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Storie, incontri ed emozioni dall’isola di Lesbo per i 10 anni della rete “Welcome to Europe”

27-29 settembre: per ricordare, per resistere, per non fermarsi mai

18 ottobre 2019

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Lesbo è un’isola che racchiude in sé tutto e il contrario di tutto. Un’isola che, in quanto isola di confine, è al tempo stesso salvezza e prigione, speranza e disperazione, punto di arrivo e punto di partenza, luogo di repressione e di accoglienza, porta d’Europa e muro d’Europa.
Da anni Lesbo è stata eletta culla e laboratorio di tante pratiche e azioni a livello europeo e mediterraneo. Laboratorio di violenza e segregazione se andiamo a vedere il vergognoso hotspot di Moria, luogo di umiliazione in cui diritti e dignità vengono quotidianamente presi a schiaffi. Luogo inaccettabile per ogni continente, Paese, individuo che voglia definirsi minimamente “umano”, luogo emblema delle politiche europee e nazionali che privano molti esseri umani del diritto alla vita e, per chi questa vita riesce a salvarla e a portarla faticosamente sul suolo europeo, del diritto alla libertà.

Ma Lesbo è anche il luogo in cui sono nati splendidi fiori di resistenza, di accoglienza, di umanità. E’ proprio qui, ad esempio, che nacque 10 anni fa la rete europea “Welcome to Europe” (a questo link è possibile scaricare la pubblicazione in lingua inglese uscita quest’anno in occasione dei 10 anni di Welcome to Europe) nel corso del No Border Camp organizzato nell’estate del 2009 e ciò che racconterò saranno proprio i giorni in cui in tante/i attiviste/i da tutta Europa ci siamo incontrate/i in quest’isola per dare uno sguardo contemporaneamente al passato e al futuro, per usare la memoria come patrimonio per le lotte che verranno, per fare incontrare chi in quell’isola è arrivato in aereo per ripartire dopo pochi giorni e chi invece è arrivato su un gommone e non sa se e quando potrà fuggire dall’isola-prigione. E, tra le tante storie di sguardi tra ciò che è stato e ciò che è, vorrei raccontarne qui alcune che ritengo particolarmente emblematiche.

La prima è quella di Najib. Il caso vuole che mi trovi a condividere con lui e con altri due giovani afghani la mia camera a Lesbo. La mattina dell’ultimo giorno di permanenza nell’isola (domenica 29 settembre) mi dice: “Ti va di venire con me? Sto andando al campo di Pagani, da quel famoso 2009 non ci sono più tornato”. Io ovviamente rispondo di sì e insieme ad altri due attivisti partiamo per un luogo lontano 10 chilometri e 10 anni.
Najib è stato protagonista di uno degli episodi più importanti e rivoluzionari della storia della (lotta alla) Fortezza Europa. Nel 2009 era uno dei 160 minori detenuti all’interno di una delle stanze del terribile centro di Pagani (a pochi chilometri dall’attuale hotspot di Moria). In quel luogo erano rinchiuse corca 1.200 persone a fronte di una capienza di 300 e le condizioni di vita erano assolutamente insostenibili: tutti i migranti dovevano stare segregati e ammassati nelle stanze 23 ore su 24 (avevano un’ora al giorno per poter uscire nel cortile antistante), i pestaggi della polizia erano all’ordine del giorno e mancava ogni tipo di assistenza medica e legale.

Durante il No Border Camp attiviste e attivisti europei organizzarono una serie di iniziative nell’isola di Lesbo inclusa la creazione di un infopoint al porto di Mitilene per offrire orientamento e supporto ai migranti appena arrivati. Durante quei giorni ci fu anche una manifestazione degli attivisti proprio davanti al centro di detenzione di Pagani e fu lì che avvenne il loro incontro con Najib. Alcuni attivisti riuscirono a consegnare una videocamera a Najib e lui, in accordo con gli altri minori rinchiusi, riprese le condizioni disumane di vita che stavano vivendo (questo è il video da lui registrato: https://www.youtube.com/watch?v=lP2yT6EjBXo).
Quel video fece il giro del mondo e, grazie anche alla perseveranza di chi partecipò al No Border Camp, fu possibile accendere i riflettori su quanto stava accadendo in quel lager. L’unione tra attivisti/e e ragazzi detenuti (Najib in primis) rese possibile ciò che quasi sempre possibile non è: chiudere quella prigione e ridare libertà e dignità a tutte quelle persone. Dopo il No Border Camp iniziò uno sciopero della fame tra i minori e proseguirono le proteste dentro e fuori Pagani. Nell’autunno del 2009 dopo una serie di ispezioni e denunce il centro di Pagani venne chiuso e i migranti trasferiti ad Atene. “Il giorno in cui ce ne andammo dall’isola fu il più bello della mia vita. Tutti noi minorenni eravamo insieme nella nave che da Lesbo ci avrebbe portato ad Atene e saliti a bordo iniziammo a ballare e cantare travolti da una gioia incredibile. E la cosa straordinaria fu che anche gli altri passeggeri della nave si fecero trascinare dal nostro entusiasmo e iniziarono a cantare e ballare con noi fino all’arrivo ad Atene”. Najib ha gli occhi lucidi quando rivede l’edificio giallo dove fu recluso nel 2009. “Dammi il cellulare, voglio fare un video della stanza dove eravamo rinchiusi!”. Balza sul muro e, a distanza di 10 anni, filma nuovamente quel luogo ma stavolta dalla parte di chi è libero, di chi quella libertà se l’è conquistata con un coraggio che deve essere una torcia per tutti noi in questi tempi bui.

