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Su quell’isola ci siamo noi

Fotografie dal campo di Moria a Lesvos di Massimo Sormonta, Progetto SenzaConfini

31 dicembre 2019

Queste fotografie (a fondo articolo) sono state scattate da Massimo nell’ultimo viaggio della nostra redazione sull’isola di Lesvos dal 19 al 22 dicembre 2019.
Dal 3 all’8 gennaio torneremo, all’interno delle iniziative promosse dalla campagna Lesvos calling, per raccontare e denunciare, ancora una volta, il confino di migliaia di persone, e anche per consegnare gli indumenti invernali raccolti e i kit igienici per le donne acquistati grazie alla solidarietà di tantissime persone, che ringraziamo per le loro donazioni.
La raccolta fondi continua, per contribuire clicca qui.


Sono stato a Idomeni nel 2016 con il mio amico Angelo, che ora non c’è più, così quando mi telefona un’amica di Melting Pot e mi dice, “Noi dobbiamo andare a Lesbo per preparare il viaggio di gennaio, che fai, vieni con noi?”, sul momento rimango stranito e incerto.
Come posso andare in un campo profughi senza di te, Angelo”, penso. La mia esperienza di Idomeni era legata all’affetto che avevo per il mio amico ma la mia titubanza dura un attimo perché immagino la frase: “Ma vai, stronzetto (tipico di Angelo), fai conto che io sia lì con te a scattare foto, fare video, parlare con gente che ne ha passate tante, bere tè e maledire gli stronzi che infestano questo mondo.” E allora rispondo ”Sì, vengo anch’io.”

L’isola di Lesbo è bella: il mare e la città di Mitilene sono belli, le colline coperte di ulivi e il profumo di Mediterraneo sono inebrianti, i greci sono affabili, una volta quando vedevano un italiano dicevano: “Una faccia, una razza”.
Questa frase al tempo mi lasciava perplesso ma ora entrando al campo di Moria che è appunto su una collina ricoperta di ulivi, mi è venuta subito in mente, guardando questa gente accampata, ammassata in quell’inferno con un paradiso intorno.

Questa gente siamo noi” - ho pensato. Il tempo di guardarmi intorno e un bambino di 8-10 anni che poi ho scoperto essere afgano, mi prende per mano, comincia a tirarmi da qualche parte, ripetendo varie volte: "Family, family.” Ho poi capito che voleva presentarmi la sua famiglia.
Arrivati a un grande container siamo saliti con delle scale al piano superiore. Il container è diviso in due da due tende e le due parti ospitano due famiglie, ci accorgiamo che la la parte abitata dalla famiglia del bambino che chiameremo Omar per comodità (il suo nome è molto più lungo e complicato), è vuota, così Omar mi porta dai vicini: una famiglia afgana, composta da padre e madre e 4 figli. Il figlio più grande di 16 anni, l’unico che parla un po’ d’inglese, ci accoglie con grandi sorrisi, due sorelle anche loro sorridenti di 13 e 11 anni e un fratellino di 5 che gioca con uno smart phone. Ci racconta che il padre, un uomo di circa quarant’anni con uno sguardo dolce, è un agricoltore. Scappati dai talebani, sono là a Moria da 5 mesi. La madre cucina e frigge carote e uvette che andranno a condire del riso. Mi offrono un tè e chiacchieriamo.
Questo è il mio benvenuto a Moria, seguiranno altre conoscenze, altri tè, altre parole, storie di sofferenze, di determinazione a rifarsi una vita, speranze e frustrazioni.

Penso a Angelo e a Idomeni. Idomeni e Lesbo cosa hanno in comune? Penso subito all’odore. L’odore è lo stesso, fatto di legna bruciata ma anche plastica, immondizia accumulata, fango e pioggia, ma sopratutto odore di umanità, perché questa gente siamo noi : “Una faccia, una razza”. Quella umana.

Speriamo, ancora, di vedervi un giorno finalmente liberi.

Massimo Sormonta, Progetto SenzaConfini