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XI Rapporto sul viaggio in Bosnia del 20-25 settembre

Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, Associazione Linea d’Ombra

12 ottobre 2019

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Fino ad oggi, Lorena ed io abbiamo agito come due attivisti indipendenti, senza appoggiarci ad associazioni, lavorando con chiunque ritenessimo opportuno collaborare. Oggi, dopo 22 mesi di viaggi in Bosnia, è diventato necessario costituire un’organizzazione di volontariato per poter continuare in maniera adeguata il nostro impegno. Dal 5 settembre esiste l’Associazione Linea d’Ombra ODV (odv: così oggi si chiamano le onlus), fondata insieme ad alcuni collaboratori e amici, alla quale d’ora in poi saranno versate le donazioni (l’iter burocratico della registrazione richiede tuttavia, alla data attuale, ancora alcuni giorni per il completamento delle formalità necessarie).

Il nostro quindicesimo viaggio in Bosnia (20-25 settembre) ci ha coinvolto in un’esperienza più drammatica delle precedenti. All’insegna della morte e della tortura. Riteniamo opportuno, quindi, iniziare il nostro rapporto con il riferimento a questa esperienza.

Photo credit: Mam beyond Borders

Nella tarda mattinata di lunedì 23, nello squallore brulicante dell’ingresso all’enorme capannone del campo Bira di Bihac, un’operatrice dell’IOM ci ha improvvisamente comunicato che Alì, come continueremo a chiamarlo (ovvero Khobeib), era morto il sabato precedente.

Nel decimo rapporto avevamo già parlato di questo tunisino dai piedi necrotici, perché respinto dalla polizia croata senza scarpe fra i boschi di neve. Il suo ostinato rifiuto di cure e un forte disagio mentale, uniti alla scarsa attenzione di IOM e DRC, lo avevano ridotto a sopravvivere in un container puzzolente. Non vogliamo riassumere ancora una volta la sua storia. Dobbiamo però accennare a quello che siamo riusciti a capire e a sapere delle settimane precedenti la sua morte.

Era scomparso da Bihac per riapparire a Sarajevo, dove era rimasto per alcuni giorni. Sappiamo che nella capitale della BIH una nota attivista della rotta balcanica, Nawal Soufì, si era occupata di lui ed era riuscita a farlo incontrare con la madre venuta dalla Tunisia. Da Sarajevo, dopo alcuni giorni, aveva chiesto aiuto a DRC per poter tornare a Bihac senza riuscire a dire dove si trovasse. Si è poi scoperto che era in uno squat assieme a degli algerini. E’ infine riapparso a Bihac, in condizioni aggravate di salute. Per scomparire di nuovo. In game. E’ stato infine raccolto svenuto in un bosco vicino al confine croato. Trasportato all’ospedale di Bihac, è morto nel reparto di chirurgia.

Non abbiamo più potuto vederlo. Abbiamo visto soltanto il suo cadavere.
Non avremmo mai immaginato di visitare un obitorio. Un luogo orribile non tanto e non solo perché deposito di cadaveri, ma per la penosa trascuratezza dei locali dal pavimento sporco, le porte delle celle arrugginite.

Da una cella frigorifera aperta, emergevano le folte chiome nere di due corpi avvolti in sacchi di plastica verde. Ad Alì, l’addetto aveva liberato il volto.

Non è stato un modo per salutare Alì. Un cadavere non si può salutare. I rituali funebri sono fatti per i vivi. Abbiamo però sentito l’esigenza di vedere il corpo di quest’uomo di 32 anni che da vivo, nella sua disperata vitalità di profugo anche dalla sua mente - lo avevamo definito un ‘profugo assoluto’ -, ci aveva coinvolto nella sua storia estrema.

E così, senza volerlo, abbiamo visto anche il corpo di un altro morto da profugo: il ragazzo accoltellato due giorni prima nel campo di Vucjak.

Guardare un volto immobile come una maschera, con la mascella legata, che sbuca da un involucro di plastica, è un modo radicale di fare esperienza del confine di Stato come dispositivo che uccide o che lascia morire.
Sappiamo tutti che cosa è un confine. È normale.