La rete Welcome to Europe nacque proprio sulla scia di questo episodio e l’idea di un network europeo in grado di offrire supporto e informazioni ai migranti in arrivo in Europa prese definitivamente corpo nell’ottobre 2009, pochi giorni prima della liberazione dei migranti rinchiusi a Pagani.
La nostra storia nasce nell’ottobre 2009 nell’isola di Lesbo, davanti alle barriere dell’infame centro di detenzione di Pagani. (…) Davanti alle recinzioni i migranti parlano con gli attivisti europei che attraverso il filo spinato consegnano loro informazioni e contatti utili riguardanti vari paesi europei. L’idea della guida online w2eu.info è nata proprio in questo contesto, in mezzo al fumo delle rivolte in atto e dalla ferma convinzione che la libertà di movimento debba essere un diritto di tutti.” (tratto da “10 years network Welcome to Europe").

Nelle foto qui sopra Najib rinchiuso a Pagani nel 2009 e davanti allo stesso centro nel settembre 2019

Ma purtroppo oggi esistono tante altre Pagani e dal 2009 tanti altri muri sono stati eretti dalla Fortezza Europa e tante altre vite umane si sono spente in fondo al mare. Proprio a pochi chilometri da Pagani è sorto l’hotspot di Moria, il peggior centro di detenzione per migranti d’Europa. Ci passiamo accanto in macchina dopo aver lasciato Pagani intorno all’ora di pranzo ignari di ciò che sarebbe successo da lì a poco. Vengo a sapere dell’incendio scoppiato dentro Moria e delle vittime non appena rientrato in Italia in aereo da un paio di messaggi di miei amici. Avevo lasciato l’isola da poche ore e nel frattempo almeno due persone (diversi testimoni raccontano di un numero maggiore di vittime) avevano perso la vita.

Il comunicato congiunto di Welcome to Europe, WatchtheMed Alarm Phone e Mare Liberum titola “Non è stato un incidente!” ed è proprio così perché, seppur sconvolti, noi tutti sappiamo che i presupposti di tali tragedie (solo per citare le vittime più recenti altri due minorenni erano morti tra agosto e settembre 2019) vengono creati dal sistema di detenzione e privazione dei diritti che costringe circa 13.000 persone a vivere in una struttura che potrebbe accoglierne al massimo 3.000, che obbliga tantissimi uomini, donne e bambini/e (i minori sono quasi la metà delle persone presenti a Moria) a vivere in condizioni disumane (leggi QUI e QUI). Una situazione vergognosa che continua a persistere nonostante innumerevoli denunce e infinite sofferenze di chi lì è costretto a viverci.
Come scritto nel comunicato “Noi alziamo la nostra voce in solidarietà con le persone di Moria e sottolineiamo ancora una volta che l’unica possibilità per porre fine a questa sofferenza e a queste morti è di aprire l’isola e concedere libertà di movimento a tutti. (…) Chiudete il campo di Moria!
Aprite le isole! Libertà di movimento per tutti!
”.

