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Respingimenti illegali e violenza sui confini degli Stati della penisola balcanica

Il rapporto di Border Violence Monitoring Network di febbraio 2020

28 marzo 2020

La traduzione integrale del rapporto che trovate a questo link in inglese.

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Sintesi

Nel mese di febbraio, il Network Border Violence Monitoring ha osservato una convergenza di abusi contro le persone in movimento durante i respingimenti illegali e le operazioni di prevenzione ai confini.

Il Network ha condiviso la storia di 190 persone che hanno subito espulsioni collettive da paesi lungo la rotta balcanica. Questi casi sono riassunti insieme alla serie di misure violente assunte presso i valichi di frontiera ufficiali nei confronti di uomini, donne e bambini alla ricerca di un posto sicuro.

A febbraio, le persone si sono raggruppate in diversi punti lungo i confini esterni dell’UE per articolare il loro bisogno di accedere ad eque procedure di asilo e per essere trattate nel rispetto dei loro diritti fondamentali.

Questo è successo in particolare al confine turco di Evros, dove decine di migliaia di persone hanno subito il lancio di gas lacrimogeni, di getti di idrante e di proiettili mentre cercavano un passaggio sicuro verso la Grecia.

Gli eventi possono essere letti in modo utile in parallelo con l’uso sistemico della violenza durante i respingimenti avvenuti sul fiume Evros - e più ampiamente nella regione -, i quali formano un contesto integrale della violenza usata presso i valichi ufficiali di frontiera. Come primo esempio, questo report analizza un insieme di casi dalla Macedonia del Nord dove il dispiego della polizia Ceca conferma il coinvolgimento di Stati Membri UE nel violento respingimento dei gruppi in transito. Furti, percosse e un trattamento disumano alla discesa dai treni nella città di Gevgelija (MNK) si sposano con altri casi questo mese, per esempio in Ungheria, dove la polizia ha portato avanti azioni simili sui treni. Anche i respingimenti verso la Serbia hanno sottolineato un uso continuativo delle unità K9 da parte delle autorità ungheresi, con un altro severo attacco da parte di unità cinofile nei confronti di un gruppo in transito dove erano presenti minori.

Quindici incidenti sono stati pubblicati da febbraio, i quali rappresentano una diminuzione rispetto al mese precedente. Tuttavia il Network è chiaro nel rimarcare che ciò avviene all’interno di un contesto dove avviene un incremento della criminalizzazione delle operazioni di solidarietà e di pressione nei confronti dei volontari sul campo. Invece che diminuire, il numero di casi raffigura come l’aiuto e il lavoro di monitoraggio siano nel mirino di attori statali e non.

Esempi di questa crescita includono la collusione di gruppi fascisti e della polizia a Šid, i quali hanno bloccato l’accesso di NFI in Subotica, e controlli saltuari di volontari a Velika Kladusa. Di fronte a queste sfide il Network rimane fermo nel suo obiettivo di elevare la voce delle persone in movimento e di difendere il lavoro indipendente di monitoraggio. Un’analisi aggiuntiva include racconti di casi di respingimento dalla Romania, dove famiglie sono detenute, picchiate, colpite col taser e multate. Nello stesso tempo, in Croazia, situazioni materiali hanno riportato un trend preoccupante di divisione razziale durante le espulsioni collettive, e diverse storie di cronaca hanno sottolineato il continuo pericolo alla vita per effetto di una rotta così pesantemente securitizzata. Questi aggiornamenti giungono insieme a notizie riguardanti gli investimenti nella protezione del confine bosniaco, la detenzione a Salonicco e ad Atene, e alle novità sui procedimenti giudiziari nell’enclave spagnola di Melilla.

Generale

Reporting Network
Le testimonianze analizzate in questo report sul campo di febbraio sono state raccolte dai volontari di No Name Kitchen, Philokenia, Crowbar Crew e Escuela con Alma. Aggiornamenti sul campo sono stati prodotti anche da Collective Aid, da gruppi locali e da attivisti indipendenti.

Metodologia:
Il processo metodologico di questi report si basa su uno stretto contatto sociale che abbiamo come volontari indipendenti con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti nei Balcani occidentali. Quando individui riportano ferite significative o storie di abuso, uno dei nostri volontari si siede con loro e raccoglie la loro testimonianza. Nonostante la raccolta di testimonianze in sé si svolga tipicamente in gruppi non più grandi di cinque persone, il gruppo respinto da loro rappresentato può essere grande fino a 50 persone. Abbiamo un quadro di riferimento standard per la struttura delle nostre interviste, che mescolano la raccolta di dati concreti (date, collocazioni geografiche, descrizioni di poliziotti, foto di ferite/report medici, etc.) con narrazioni aperte degli abusi.

Terminologia
Il termine “respingimento” (pushback in inglese) è una componente chiave della situazione che si dispiega lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Il respingimento descrive l’espulsione informale (senza regolare processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro Paese. Questo avviene in contrasto con il termine “rimpatrio”, che è invece condotto in un quadro legale. I respingimenti sono diventati importanti, anche se non ufficiali, e sono parte del regime migratorio dei paesi Europei e altrove.

