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Dimmi cosa mi hanno rubato

Storia di un’attesa che porta via un pezzettino di sé

31 gennaio 2020

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M. era disperato. Gliel’avevano portata via, strappata da sotto il naso.

Poteva giurarci che era lì, era rimasta lì fino a poche sere prima, lì dove sempre era stata da quando era nato, li’ dove sempre l’aveva trovata da che si ricordava. Certe cose nella vita sono certezze. Per M. questo voleva dire che alcune cose sono così, così e basta, sono cose scontate su cui non si sta troppo a riflettere. E questo tipo di cose di solito non possono e non devono cambiare semplicemente perché senza di esse, il mondo come lo conosciamo non esisterebbe.

Immaginate allora il terrore di M., quando prima di andare a letto si era accorto da un po’ di tempo che gli mancava proprio una di quelle cose lì.
Non aveva realizzato ancora cosa. Aveva solo l’impressione sgradevole dei conti che non tornano, delle parole sulla punta della lingua che non arrivano; e intanto la sensazione che aveva addosso andava cambiando, si faceva più pesante fino a diventare l’agitazione allo stomaco che si sente quando si teme di aver perso qualche cosa di importante, senza tuttavia ricordare cosa. Lui sembrava non averne, infatti, la più pallida idea. Si arrovellava a pensare e ripercorreva quello che aveva fatto durante il giorno. E tutto andava sempre come al solito, il filo delle sue giornate si intrecciava da anni ormai in maniera concentrica, come in un’infinita ragnatela.

A M. certe volte sembrava addirittura di sentirla, la ragnatela, aggrappata alla gola o appiccicata alla bocca, tanto stretta che non lo faceva respirare. Quella sera, però, l’inquietudine mentre era in piedi, solo nella sua stanza, lo stava divorando.
E la cosa più terribile era che il motivo di tutto ciò continuava a sfuggirgli. Lui non riusciva a vederlo, ma gli si era attaccato sulla pelle del volto, raggomitolato in quel gonfiore di troppo sopra le palpebre abbassate sugli occhi tristi, pesanti di una speranza delusa troppe volte.

M. si mise a cercare per la stanza. Aprì il cassetto e non trovò niente. Sollevò le lenzuola, disfò il letto e ancora non venne fuori nulla. Allora cercò nella cartellina dove teneva tutti i documenti, dove c’era tutta la sua storia di uomo e senza i quali sembrava non poter esistere. Li sfogliò e un sorriso amaro gli spuntò sul viso. Lui lo sapeva, chi era. Erano quegli altri che non lo volevano capire, i documenti servivano solo a quegli altri. Ma poi, quegli altri chi? Il giudice, l’avvocato, gli impiegati allo sportello o tutti, tutti quelli che gli stavano intorno e sui quali, troppe volte, aveva riposto una spontanea e sincera fiducia.
A chi doveva credere, di chi doveva fidarsi?

M. cercava la verità. Quante volte l’aveva inseguita, ma più tentava di avvicinarsi e più quella appariva come irraggiungibile. Dov’era la verità, tra i mille volti che aveva incontrato, era forse nascosta da qualche parte in mezzo alle rughe di quelle facce che lo lasciavano, ogni volta, sempre più confuso? O la verità stava invece nelle parole, nelle parole che non sempre riusciva a capire? Difficile è distinguere il vero dal falso nella propria lingua, figuriamoci tra quei suoni lontani, che gli sembravano provenire da un altro mondo.

M. cercò anche nelle tasche. Le vuotò. Dentro c’erano un po’ di soldi spicci, un biglietto dell’autobus usato e il tabacco di una sigaretta che si era sfilacciata. No, quello che gli mancava non era nemmeno lì, e perciò si mise a letto, esausto. Arrivò la mattina e lui era ancora nella stessa posizione di quando era andato a dormire. Non aveva chiuso occhio, ed era più stanco della sera prima. Ma si doveva alzare, aveva un appuntamento, uno di quelli a cui non si può rinunciare. Era ancora per quei documenti, per quell’ennesimo “tu no” che aveva ricevuto.

M. si sciacquò il viso e si guardò allo specchio. Pensò a quanto tempo era passato dall’ultima volta che ad un appuntamento ad aspettarlo era stata una donna. E subito si stupì per quel pensiero di troppo che era nato sul suo volto allo specchio, lui che ormai su queste cose ci aveva messo una pietra sopra. Sentì un leggerissimo fruscio in mezzo al torace, leggermente a sinistra, come un solletico che per un momento gli accarezzò il petto. E fu come la memoria di un abbraccio lontano, tornata a bussare sul suo corpo stanco in quell’alba che era arrivata senza rompere il buio.
Allora realizzò. “Ecco, ecco cosa mi hanno portato via”.

Era sempre stata là, ed era stata là fino a due sere prima, quando aveva smesso di dormire. Aveva smesso di dormire perché lei non c’era più. Gli avevano detto “tu no”, e poi gliel’avevano portata via. Gli avevano rubato la notte.