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Proteste e caccia al migrante sull’isola di Lesvos

Nell’isola prigione tra repressione della polizia e aggressioni neofasciste

6 febbraio 2020

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In questi ultimi giorni nell’isola di Lesvos si sta registrando una serie episodi sempre più inquietanti, interni ad una “strategia della tensione” contro le persone migranti che rischia di propagandarsi in tutte le isole del mar Egeo.

Il 3 febbraio circa duemila richiedenti asilo volevano dirigersi da Moria verso il porto di Mitilene ma sono stati brutalmente attaccati e repressi dalla polizia. Intervenuta in assetto antisommossa, ha sparato gas lacrimogeni nonostante la forte presenza di donne e minori. La protesta è probabilmente una delle manifestazioni spontanee più riuscite di questo ultimo periodo. Le persone erano decise a muoversi verso la città per uscire dall’invisibilità a cui sono relegate, e denunciare le condizioni indegne in cui vivono da anni e la nuova legge sull’immigrazione entrata in vigore il 1° gennaio e che le autorità stanno iniziando ad applicare.

Il giorno seguente, a Mitilene, un gruppo di residenti greci ha fatto irruzione al Segretariato generale per la politica dell’Egeo per chiedere una risposta da Atene sul sovraffollamento del campo di Moria. Il Sindaco della città ha ammesso il suo pessimismo, dicendo che i numeri delle presenze sull’isola sono in aumento e che non si prospettano soluzioni, mostrando insofferenza per l’inefficacia dell’azione del Governo nazionale greco.

La notte stessa, l’attivista Nawal Soufi ha denunciato una prima azione squadrista di un centinaio di neofascisti supportati da un gruppo di residenti. Il tutto è avvenuto sotto gli occhi della polizia. “È la notte delle spedizioni punitive - ha scritto Nawal il 4 febbraio -. In questo momento un gruppo di fascisti e abitanti dell’isola di Lesbo hanno tentato di entrare e aggredire i rifugiati dentro il campo di Kara Tepe. Qualsiasi migrante visto per strada viene massacrato di botte. Io sto lasciando l’ambulatorio dopo aver fatto la medicazione delle ferite e mi sto dirigendo verso il campo per cercare di documentare questa ennesima violenza nei confronti di esseri umani inermi”. Kara Tepe è il campo gestito dalla municipalità di Lesbo, l’ingresso è sorvegliato e i migranti "abitano" in container di metallo, la notte è illuminato e ci sono servizi igienici garantiti.

Fortunatamente Nawal ha avuto solo piccole ferite, ma la sua auto è stata gravemente danneggiata. Rientrata al campo, l’attivista ha denunciato un’altra aggressione: “Un ragazzo palestinese è stato massacrato di botte da parte di una decina di fascisti armati di spranghe e tanto odio. Altri migranti, fra cui una ragazza afgana, sono stati brutalmente aggrediti da bande di fascisti nella zona intorno ai campi di Moria e di Kara Tepe, non lontano dal capoluogo Mitilene”.

Al campo di Moria, le proteste non sono una novità, ma molto spesso sono partecipate solo da una nazionalità o da poche decine di persone. Quella del 3 febbraio ha rappresentato qualcosa di probabilmente nuovo e c’è da aspettarsi che con le modifiche apportate dalla nuova legge sull’immigrazione le condizioni del campo peggioreranno ancora di più, e che l’ulteriore stretta sui diritti e sulla mobilità dei e delle richiedenti asilo esasperi ancora di più un clima già incandescente. L’inerzia delle istituzioni e la strumentalizzazione politica sono artefici della rabbia che si è scaricata di notte sui migranti, vere vittime di una situazione che non hanno scelto di vivere. A ciò si aggiunge la volontà del governo di controllare maggiormente tutte le realtà solidali presenti sulle isole e in generale in Grecia, istituendo un registro delle ONG che includa personale e partner. Lo scopo nemmeno nascosto è quello di mettere sotto stretta osservazione le associazioni e marginalizzare quelle realtà solidali indipendenti che hanno il coraggio di denunciare quanto sta avvenendo.

La mancanza di risposte istituzionali in grado di determinare uno sblocco della situazione lascia perciò uno spazio enorme a gruppuscoli neofascisti che hanno tutto l’interesse a cavalcare il malcontento dei residenti. La strategia usata in questi raid per “scacciare la presenza degli stranieri” è la stessa che viene utilizzata in ogni parte d’Europa. E a questa è necessario contrapporsi con ogni mezzo necessario.

Tuttavia occorre farlo continuando a ribadire che le persone migranti presenti sulle isole devono essere libere di lasciarle, che non vogliono rimanere lì, ma vanno evacuate immediatamente da un contesto che per loro non è sicuro. E che in questo quadro desolante le proteste e le manifestazioni per la libertà di movimento e la dignità delle persone dovrebbero avere la forza di arrivare fino a Bruxelles, luogo in cui si decidono le sorti delle tante isole e delle tante vite bloccate in un limbo insopportabile.