitare della già disastrosa situazione umanitaria sull’isola. Una situazione che è simbolo inequivocabile della totale inadeguatezza delle politiche di accoglienza europee e di rispetto del diritto d’asilo, e, al tempo stesso, di un braccio di ferro politico giocato sulla pelle di migliaia di persone, per cui Lesbo, insieme alle altre isole, rimane ad oggi un passaggio obbligato nella loro odissea alla ricerca di una vita migliore.

La traversata

Secondo le testimonianze raccolte dai volontari presenti sull’isola, le persone che dalle coste turche decidono di tentare la traversata verso Lesbo e le altre isole pagano circa 1000 dollari a testa ai trafficanti che, a differenza di quanto accade nel Mediterraneo centrale, lasciano agli stessi migranti il compito di preparare e guidare le piccole imbarcazioni, per lo più gommoni, con le quali mettersi in mare.

L’ostacolo da superare per chi prova a raggiungere Lesbo è lo sbarramento operato dalle motovedette della guardia costiera turca, fortemente potenziata con i fondi che l’UE ha trasferito al governo di Erdogan frutto degli accordi del 2016.
Gli attivisti di Lighthouse Relief, Ong che si occupa del monitoraggio del tratto di mare tra Lesbo e la Turchia, sostengono che il 50% delle imbarcazioni che tentano la traversata vengono intercettate dalle motovedette turche e ricondotte forzatamente ai porti di partenza e ai campi profughi presenti a ridosso delle coste.

Non essendoci alcuna zona di acque internazionali tra Grecia e Turchia, una volta superata la delimitazione territoriale le imbarcazioni vengono intercettate dai mezzi della guardia costiera greca e dell’agenzia europea Frontex che, stando a quanto riferiscono gli attivisti di Lighthouse Relief e di Refugee Rescue (ultima ong rimasta nell’Egeo a fare attività di salvataggio), nell’ultimo periodo non operano azioni di respingimento in mare, ma sbarcano i migranti sulla costa di Lesbo. Qui ricevono i primi soccorsi da parte delle ong all’interno dell’unico “transition camp” dell’isola, situato nella zona di Skala Sikamineas. Dopo una permanenza di 24-48 ore, ma che nei momenti di presenza più massiccia si può protrarre fino ad una settimana, le persone sono poi trasferite nei due campi ufficiali presenti: Moria e Kara Tepe.

Moria, “welcome to the hell!”

Qualche chilometro fuori Mitilene, la capitale dell’isola, sorge tra i campi di ulivi il campo di Moria, principale hotspot dell’Egeo.

Un campo governativo attrezzato per accogliere 2.800 persone rapidamente collassato di fronte alle oltre 13.000 che vi sono confinate. Intorno alle recinzioni che circondano i container del campo ufficiale è sorta la “jungle”: un enorme assembramento di tende e baracche costruite con materiali di fortuna e sommariamente numerate a bomboletta dove vivono la stragrande maggioranza delle persone presenti. A più riprese le persone confinate, insieme a attivisti e organizzazioni, hanno denunciato le terribili condizioni, ma nulla in questo lasso di tempo è cambiato.

L’accoglienza e i servizi presenti si dimostrano terribilmente carenti sotto ogni aspetto: dentro il campo i richiedenti asilo sono ammassati all’interno dei prefabbricati presenti, in condizioni igieniche e di sicurezza del tutto precarie. Il 29 settembre un sovraccarico di corrente all’interno di un container ha provocato un incendio causando la morte di una donna e di suo figlio, ma secondo i presenti i morti sarebbero almeno una decina.

Le recenti abbondanti piogge hanno trasformato il terreno in un mare di fango e l’abbassarsi delle temperature ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita. L’arrivo dell’inverno rappresenta una terribile prospettiva per le persone presenti, di fronte alla quale al momento non ci sono soluzioni previste al di fuori della distribuzione di bancali da parte di alcune ong, utilizzati per isolare tende e baracche dal terreno. L’immondizia è onnipresente in ogni parte del campo.

Come in ogni campo profughi la vita quotidiana è scandita dalle interminabili code per soddisfare ogni esigenza: fila per il cibo, per il medico, per qualche vestito, per il bagno, per il supporto legale. Sono necessari giorni di attesa anche solo per una semplice medicazione. Le ong presenti provano, seppur in maniera scoordinata, a far fronte alle necessità, ma la situazione rimane disastrosa e al limite della sopravvivenza.