In quel campo eravamo stati due giorni prima. Tra di noi c’erano dei rifugiati che da lì o dalle isole vicine erano già passati anni fa arrivando con i gommoni e che adesso ritornavano da persone libere. “In questo campo ho ritrovato mia zia e vederla con la sua famiglia in queste condizioni miserabili per me è sconvolgente. Molti di noi hanno familiari e amici qui a Lesbo. E guardandomi intorno mi sono accorto che c’è chi è in situazioni ancora peggiori perché nessuno viene a trovarli. Mi sono sentito estremamente impotente e disorientato” dice un giovane afghano. E un altro ragazzo afferma: “Percorrendo il campo di Moria mi sono tornati alla mente i giorni in cui arrivai nell’isola di Samos. La mia mente è piena di ricordi, di tanti brutti ricordi. E sono riuscito a capire cosa provano le persone qui. Ad alcune di loro mi sono avvicinato e ho detto: “Io sono uno di voi, ho solo percorso qualche passo in più”.
La gente che incontriamo in mezzo alle sterpaglie e ai cumuli di spazzatura è esausta, triste, avvilita e umiliata. L’immagine che più colpisce è vedere migliaia di bambini (tra i quali diversi neonati) vivere in quelle condizioni agghiaccianti ma la situazione è disperata per tutte le persone che vivono lì. “Qui è terribile, vogliamo andare via!” ci dicono alcune ragazze afghane in lacrime. “Molti di noi hanno problemi di salute, il cibo è poco e cattivo, i bagni sono sporchi ed è difficile anche farsi una doccia. Non abbiamo un minimo di privacy e poi la gente ovviamente non ce la fa più a stare qui e per questo ci sono ogni giorno liti e risse. Molti diventano matti a stare qui dentro. Siamo stanchi e spaventati.

Alcune immagini dell’hotspot di Moria

Quel pomeriggio avevamo organizzato grazie ad alcuni musicisti un flash mob musicale nella zona esterna del campo di Moria (una tendopoli chiamata “la giungla”) dove migliaia di persone sono ammassate in mezzo a fango e spazzatura in condizioni drammatiche. L’impatto per tutte e tutti noi è stato sconvolgente ma il senso di rabbia e di impotenza è stato in parte mitigato dallo splendido momento di condivisione che ha reso possibile coinvolgere in balli e canti centinaia di persone di tutte le età. Per alcune ore la tristezza ha lasciato il posto ai sorrisi, alla voglia di cantare e ballare per la libertà in tutte le lingue (http://lesvos.w2eu.net/2019/09/28/we-sing-for-freedom-in-all-of-our-languages/). Canto dopo canto, danza dopo danza sempre più persone (tantissimi bambini ma anche molti adulti) si avvicinavano ai musicisti e, in modo tanto veloce quanto spontaneo, ci siamo ritrovati tutti e tutte a ballare dandoci la mano al suono di musiche e ritmi da tutto il mondo. Una carica di energia e di positività resa possibile dall’incessante e travolgente bisogno di umanità e di condivisione che accomunava tutti.

Le nostre sensazioni erano molteplici. La gioia trasmessa dalla musica si scontrava con la percepibile sofferenza di chi si trova in quella prigione da mesi se non addirittura da anni. Ma in quel frangente spazio-temporale quegli opposti in un certo senso avevano trovato il modo di convivere, uniti dal senso di empatia e dalla voglia di avvicinare i rispettivi sguardi e i rispettivi corpi intonando canti di solidarietà, di libertà, di felicità come se almeno per un attimo la musica avesse il potere di ridare dignità a quelle vite umane parcheggiate a tempo indeterminato in un inferno. I bambini cantavano “No Moria, no Moria, we want hurriya, we want freedom!” mentre alcuni adulti osservavano entusiasti come la musica avesse la forza di allentare le tensioni e avvicinare le persone. Prima di andarcene abbiamo invitato tutti e tutte al festival musicale che si sarebbe tenuto il giorno dopo e quel giorno in molti sono venuti da Moria (comprese molte famiglie) dando vita ad un’altra giornata ricca di musica ed emozioni.

Flash mob musicale a Moria il 27 settembre

Resteranno questi tra i ricordi più belli delle nostre giornate di Lesbo, così come indelebili resteranno le sensazioni vissute domenica durante l’ultimo evento in programma, la commemorazione delle vittime della Fortezza Europa presso la spiaggia di Thermi a nord di Mitilene (http://lesvos.w2eu.net/2019/10/02/memorial-in-thermi-29th-of-september-2019/), commemorazione avvenuta proprio poche ore prima che morissero nell’incendio di Moria altre vittime innocenti. Il memoriale creato in precedenza era stato distrutto nell’agosto 2018 da un gruppo di fascisti e adesso è stato ricostruito nello stesso luogo.

Uno degli attivisti di Welcome to Europe, Kashef, riassume perfettamente il pensiero di tutti e tutte noi:
"Noi siamo qui nella spiaggia di Thermi per ricordare i morti delle frontiere europee. Vogliamo esprimere la nostra vicinanza a queste persone ma anche la rabbia per queste vite spezzate. Spezzate dalle politiche europee che non vogliono trovare soluzioni per accogliere chi cerca una vita migliore. Adesso qui ripensiamo ai precedenti 10 anni durante i quali abbiamo ricordato tutte le vite umane andate perdute, perdute senza alcun senso. La nostra speranza è che questi memoriali non debbano più avere ragione di esistere, che la gente non sia costretta a perdere la propria vita cercando di attraversare i confini".

