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Mare Liberum: le sentinelle che nel Mare Egeo monitorano il rispetto dei diritti umani

Un commento legale di ritorno da una missione con Mare Liberum nel Mar Egeo

21 novembre 2019

- La versione in inglese dell’articolo è uscito in contemporanea sul sito di "Are You Syrious?" [ clicca qui ]

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Reportage dall’isola di Lesvos (9-16 ottobre 2019) con articoli e video interviste

Al mattino, quando le prime luci cominciano a riflettersi nelle acque dell’Egeo, la radio di bordo della Mare Liberum continua ancora a ricevere numeri, coordinate e richieste di intervento provenienti dalle guardie costiere europee e indirizzate alla Guardia Costiera Turca. Tali conversazioni si tradurranno in oltre 297 arresti da parte delle autorità turche in questa sola ultima notte [1].
Intanto, a prua, l’ennesima nave militare scivola lontana mentre parte dell’equipaggio si prepara per un nuovo turno di osservazione. Dopo aver preso nuovamente il largo pochi giorni fa per una nuova missione, la nave Mare Liberum è infatti ancorata 24h a poche centinaia di metri dal confine marittimo, appena al di qua delle porte europee. L’obiettivo principale è quello di monitorare le acque a nord dell’isola di Lesvos per verificare che non vengano compiuti atti di push back illegali, da parte delle diverse autorità coinvolte nelle attività di pattugliamento, e che le diverse Guardie Costiere europee - impegnate nel contesto delle operazioni Frontex nel controllo delle acque greche - procedano correttamente nella loro attività di ricerca e salvataggio dei migranti in mare.

L’accordo con la Turchia del 2016. Quasi quattro anni fa i Governi dell’Unione Europea hanno deciso di stipulare un accordo con la Turchia delocalizzando la gestione del flusso migratorio orientale di richiedenti asilo. In tale accordo si è statuito che tutti coloro che entrano in Grecia transitando dalla Turchia non presentando domanda di asilo (i c.d. erroneamente migranti economici) o “la cui domanda sia ritenuta infondata o non ammissibile ... vengano rimpatriati in Turchia [2]”. In particolare, la Legge nazionale n. 4375/2016 [3] ha previsto come principio generale che vengano giudicate irricevibili le domande dei richiedenti asilo che sono transitati dalla Turchia in virtù del fatto che quest’ultima viene considerata dal 2016 a tutti gli effetti un safe third country e il paese in cui pertanto il richiedente avrebbe dovuto richiedere protezione internazionale [4].
In applicazione dell’accordo e per stabilire in merito all’ammissibilità o meno della domanda presentata, è stata adottata in Grecia una speciale “procedura di frontiera accelerata [5]” che diminuisce fortemente le garanzie per il richiedente asilo.
Nella pratica, attualmente, la procedura di frontiera accelerata è attuata in modo diverso a seconda della nazionalità del richiedente asilo [6]. Le domande presentate dai richiedenti asilo siriani sono esaminate esclusivamente in termini di ammissibilità, per cui accertato semplicemente che egli è transitato dalla Turchia che è ritenuta un paese terzo sicuro, la sua domanda viene ritenuta inammissibile. Se il richiedente asilo è siriano, l’unica speranza di non essere rimandato in Turchia è stabilire in questa fase - in cui le autorità devono decidere se la sua domanda è ammissibile o meno - che la Turchia non sia un paese sicuro per lui.
Le domande di richiedenti asilo non siriane provenienti da paesi con un tasso di riconoscimento superiore al 25% sono esaminate sia in termini di ammissibilità che nel merito c.d. “merged procedure”. Solo le domande di richiedenti asilo non siriane provenienti da paesi con un tasso di riconoscimento di asilo inferiore al 25% sono esaminate invece nel merito.
La procedura di frontiera accelerata non si applica ai gruppi vulnerabili o alle persone che rientrano nelle disposizioni relative alla famiglia del regolamento Dublino III.

La sorveglianza delle frontiere marittime esterne dell’UE: un gioco sporco. Dietro corrispettivo di 6 miliardi di euro, oltre ad assumersi l’onere di accettare i ricollocamenti, la Turchia si è impegnata ufficialmente anche ad impedire in tutti modi possibili che migranti irregolari possano raggiungere il vecchio continente.
Ad oggi, il controllo marittimo del corridoio maggiormente utilizzato per raggiungere dalla Turchia le isole greche, è un’attività congiunta che vede la Guardia Costiera Turca da una parte, le Guardia Costiera Ellenica e quelle di altri paesi partner (es. Croazia, Italia etc.) dall’altra, il tutto con il supporto ulteriore di tre navi da guerra ed elicotteri targati NATO.
Durante la loro attività di controllo delle acque territoriali, il triste ruolo delle Guardie Costiere europee è quello di individuare con l’aiuto dei radar di bordo i gommoni con i migranti mentre sono ancora nelle acque turche, prima che possano superare la linea di confine. Rilevata la presenza dei natanti la GC comunica quindi alla corrispondente GC turca le coordinate, chiedendole di entrare immediatamente in azione per bloccarlo. Questa operazione permette alle GC europee di non essere coinvolte in interventi di salvataggio in acque greche che comporterebbero l’automatico obbligo di trasferimento in sicurezza dei migranti sulla terraferma, oltre al conseguente onere per il Governo greco di accogliere la loro domanda di asilo e gestirne l’accoglienza.
Tuttavia, tale cooperazione militare si è tradotta a volte, in documentati sconfinamenti da parte della Guardia Costiera turca nella acque territoriali greche per “catturare” i migranti che erano riusciti a farcela ormai ad entrare in Europa [7].
In altri casi, invece, è stata documentata la coercizione da parte della Guardia Costiera Greca che, creando forti onde, ha messo in pericolo la piccole imbarcazioni di migranti spingendole nuovamente in acque turche [8]. Sempre nelle acque greche, si sono continuati a registrare inoltre episodi che coinvolgono non precisati individui che, a volto coperto e a bordo di imbarcazioni molto leggere e motoscafi, hanno minacciato i migranti sui natanti già arrivati in acque greche obbligandoli a retrocedere nuovamente oltre il confine, entrare nelle acque turche per essere quindi arrestati dalle autorità turche [9]. In entrambi i casi, il respingimento dei richiedenti asilo già entrati in acque europee verso le acque territoriali turche, rappresentano prepotenti episodi di push back arbitrari ed illegali che ledono profondamente il diritto alla richiesta di protezione internazionale.