È normale che i confini siano controllati da uomini in armi. È normale che passino merci e turisti. È normale che “i clandestini” non passino o, se passano, rischino la vita. È normale che, se vengono catturati, siano sottoposti a dure punizioni, fino alla tortura. Non è legale, ma è normale. Normalità e legalità, spesso, non sono sullo stesso piano. Vince la normalità sulla legalità.
È normale, di fatto, anche leggere o ascoltare delle decine di migliaia di morti di questa fase migratoria. Diverso è stare davanti al cadavere di un singolo, conosciuto da vivo.

Morto come? Ucciso, assassinato da quel dispositivo di potere che è il confine. Attraversare un confine per noi, cittadini in regola, è normale. Per altri, attraversare il confine può significare prigione, tortura e morte.

Da chi è stato ucciso Alì? Da tutti coloro che gestiscono la fase migratoria: l’ONU (UNHCR, IOM), l’UE, i responsabili dei governi dei singoli paesi europei, dalla Germania alla Croazia (che non è in Schengen e che vuole entrarci)… da tanti, da troppi … dai cittadini indifferenti… anche dall’incapacità di chi pur vorrebbe agire per cambiare in meglio il mondo…
Tanti colpevoli, nessun colpevole! È il metodo delle burocrazie, soprattutto delle burocrazie democratiche, che non hanno l’alibi di un capo su cui scaricare la responsabilità.

Avevamo incontrato Alì dapprima quando era chiuso nel container puzzolente del campo Bira. Poi quando, seduto sulla soglia, si guardava intorno, nello squallido spazio dell’immenso capannone. Infine, l’ultima volta l’abbiamo salutato in un letto di contenzione, legato mani e piedi, nel reparto di neuropsichiatria di Bihac. Sappiamo che ha vagato a lungo negli spazi balcanici, fra boschi e polizie. Il suo viaggio è finito in questa cella rugginosa, in un altro container. In quello del Bira, il suo sguardo vagava chi sa dove. Qui glielo hanno spento.
Il corpo di Alì è stato in seguito portato in Tunisia, dove è stato sepolto (anche grazie all’intervento di Nawal Soufi).

Due giorni dopo, ripercorrendo a ritroso il percorso verso Velika Kladuša per ritornare in Italia, a una quindicina di chilometri dalla cittadina, vediamo camminare lungo la strada un ragazzo esausto. Scalzo. Ci fermiamo subito. Capiamo allora perché non portava scarpe. Lungo la parte inferiore della gamba destra, appare un’ampia area rossastra fra il ginocchio e il collo del piede. Sembra una vasta scorticatura. In breve, veniamo a sapere che era la traccia di una vera e propria tortura con ferro rovente. Responsabili: poliziotti croati. Lo avevano beccato pochi giorni fa in game!

È ormai ben noto che la polizia croata, baluardo dei confini dell’UE, agisce ogni genere di violenza contro i migranti. Ma un tipo di tortura così specifico, come arroventare un ferro per torturare una gamba, è qualcosa di più: indica una precisa volontà di infierire su un corpo inerme, che va oltre la solita violenza poliziesca, per quanto efferata.

Abbiamo poi saputo dallo stesso Ahmad, con cui siamo rimasti in contatto, che pochi giorni dopo essere stato riammesso al Bira, ha ripreso il game nei primi giorni di ottobre. E’ stato di nuovo catturato e torturato con lo stesso metodo.
Queste persone hanno comportamenti che sfuggono alla descrizione del linguaggio corrente: solo degli ossimori possono indicarli. In casi come questo, direi ‘una disperata speranza’.

Oggi l’attraversamento ‘illegale’ dei confini, il game come lo chiamano i migranti (il mettersi radicalmente in gioco), è la forma più alta di contestazione dei confini e quindi dello Stato come potere di vita e di morte, come potere di riconoscimento di chi ha diritti e di chi non ne ha, primo fra tutti il diritto di vivere.
Noi, che abbiamo questi diritti, dobbiamo raccogliere il significato politico di gesti come quello di Ahmad.

