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Il muro di Trump è stato costruito in Centroamerica

di Naomi Lahud Hirasawa

23 novembre 2019

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Il 17 ottobre, durante una conferenza stampa il cui tema centrale era l’impeachment del presidente Donald Trump, il segretario della Casa bianca Mick Mulvaney ha ammesso che il governo statunitense, a marzo di quest’anno, aveva sospeso gli aiuti economici per il Centroamerica con l’obiettivo di fare pressione ai governi di quella stessa regione al fine di concludere accordi in materia migratoria. Il funzionario, in quell’occasione, ha inoltre affermato che tagliare i fondi per la cooperazione come strategia di influenza nella politica estera era una tattica ricorrente dell’attuale amministrazione [1].

I have news for everybody: Get over it. There’s going to be political influence in foreign policy

- Mick Mulvaney durante le dichiarazioni del processo di impeachment a Donald Trump.

Le Carovane Migranti del 2018 e del 2019 provenienti dai paesi del Triangolo Nord del Centro America (Honduras, El Salvador e Guatemala) hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo e hanno spinto i governi della regione a parlare di emergenza, muri e sicurezza.

Il governo di Trump ha subito messo in atto una strategia di contenimento in linea con la posizione statunitense in materia migratoria, facendo pressione sui governi della regione per fermare i flussi migratori diretti verso gli Stati Uniti.

Il primo accordo è stato firmato a luglio di quest’anno con il Guatemala e, nonostante il governo guatemalteco abbia assicurato che si trattava di un accordo per la tutela dei migranti e la sicurezza, il governo di Donald Trump lo ha definito un accordo di “terzo stato sicuro [2]. In effetti, il trattato da un lato prevede l’obbligo dei migranti centroamericani di chiedere asilo in Guatemala prima di arrivare negli Stati Uniti, dall’altro autorizza il governo statunitense a rimpatriare verso tale paese tutti i migranti che abbiano attraversato il Guatemala senza chiedere la protezione umanitaria. Il Guatemala, in quanto paese confinante con il Messico, rappresenta una tappa obbligatoria per i migranti centroamericani, ma non è in grado di accogliere i flussi provenienti dalla regione: più della metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà e, all’inizio del 2019, esistevano soltanto otto funzionari nell’ufficio incaricato di gestire le richieste d’asilo [3].

Alla fine di settembre anche El Salvador e Honduras [4] hanno firmato accordi simili, convertendoli in terzi stati sicuri de facto. Questa decisione avrà conseguenze non soltanto per i migranti provenienti del Triangolo Nord del Centro America (TNCA), ma anche per i migliaia di richiedenti asilo provenienti da Haiti, Venezuela, Cuba, Nicaragua e diversi paesi dell’Africa.

Registrando i tassi di omicidio fra i più alti al mondo, risulta ovvio che i paesi del TNCA non possano essere considerati come terzi stati scuri. La violenza e la povertà che affliggono quei paesi hanno costretto circa 600 mila centroamericani a migrare verso gli Stati Uniti nel 2019 [5] di cui secondo l’UNHCR il 70% consideravano la propria vita a rischio nel caso fossero ritornati nei loro paesi [6].

Nonostante ciò, l’amministrazione Trump ha trovato il modo - attraverso accordi ottenuti tramite il ricatto economico - di creare un “muro” burocratico in Centroamerica che rende quasi impossibile ai migranti fare richiesta d’asilo in uno stato sicuro costringendoli a rimanere intrappolati nella regione della quale volevano scappare.

Questa strategia di esteriorizzazione delle frontiere non è nuova: in primis è stata messa in atto dall’Unione Europea con gli accordi firmati con la Libia e la Turchia. L’esperienza dell’UE dimostra come il voler affidare a paesi non sicuri la gestione dei flussi migratori crei soltanto situazioni di estrema vulnerabilità e ulteriori violazioni di diritti umani. Negli Stati Uniti, dove i flussi migratori sono gestiti nell’ottica della sicurezza nazionale, attraverso questi accordi si è di nuovo privilegiata la sicurezza dei confini piuttosto che quella umana.