L’iter burocratico per la richiesta d’asilo è disperatamente lento e inefficiente ed è suddiviso in due step: il primo consta di un’intervista preliminare senza rilevazione delle impronte digitali da svolgersi negli uffici all’interno del campo che dovrebbe stabilire l’idoneità a essere trasferito nei campi sulla terraferma greca per l’inizio del secondo step, la richiesta d’asilo vera e propria. Il dramma è che gli appuntamenti per l’intervista preliminare ad oggi vengono fissati per il 2021!

Significa che una persona dovrebbe vivere altri due anni almeno senza il diritto di muoversi al di fuori di Moria, per poi sperare di essere ricollocato in terraferma ed iniziare da capo un iter lungo altrettanti anni e dall’esito incerto. Altrettanto incerto e tema di approfondimento è invece è il futuro delle persone che non sono riconosciute come potenziali richiedenti asilo.

Tutta questa procedura macchinosa è la conseguenza del ruolo che ha assunto la Grecia e i suoi hotspot nelle più recenti politiche europee in materia di gestione dei flussi migratori. Una follia legislativa che costringe decine di migliaia di persone in un limbo senza futuro e in condizioni di vita disumane. Il fine, per nulla nascosto, è quello di ridurre il loro arrivo nel vecchio continente.

Kara Tepe e l’accoglienza possibile

Passando dall’inferno di Moria al campo poco distante di Kara Tepe si ha l’impressione di essere su un altro pianeta.
Il “villaggio” ospita al momento circa 1.400 persone selezionate tra i soggetti più vulnerabili: famiglie, donne, bambini, anziani, malati e portatori di handicap.

Campo di Kara Tepe

Il campo è gestito direttamente dalla municipalità di Mitilene che ne ha affidato la gestione a personale locale con il supporto di una decina di altre organizzazioni. Non si vede nulla che ricordi la vergogna di Moria: le unità abitative sono dignitose e ben disposte, gli spazi ampi, l’organizzazione rigorosa, non c’è polizia all’interno.
Notevole il numero di servizi offerti: la scuola di ogni grado è obbligatoria per tutti i minori; sono presenti ambulatori medici diversificati e attrezzati, con particolare attenzione alle esigenze delle donne; laboratori di informatica e musica, playground, servizio babysitting, barbiere garantiscono una vita dignitosa. E’ stata persino creata un’orchestra giovanile.

La popolazione dell’isola è stata coinvolta positivamente e sono molti i volontari che prestano servizio all’interno del campo, stimolando un circolo virtuoso di conoscenza reciproca e collaborazione con i rifugiati.
Kara Tepe rappresenta la dimostrazione che attraverso la pianificazione, la buona gestione e l’attenzione alle esigenze delle persone è possibile, anche in situazioni difficili, creare un modello di accoglienza umano ed efficiente.

Il problema a Kara Tepe non sta nel modello di accoglienza, ma nei tempi di permanenza e nell’impossibilità di autodeterminare il proprio viaggio migratorio. Quanti degli ospiti vorrebbero poter lasciare l’isola? Quanti di loro vogliono vivere i loro prossimi anni in un campo profughi? Domande che è opportuno farsi per non limitarsi agli aspetti più visibili.

Quale futuro?

Lo scoppio del nuovo conflitto nel nord della Siria, la costante instabilità dei paesi di provenienza dei profughi mediorientali e la crescente pericolosità della rotta del Mediterraneo centrale fanno facilmente prevedere come le isole dell’Egeo rimarranno ancora a lungo crocevia fondamentale dei flussi migratori.

Davanti ad un fenomeno di tale entità e durata temporale è del tutto evidente come sia necessario un doppio sforzo internazionale: da una parte devono cessare immediatamente le operazioni militari e di guerra che portano a incrementare il numero dei profughi; dall’altra assumere piena consapevolezza che solo delle innovative politiche comuni europee possono dare risposte efficaci alle necessità di queste persone: creazione di canali sicuri che non le obblighino a rischiare la vita per varcare i confini, velocizzazione dell’iter di richiesta asilo, libertà di scelta del paese di arrivo, facilità di ricongiungimento con i familiari.

Un “new deal” europeo che faccia dell’accoglienza, della solidarietà e del rispetto dei diritti umani i pilastri su cui fondarsi.