Questi due incontri imprevisti, diversi eppur simili, rappresentano un culmine nella nostra esperienza della condizione del migrante, del profugo, del richiedente asilo.

Alì, cacciato dall’Europa, delirante viaggia con i piedi necrotici che non si vuol far operare, vaga fra Bihac e Sarajevo, finché raccolto svenuto in un bosco, muore all’ospedale di Bihac. Ora il suo corpo è ritornato donde era venuto, in Tunisia.

La nostra memoria di lui trascorre dal container puzzolente del Bira, in cui ci chiedeva di aiutarlo a prendere l’aereo da Zagabria per tornare in Germania, dove aveva anche un figlio; alla carrozzella e alla carriola in cui a un certo momento fu deposto, perché con la carrozzella voleva uscire dal campo; al letto di contenzione del reparto psichiatrico dell’ospedale di Bihac; al rugginoso obitorio dello stesso ospedale, in cui, nel mio ricordo, la sua testa bruna spiccava fuori dal sacco di plastica.

Ahmad si trova ora al campo Bira. Anche il suo corpo, come quello di Alì e, in varia misura, di moltissimi altri, porta il marchio di chi non è riconosciuto degno di vivere.
Ad Alì hanno tolto le scarpe in inverno, costringendolo a camminare per chilometri nei boschi con i piedi nudi. Ad Ahmad hanno bruciato una gamba con un ferro rovente. Ecco la frontiera dell’Unione Europea, la nostra frontiera.

Ciò nonostante, a Trieste continuano ad arrivare migranti, soprattutto quelli che vogliono proseguire oltre l’Italia, perché la migrazione è inarrestabile come lo scioglimento dei ghiacci: entrambi fenomeni, in fondo, della stessa matrice!

Di costoro, a Trieste nessuno si cura, tranne pochissimi attivisti. La polizia ogni tanto li caccia dai luoghi frequentati quando diventano troppo visibili, ma forse fa comodo a tutti che se ne vadano, se restano invisibili. Dopo il grave episodio avvenuto nella questura di Trieste con l’uccisione di due poliziotti da parte di un sudamericano, è facile immaginare un peggioramento della situazione. Le dichiarazione del sindaco, che ha detto: ‘Siamo in guerra’ e c’è ‘gentaglia in giro’, indicano come il ceto politico locale si sia già precipitato a cogliere l’occasione per arraffare i voti della paura e dell’odio.

Photo credit: Lorena Fornasir

Velika Kladusa

Venerdì pomeriggio siamo arrivati a Velika Kladuša. Siamo subito andati al vecchio macello che No Name Kitchen e l’impegno di molti attivisti avevano dotato di docce e, diciamolo eufemisticamente, di una saletta del thé. Con piacere, vediamo che nel recinto c’è gente. Hanno riaperto un cancello secondario. Entriamo.

Una quindicina di afgani hanno rioccupato la fatiscente struttura. Uno di loro, 15 anni appena, sta preparando i fagioli, messi prima in ammollo, per sé e per gli altri amici. "Ho molta paura dei cani" dice mostrando i morsi con cui è stato attaccato dai cani della polizia croata mentre tentava il "game". Tutt’attorno gli altri compagni di 14, 16, 17 anni scoprono le gambe e le braccia per mostrare a loro volta le ferite. Non capiscono il perché di questa violenza e crudeltà. Poi ci preparano il tè con il latte e ci portano le loro poche cose in segno di ospitalità. Alcuni di loro stasera ritenteranno il game.

Più in là, in un prato, vicino all’ex palude dove un anno fa sorgeva il camp informale, vediamo tre o quattro tende. Un gruppo di circa 14 ragazzi ci saluta cordialmente. Stanno organizzando dei preparativi. Forse questa notte partiranno, nonostante fra loro ci sia chi è stato respinto 20 volte. Tutti portano i segni delle bastonature e i morsi dei cani poliziotto della polizia croata. Il sole per ora è ancora alto ma il freddo del tramonto già si annuncia.