Ad oggi, stando ai dati ufficiali [10], dal 1° gennaio del 2017 sono state 4.028 le imbarcazioni fermate dalla Guardia Costiera e dalla Polizia turca per un totale di 142.438 persone. Di questi, 2.560 fermi in mare per un totale di 84.166 persone sono stati effettuati nel solo 2019!

Arrivi in Grecia. Dati UNHCR

Le conseguenze dirette e indirette delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere. Quello che allo stato attuale è certo è che che la folle scelta di esternalizzare le frontiere europee delocalizzando il “problema dell’immigrazione” non sta bloccando i flussi migratori. Le politiche di repressione nazionali ed europee stanno solo creando nuove rotte (lo dimostra il fatto che tra le prime 10 nazionalità di richiedenti asilo registrate in Grecia ci sono Congo, Palestina e Algeria, persone che fino a pochi anni fa percorrevano quasi esclusivamente la rotta del Mediterraneo centrale e occidentale [11]), continuando a contribuire ad accrescere il numero delle morti in tutto il Mediterraneo [12].
Nel Mar Egeo è stata registrata la morte di 56 persone nel 2018 e di 71 nel 2019 nel tentativo di raggiungere le isole greche principalmente di Lesvos, Chios, Samos, Leros, Kos e Symi [13]
: uomini, donne e bambini che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere un paese sicuro fuggendo dalla follia di guerre, persecuzioni e miseria.
In merito poi alla possibilità pratica per ogni migrante di poter chiedere protezione internazionale e di poter vivere in un paese sicuro, l’accordo UE-Turchia limita fortemente tale diritto!
La carenza di legittimità sotto il punto di vista giuridico degli accordi presi con alcuni paesi terzi è evidente. Non solo nel caso di paesi destabilizzati e che allo stato attuale non hanno neanche un vero e proprio Governo come la Libia - per cui le stesse Nazioni Unite hanno dichiarato che “la situazione è terribile [14]” - ma anche nel caso di paesi ritenuti più "affidabili" come la Turchia. In merito a quest’ultima, l’assurdità di poterla ritenere “safe third country” (e poter quindi ricorrere al concetto di inammissibilità delle domande di protezione internazionale di coloro che sono giunti in Grecia transitando dalla Turchia, dove secondo i governi europei avrebbero potuto chiedere asilo) deriva anche e soprattutto dalla sua mancata firma del protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra, che garantisce il diritto a tutti di chiedere protezione internazionale senza alcuna restrizione geografica [15]. Si ricorda infatti che in Turchia il diritto all’asilo continua ad essere garantito ai soli europei.
I siriani godono della c.d. “temporary protection”. Tutti gli altri possono solo ricevere un permesso di “conditional refugee” (che nega loro molti dei servizi essenziali garantiti invece a chi ottiene l’asilo [16]) in attesa di essere ricollocati presso un paese terzo.
A ciò si aggiunga la crescente preoccupazione degli osservatori internazionali relativa ai trasferimenti forzati di massa di siriani, che ad oggi risiedono in Turchia, voluti dal Governo di Erdogan per occupare i territori recentemente conquistati dal Governo turco nella Siria del nord [17].
Pertanto, come è possibile ritenere che tutti i migranti possano avere oggi la possibilità di sentirsi al sicuro in Turchia e di vedersi garantiti tutti i diritti di cui godrebbero in Europa in qualità di richiedenti asilo?

Photo credit: Andrea Panico

L’importanza della missione delle ONG nel Mediterraneo. Viviamo un momento storico caratterizzato da una costante interpretazione fallace del diritto internazionale. Le nazioni continuano a piegarsi ormai senza neanche troppi accorgimenti alla logica di politiche "sovraniste" e conservatrici, stipulando accordi con paesi terzi per trattenere i richiedenti asilo confinati oltre le porte d’Europa. Mai come adesso il ruolo delle ONG è tanto complesso quanto di fondamentale importanza!
Levare nuovamente l’ancora, tenere ben saldo il timone, prendere il mare; nelle acque del Mediterraneo centrale come ai confini della Spagna o nel più profondo Egeo, salvare una sola vita equivale a salvare il mondo intero.
Per questo motivo, Mare Liberum continua la sua missione di monitoraggio controllando che nel Mare Egeo i Governi rispettino i diritti dei migranti che cercano di raggiungere le coste greche e che le Guardie Costiere europee, coinvolte nell’attività di controllo delle acque territoriali, svolgano correttamente le operazioni di salvataggio cui sono obbligate. Episodi arbitrari di push back e di violenza è più probabile che accadono in assenza di organizzazioni in grado di documentarli.
Mare Liberum, così come altre altre organizzazioni impegnate a vario titolo nella tutela dei diritti umani in mare, oggi sono gli occhi e le orecchie della società civile, sono appunto sentinelle.