Poco prima delle parole di Kashef altre parole avevano risuonato nei nostri cuori. Erano le parole di Sylvie, una donna camerunense sopravvissuta ad un tragico naufragio proprio a Lesbo nell’aprile 2017. Davanti a sè vede quel mare che per pochissimo non la stava inghiottendo. Delle 23 persone che erano con lei su quel gommone 22 sono morte. Lei e Joelle, una donna congolese all’ottavo mese di gravidanza, hanno nuotato per ore prima di essere salvate. Sylvie adesso vive in Francia ma è tornata più volte a Lesbo per ricordare chi non ce l’ha fatta.
Con grande coraggio Sylvie decide di parlare davanti a quel mare che la stava inghiottendo. Ringrazia tutti i presenti e depone una rosa sul memoriale. Ricorda chi era accanto a lei e non ce l’ha fatta. Ma ci invita anche ad avere sempre la speranza e la forza per continuare a vivere e a lottare. Poi il suo discorso è interrotto dal pianto e torna a sedersi per ascoltare l’omaggio a Baris.

Sylvie durante il suo discorso davanti al memoriale. Alle sue spalle si vede la costa della Turchia distante pochissimi chilometri

Baris era con lei sul gommone quel giorno dell’aprile 2007. Era un giovane violinista curdo che la tanto agognata Europa l’aveva già raggiunta ma che fu costretto a ripartire da zero perché il Belgio gli negò il visto per continuare i suoi studi e per proseguire la sua carriera musicale col suo gruppo nella città di Gent. Quel giorno dell’aprile 2017 Baris non riuscì a (ri)superare quei 10 maledetti chilometri che separano l’inferno turco dal sogno europeo. E i familiari che ritrovarono il suo corpo lo videro abbracciato alla custodia del suo violino come se fosse voluto rimanere aggrappato fino all’ultimo al suo sogno più grande. Durante la commemorazione quella musica che Baris tanto amava è tornata a vivere grazie ai suoi amici venuti dal Belgio per ricordarlo. E la storia di Baris è l’emblema di tutto, di un’Europa crudele che respinge e fa respingere e di una Turchia che, per mano del suo regime sanguinario, sta compiendo un genocidio verso il popolo di Baris, il popolo Curdo, un popolo i cui ideali e il cui coraggio andrebbero presi come guida ed insegnamento per tutti noi “occidentali”. Baris è morto proprio in quel piccolo tratto di mare che separa Turchia e Europa, le due terre che gli hanno tolto prima la libertà e poi la vita.

L’omaggio a Baris da parte dei sui amici musicisti

Insieme a Baris vengono ricordate altre vittime: da Jean Paul, morto davanti al suo bambino a Moria nel gennaio 2019 a causa del freddo e delle ignobili condizioni del campo, ad una bambina di 9 anni il cui corpo è stato trovato senza vita dai familiari sulle spiagge di Lesbo fino alle persone morte nel giugno 2019 in un naufragio vicino la stessa isola. I loro nomi sono Nadege, Patcheko, Astrid, Orsitte, Linda, Fatima e le loro foto, insieme a quella di Baris, sono state poste nel luogo del memoriale accanto ad un infinito striscione nel quale vi sono elencate le innumerevoli vittime della disumanità della Fortezza Europa.

Il memoriale con le foto delle persone che hanno perso la vita al largo dell’isola di Lesbo e lo striscione con la lista delle vittime della Fortezza Europa

Ed è lì, davanti alle foto e ai nomi di chi non c’è più e di fronte al mare che ha inghiottito tante vite, che terminano le giornate vissute insieme a Lesbo. Tristezza e gioia, rabbia e speranza, vita e morte hanno convissuto per tutto il tempo. Andiamo via consapevoli di quanto sia indispensabile, oggi più che mai, vedere, ascoltare, toccare con mano, ribellarsi, trasformare la frustrazione e la rabbia in azioni, manifestazioni, incontri, resistenze, abbracci. Consapevoli che ogni gesto e ogni parola è importante e che non possiamo e non dobbiamo stare fermi a guardare o a temporeggiare. Andiamo via con la convinzione che sia solo un arrivederci, che prima o poi tutte e tutti ritorneremo lì ad incontrarci, a dare ed a ricevere umanità.
Sognando un giorno tornando a Lesbo – e in tutte le terre di frontiera che condividono il suo destino – di poter posare finalmente i piedi non più su una prigione ma su un’isola, soltanto un’isola. E sognando di poter guardare quella distesa blu e finalmente vedere tra quelle onde non più un enorme cimitero, ma il mare, soltanto il mare.

Per maggiori informazioni:
http://lesvos.w2eu.net/
https://www.meltingpot.org/+-Reportage-dall-isola-di-Lesvos-9-16-ottobre-2019-+.html