La terra lievita la sua umidità. Altri cani del canile sul lato opposto del fosso, fanno sentire i loro tristi latrati. Sorridono. Sono belli i loro sorrisi fatti di quella mitezza che racchiude dolore rassegnazione e speranza. “Non abbiamo scelta - affermano. “Non possiamo tornare indietro, possiamo solo andare avanti a costo della vita”.

Sono nordafricani. La divisione etnica si sente, soprattutto fra i magrebini e gli altri profughi. Marocchini, algerini, tunisini non godono di buona fama e stanno in luoghi separati. Anche nel campo Miral - ci dicono - pochi chilometri fuori città, non sono tollerati dalle altre etnie. Incontriamo migranti che ci riconoscono perché sono da tempo a Kladuša, fra cui il siriano che chiamiamo ‘il professore’, che vive lì da più di un anno.

Il cielo è sereno, bellissima la luce del tramonto sull’altopiano. I ragazzi giocano a cricket e a calcio sui prati verdissimi, che fra non molto saranno paludosi e poi diventeranno campi di neve. Lo sguardo rimanda immagini di serenità, che si stendono come una pellicola sulla tragedia sottostante: fra poco molti di loro saranno inseguiti come animali dalla polizia del regime croato.

Questa serenità, se è apparente non è, però, falsa: il suo vero nome è ‘voglia di vivere’ che, come abbiamo spesso constatato, si vede e si respira fra queste persone ‘non degne di lutto’. Noi la viviamo come una forma di resistenza: l’affermazione del diritto di vivere fuori e al di sopra del riconoscimento degli Stati.
Poco dopo arrivano gli attivisti di No Name Kitchen con la coordinatrice. Ci sediamo con loro e con qualche ragazzo sul prato, mentre gli altri giocano a cricket o chiacchierano.

La mattina del 21 ci incontriamo con Zehida, che continua quotidianamente il suo impegno, con qualche rischio, anche per il suo posto di lavoro come maestra e molte maldicenze: si mormora che lei aiuti i terroristi. C’è diffusione di razzismo a Kladuša, a partire dalle Istituzioni. La popolazione favorevole ai migranti non è più del 10-15%. Triste fenomeno questo, che dobbiamo constatare anche a Bihac. Non possiamo non ricordare come le nostre prime impressioni nell’estate dell’anno scorso fossero ben diverse. Eravamo colpiti dall’aspetto tranquillo e anche cordiale della popolazione.

Zehida, con cui condividiamo come al solito una quota delle nostre donazioni da spendere al supermercato (v. resoconto), riceve molte richieste di aiuto. Ci dice che è difficile quantificare le persone migranti a Kladuša, tutte al di fuori del campo Miral: il passaggio è continuo per e dal game e fra Kladuša e Bihac. Infatti, andando il giorno dopo a Bihac, abbiamo visto numerosi gruppi lungo la strada, nelle due direzioni.

Nel pomeriggio, incontriamo alcuni membri dell’Associazione MAMBRE di Borgo Manero, che intervengono nel Cantone Una-Sana e che ci aiutano con donazioni. Assieme a loro incontriamo anche NNK, cui versiamo il nostro contributo. L’associazione è costretta da tempo a operare con un basso profilo. Agisce attualmente con due volontari internazionali, offrendo 80 pasti al giorno e, inoltre, vestiario da ritirare, mediante distribuzione di biglietti numerati per evitare ammassamenti, in un locale nei pressi del ristorante di Latan, ora chiuso. All’incontro di lavoro manca solo Ospiti in Arrivo di Udine, presente a Kladusa, ma impegnata nell’attività della Carovana artistica con le scuole.

In seguito, andiamo ad assistere alla distribuzione di vestiario, che procede abbastanza ordinata fino a un certo momento. Improvvisamente, in un gruppo in mezzo alla strada davanti allo spazio coperto in cui si apre il piccolo magazzino - uno spazio privato secondo l’imposizione della polizia - sentiamo delle urla.

Il gruppo agitatissimo si avvicina alla fila, che comincia a scomporsi. Un grosso uomo urla che gli hanno rubato il cellulare - il cuore elettronico del migrante! -, condiviso da alcuni, contrastato da altri che cercano di bloccarlo. Un ragazzo, accusato, grida la sua innocenza. Sta per scoppiare una rissa. Le amiche di NNK, in particolare una operatrice francese, coraggiosamente si interpongono. D’improvviso, arriva la polizia, chiamata - verremo a sapere - da uno dei ragazzi. La polizia allontana tutti, noi compresi e blocca la distribuzione, obbligando a chiudere il magazzino. L’agitazione prosegue tuttavia più lontano…

Abbiamo così toccato con mano, letteralmente, il nascere di una rissa - di cui vedremo il possibile esito due giorni dopo nella camera mortuaria di Bihac, di fronte al corpo del ragazzo accoltellato a Vucjak. Eventi che possono accadere e accadono sempre più di frequente con l’aggravarsi di una situazione che non ha sbocco, se non il game: unica ‘disperata speranza’.

I rapporti con la popolazione di un paese poverissimo e statualmente disorganizzato non possono che diventare sempre più difficili. Così come non può che aggravarsi il contrasto fra etnie di popolazioni, anche tradizionalmente conflittuali: notiamo in particolare il contrasto fra nordafricani e pakistani, che sono poi l’etnia più numerosa, ma anche con afgani e altri. Abbiamo visto come questi corpi migranti - che abbiamo chiamato corpi di dolore (riprendendo la definizione di Achille Mbembe), vissuti, nei nostri viaggi, come corpi vitali nella protensione del game, come corpi disperati nei grandi contenitori del Bira e del Miral -, abbiamo visto come questi corpi diventino facilmente corpi violenti.
La giornata a Kladusha si conclude con un altro episodio significativo - e molto triste - della temperie locale.

Di fronte al ristorante di Altan, ancora luogo di ritrovo per migranti, in particolare nordafricani, hanno da poco aperto un negozio di parrucchiere, scintillante di consumismo. Notiamo spesso in Bosnia il contrasto fra edifici e quartieri poveri, segnati ancora dalla guerra, e edifici e zone con i segni talora ingenui del desiderato benessere. Il contrasto fra questo negozio luccicante e il lato opposto della strada dove si ammassano piccoli gruppi di migranti non potrebbe essere più forte. A segnarlo con una sorta di confine fisico, il gestore del negozio innaffiava con un idrante la piazzola antistante per impedire a ragazzi di sostarvi.

Più tardi, mentre Lorena, che si era intrattenuta con i gruppi di fronte al negozio, ripassava lì davanti, due donne del negozio hanno fatto il gesto di sputarle contro, accompagnandolo con parole in bosniaco dal tono violento. Episodio triste, significativo, nella sua meschinità, del clima ormai diffuso nei confronti dei migranti.

Bihac, Vucjak, Kljuc

Il 22 settembre, nelle prime ore del pomeriggio, siamo partiti da Kladuša per Bihac. Lungo la strada abbiamo intravvisto almeno una trentina di migranti in partenza e al ritorno - respinti - dal game. Tra di loro, anche una famiglia con un bambino piccolo in collo al padre.

Domenica sera a Bihac abbiamo un incontro di lavoro, proficuo per noi e per loro, con l’Associazione Via Scalabrini 3, coordinata dall’amico Jonas, di ritorno da un viaggio di conoscenza e di incontri lungo l’intera rotta, dalla Turchia alla Bosnia.

La mattina del 23 è dedicata all’acquisto in un supermercato di scarpe adatte a lunghi cammini. Andiamo poi al Bira, dove stazionano circa 1.400 persone, soprattutto minori: è un numero non alto rispetto alla capienza degli enormi capannoni; forse, ci dicono, giustificato dalla probabilità di dover accogliere chi adesso è al campo di Vucjak, ingestibile in inverno. Non abbiamo il permesso per entrare: perciò ci aggiriamo nel piazzale antistante.

Colpisce la lunga fila di fronte all’ingresso, strettamente sorvegliata dagli agenti armati di una Sicurezza privata: sono i nuovi arrivi o persone di ritorno dal game, che in genere non vengono riaccolti.

Altri migranti stazionano nel prato un poco più lontano. La massa scura di persone in attesa e quelli che non attendono più ma giacciono in quel che resta del prato, l’ambiente squallido di periferia ex-industriale, comunicano un sentimento di grande tristezza, se non di disperazione. Ma, come sempre, questa massa di diseredati della terra ci comunica, paradossalmente, anche qualcos’altro: una tenace volontà di vivere.

Quest’impressione è legata soprattutto al continuo viavai dal game, al carattere di stazione per le partenze e non di stazionamento che il Bira, soprattutto fuori dal capannone, assume; malgrado il suo scopo reale sia quello di spezzare la volontà di vivere e trasformare degli esseri umani in fantasmi sociali: perché è questo il fine dei campi, ne siano consapevoli o meno coloro che li gestiscono.
E’ qui, in questo luogo così denso, che apprendiamo la morte di Alì: qui lo abbiamo conosciuto, qui era ritornato per uscire definitivamente dal campo e dalla vita.

Nel pomeriggio, in pulmino con i volontari dell’IPSIA, andiamo nel campo di Vucjak. All’ingresso il poliziotto controlla che i permessi siano regolari. Il campo però non è chiuso da un recinto: chiunque quindi potrebbe entrare e uscire, sia pur passando da sentieri tortuosi e non agevoli.

Se il Bira, dentro e fuori dai capannoni, è comunque un luogo di grande tristezza, anzi di desolazione, qui, con nostro stupore, la prima impressione è una vitalità da Suk orientale.

Ci colpiscono soprattutto le tende e costruzioni precarie in cui si fa da mangiare, si vende e si compra, ci si incontra. Ecco: qui esiste una dimensione sociale, con tutti i suoi squilibri, certamente. Capiamo che è anche legata al carattere quasi monoetnico di questo campo, abitato al 90% da pakistani (poi afgani). Purtroppo, abbiamo dovuto notare sempre più spesso il peso crescente delle differenze etniche, ben visibile a Kladuša, dove c’è una separazione fisica fra i nordafricani e gli altri. Peraltro, tornando indietro vediamo lungo la strada del campo avanzare una trentina di eritrei.

Il campo di Vucjak è gestito dalla Croce Rossa di Bihac, con cui noi abbiamo collaborato nei nostri primi viaggi quando era l’unica associazione, composta esclusivamente da volontari, impegnata nell’intervento con i migranti. Adesso ci sembra un’organizzazione molto più strutturata, con tutto quel che ciò può significare. Ci è dispiaciuto vedere alcuni suoi operatori togliere un telo appeso nel campo che recava la seguente scritta: “How many more of us have to die? We need help! Pelase save us!

Dobbiamo comunque ribadire che una situazione come quella del campo di Vucjak, costruito dal Comune di Bihac su una discarica velenosa, fra campi ancor pieni di mine, ai piedi della Pleševnica (tra l’altro: questa posizione è un invito al game), non è fisicamente gestibile in autunno-inverno: piogge e neve faranno emergere ciò che giace sotto la strato di terra. In ogni caso, qui l’acqua potabile arriva con cisterne, i servizi igienici sono insufficienti per circa 700 persone.

Esiste, comunque, una grande tenda infermeria, ben gestita da volontari internazionali. Abbiamo incontrato la dottoressa ungherese Judith Mogyoròs, impegnata a curare un ferito. L’avevamo conosciuta ad Atene nel capodanno 2016, intenta allora a operare su una panchina di piazza Viktoria.

A Trieste, poi, abbiamo appreso che tutto il personale sanitario volontario di Vucjak era stato allontanato con foglio di via, pagando addirittura una multa di 150 euro.
L’unico senso che si può immaginare per questo luogo è quello di un mezzo di pressione delle autorità locali su quelle europee e internazionali per denunciare la situazione certo poco sostenibile della città di Bihac e del cantone Una-Sana.

Anche qui, come al Bira, incontriamo un segnale di morte, in modo certamente per noi meno traumatico: due giorni prima della nostra visita, un ragazzo pakistano è stato accoltellato da un nordafricano, poi arrestato. Ne vedremo il corpo il giorno dopo, insieme a quello di Alì.

Photo credit: Lorena Fornasir


La sera incontriamo Zemira, cui diamo il nostro contributo. Continua a sostenere diverse decine di migranti, cucinando personalmente. Grazie al suo appoggio possiamo ottenere dal primario dell’ospedale il permesso di vedere il corpo di Alì.

Dopo la mattina all’obitorio, nel pomeriggio del 24 settembre, partiamo per Kljuc per portare il nostro contributo a Sanella. La troviamo, una volta tanto, da sola, nel solito breve piazzale sterrato lungo la strada che porta nella vicina repubblica Srpska e poi a Sarajevo, strada sorvegliata ventiquattro ore al giorno da due poliziotti. Ci dice, scherzando sul suo evidente dimagrimento, che il 22 settembre sono esattamente due mesi che si occupa dei migranti.

Nei soli mesi di luglio e agosto sono passati di lì circa duemila persone, costrette poi a un lungo circuito fra Srpska e Una-Sana per arrivare al confine con la Croazia. È riuscita a convincere il Comune a costruire una baracca sul posto per un minimo di copertura: il terreno infatti appare spianato e ricoperto di ghiaia , lì accanto si vede un cumulo di travi.

La mattina del 25 settembre incontriamo un’altra volontaria che agisce a Bihac cui facciamo una donazione. Ci racconta che anche i suoi familiari ricevono minacce a causa del suo impegno.

In tarda mattina partiamo per Zagabria. Lungo la strada, ci fermiamo all’Hotel Sedra per incontrare due famiglie cui volevamo consegnare indumenti e scarpe. Dobbiamo raccontare, a questo punto, un episodio spiacevole in cui ci siamo trovati al ristorante Stone Rose, proprio di fronte all’hotel Sedra.

Le avevamo invitate al nostro tavolo assieme ai loro bambini nonostante la loro riluttanza che solo poi avremmo compreso. Improvvisamente, arriva il cameriere che, senza dire una parola, mette sul tavolo un foglio con una scritta: “Migrants are not allowed to sit in the restaurant!”.

I nostri ospiti, con la rassegnazione di chi ha già subito troppe umiliazioni escono dal locale senza batter ciglio. Alla nostra richiesta di spiegazioni, la cameriera incaricata risponde che il ‘boss’ ha dato quest’ordine. Non abbiamo potuto parlare con questo “boss” ma solo condividere lo sdegno e mostrare solidarietà ai nostri amici, rendendo comunque pubblico nei social l’inospitalità razzista di questo ristorante.


A Zagabria vogliamo incontrare un’altra migrante con cui abbiamo tessuto un rapporto: la farmacista di Bagdad con le sue quattro figlie. Abbiamo già raccontato la sua terribile storia. Ora, bloccata nel game, si trova nel campo di raccolta profughi di Zagabria, un enorme edificio che sembra un albergo, ma troppo grande per esserlo veramente.

L’atrio è come quello di un albergo con una reception, poltrone e divani qua e là, controllato dalla Sicurezza, ma senza la durezza che c’è in posti come il Bira o il Sedra. Dobbiamo dire che ci immaginavamo molto di peggio, dati gli ormai notissimi comportamenti della polizia croata. Qui invece, entriamo tranquillamente, andiamo alla reception dove formuliamo la nostra richiesta. Una donna della Sicurezza ci ascolta gentilmente, ci informa che la persona cercata è in ospedale e fa incontrare due delle quattro figlie: due belle ragazze con cui ci intratteniamo un poco e a cui offriamo un contributo. Sapremo dopo che la loro madre è stata ricoverata per calcoli renali.

Dopo quindici mesi di viaggi in Bosnia dobbiamo constatare che la situazione sta peggiorando: non esiste da parte dell’ONU e dell’UE un progetto, che non sia quello di contenere in un assurdo purgatorio chi non vuol e non può essere contenuto; o di respingerlo la donde è venuto, in luoghi comunque di morte. Ha ragione Achille Mbembe: siamo in regime di necropolitica.

Appendice
Il nostro commiato da Alì
Preghiera laica
sacra è la vita
sacro era il corpo di Khoubaieb detto Alì
sacri erano i suoi piedi che i confini hanno martoriato
sacra era la sua sete di vita
Era.
Candide bende omaggiano ora i suoi piedi come fini calzari di una preziosità perduta
il volto riposa senza le pieghe della vita
il sonno riconcilia la terra con il cielo
abbiamo pregato le preghiere dei giusti
non dimenticheremo.
Assassini sono stati i confini

Il nostro contributo

Rammentiamo che in Bosnia è sempre più difficile operare per cui è essenziale orientare gli aiuti in modo che non vadano dispersi e che eventuale materiale non diventi oggetto di scambio al mercato nero.
Sia a Kladusa che a Bihac abbiamo trovato una situazione peggiorata rispetto all’ultimo viaggio di luglio. Una ordinanza comunale vieta la distribuzione di aiuti a migranti in luogo pubblico. Persistono pratiche razziali che impediscono la frequentazione di negozi, caffè e l’acquisto di farmaci.

Questa cornice che include anche un atteggiamento ostativo verso la solidarietà ci mantiene orientati nel sostegno ai volontari che mantengono il diretto contatto con i migranti e conoscono esattamente i loro bisogni.
In questo viaggio, a differenza dell’altra volta, abbiamo comprato scarpe per una somma importante. Oltre che donarle ad alcuni attivisti, ci siamo preoccupati di distribuirle ai migranti respinti dal game che abbiamo incrociato esausti lungo le strade dei nostri percorsi. Ciò è stato reso possibile grazie alla donazione dell’Associazione MAMBRE di Borgomanero che ci ha consentito di sostenere anche il ragazzo torturato incontrato nel viaggio di ritorno.

Continueremo in questo nostro impegno grazie alla rete di solidarietà fra donatori attivisti volontari e associazioni che si è creato.
Ci siamo confermati nella fiducia riposta nelle volontarie/i verificando il loro modo di operare in un contesto molto difficile, oggetto spesso di pesanti attacchi personali dove le minacce di morte si sono estese ai familiari.

Kladusa
A Velika Kladusa la cucina del ristorante Latan è ancora chiusa per mancanza di fondi.
Abbiamo mantenuto il riferimento della nostra volontaria bosniaca che aiuta circa 60 migranti, in particolare famiglie con bambini che vivono negli squats, alla quale abbiamo lasciato un buono spesa alimentare concordato con il supermarket Suda Luka.
Ai volontari di No Name Kitchen, abbiamo lasciato una donazione consistente destinata a pacchi alimentari e scarpe per i migranti che vivono negli squats e nella foresta

BIHAC
A Bihac abbiamo incontrato sia la presidente dell’Ass.ne Solidarnost Bosnia che un’altra volontaria, alle quali abbiamo lasciato dei contributi per gli acquisti di alimenti e generi di prima necessità per gli emigrati esclusi dal camp e per i casi di vulnerabilità

KLJUC
Abbiamo incontrato nuovamente la volontaria Sanella Lepiriza che continua da sola a garantire l’assistenza ai migranti deportati e abbandonati in una piazzola lungo la strada di Velecevo che porta a Sarajevo. Il nostro contributo è destinato all’acquisto di generi alimentari o titoli di viaggio

Il resoconto dettagliato voce per voce è leggibile nel gruppo dei donatori. Le ricevute sono raccolte negli atti in nostro possesso.

N.B. Tutte le spese relative ai nostri viaggi comprensive di vitto, alloggio, carburante, sono sempre state a nostro carico

Grazie a tutti e tutte per aver reso possibile questo aiuto che non è solo assistenziale ma esprime una solidarietà politica occupandosi, appunto, della cura di persone ai margini della vita. Una gratitudine particolare va alle Associazioni che ci hanno sostenuto e che sono l’espressione più importante della società civile e dei legami di comunità.

Nella rinnovata gratitudine per i nostri donatori e la loro generosa solidarietà, vogliamo estendere i ringraziamenti a questi volontari che conosciamo per serietà e affidabilità e che si spendono nella dura realtà di Kladusa, Bihac, Kljuc, Hadžići senza dimenticare gli amici di Tuzla e Sarajevo che non siamo riusciti a visitare

Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi
11 ottobre 2019