Trend della violenza di confine

La polizia Ceca porta avanti respingimenti nella Macedonia del Nord

Dal 2015, la Repubblica Ceca ha utilizzato membri delle sue forze di polizia lungo la rotta balcanica, nello specifico ai confini tra Grecia e Macedonia del Nord e tra Serbia e Ungheria, in supporto di una rigorosa protezione dei confini esterni dell’UE. Infatti, nel dicembre 2019, il governo Ceco ha riportato che finora 1.147 membri del suo corpo di polizia sono stati mandato in Macedonia del Nord. Il Primo Ministro Andrei BabiŠ ha descritto il Paese come un “partner fondamentale” nel ridurre il flusso migratorio verso l’UE. In aggiunta, la Repubblica Ceca ha donato approssimativamente un milione di euro sia alla Macedonia del Nord che alla Bosnia Erzegovina come parte della sua iniziativa “Help in Place”. Centrale in questa iniziativa è la prevenzione della migrazione, opposta al ricollocamento delle persone in movimento lungo gli Stati membri dell’UE. Tutto ciò appartiene a una più ampia politica europea di espansione dell’esternalizzazione dei confini, della quale Frontex è attore principale.


Negli ultimi due mesi, BVMN (Border Violence Monitoring Network) ha pubblicato tre testimonianze che raccontano di incidenti di gruppi in transito che attraversavano il confine greco-macedone via treno da Salonicca, in Grecia, a Gevgelija, nella Macedonia del Nord. In ogni caso, i gruppi in transito erano respinti e, in ogni caso, queste espulsioni collettive erano condotte da ufficiali della polizia Ceca. In due di questi incidenti, la polizia Ceca ha esercitato una forza eccessiva contro i gruppi in transito, usando manganelli per colpire gli intervistati su tutto il corpo. Nel caso più recente, un amico di un intervistato è stato colpito duramente, tanto che ha “quasi perso un occhio [1]. Durante questo incidente l’intervistato ricorda che gli è stato detto: “Veniamo dalla Repubblica ceca. Odiamo gli immigrati. Quindi, se vieni di nuovo, ti picchieremo. Smettetela di venire qui”.

Di solito, quando i gruppi in transito fanno richiesta di asilo al confine greco-macedone, ricevono un diniego. Tutto ciò è simile alle tattiche impiegate al confine croato-sloveno dove le richieste di asilo sono state frequentemente ignorate, con un esempio recente che ha avuto luogo questo mese [2]. Inoltre, in un doppio respingimento riportato dal BVMN lo scorso mese, non solo le richieste di asilo dei gruppi in transito vengono negate e i loro effetti personali rubati, ma la polizia Ceca ha anche preteso di sanzionare l’intervistato con una multa di 500 euro.

All’interno della sopracitata testimonianza, il gruppo in transito ha anche incontrato “tre cani con la museruola”. L’uso di unità cinofile è stato notato lungo tutta la rotta balcanica, in parte per individuare le persone in transito, ma anche per intimidirle una volta catturate e per attaccarle. In Ungheria, sono stati utilizzati i cani durante attraversamenti simili fatti via treno, ma con molta più aggressività, come è evidenziato dai due incidenti che hanno avuto luogo vicino alla stazione dei treni di Kelebia: il primo il 12 agosto 2019, e l’altro, un violento attacco, che ha avuto luogo il 20 febbraio 2020 [3]. Queste testimonianze di respingimenti lungo i confini croato-sloveno, serbo-ungherese e greco-macedone sottolineano il continuo trend di violazioni in materia di asilo, di violenza e di uso di tattiche della paura nella protezione del confine nell’area. Le pratiche chiaramente coinvolgono terze parti in supporto di tali respingimenti, tra le quali la Repubblica Ceca.

Un ulteriore attacco con cani in Ungheria

Il 20 febbraio 2020 un gruppo in transito di 26 afghani è stato preso e in seguito respinto vicino alla città Ungherese di Kelebia [4]. Dopo che la polizia ungherese ha negato il diritto di asilo al gruppo in transito - “Hanno riso e hanno detto che eravamo tutti talebani” -, il gruppo è stato caricato in un furgone che li ha condotti indietro, al confine serbo. Dentro al furgone, le persone in transito erano stipate insieme a un cane della polizia, il quale, istigato dagli ufficiali di polizia, ha morso diverse persone.

“La polizia ha mandato il cane per morderci. Quando eravamo dentro al furgone, il mio cuore batteva velocissimo perché [il cane] era davvero vicino.”

Fin dalla chiusura del confine nel 2015, attacchi di siffatta natura da parte delle unità cinofile sono stati una caratteristica ricorrente del regime di respingimenti ungherese. L’ondata di attacchi con i cani è avvenuta contemporaneamente al dispiego dell’Agenzia europea della guardia di frontiera, Frontex, che lavora in stretto coordinamento con le autorità di polizia ungheresi. Come dimostrano alcuni documenti interni di Frontex ottenuti da BIRN, Frontex è stata a conoscenza di violazioni dei diritti umani per diversi anni, ma deve ancora sospendere le operazioni nell’area di confine. Secondo il report di BIRN, un numero artificialmente basso di preoccupazioni viene sollevato dagli agenti sul campo di Frontex, che a loro volta non possono essere indagati dalle stesse autorità di FRONTEX, ma sono affidati alle autorità ungheresi.

Di fronte a tali deboli meccanismi di responsabilità (accountability) e trasparenza, non sorprende che il direttore esecutivo di Frontex abbia concluso che “i presunti casi di uso illegittimo della forza da parte della polizia ungherese, se confermati, non sono avvenuti all’interno delle attività operative coordinate da Frontex”. Siccome Frontex crescerà in dimensione ed espanderà le sue operazioni in paesi extra EU nei Balcani occidentali, dove può agire immune da tribunali del luogo a causa di accordi con i governi locali, la mancanza di trasparenza farà sì che sarà ancora più difficile assicurare la sua adesione agli standard fondamentali in materia di rispetto dei diritti umani.

Casi di respingimenti dalla Romania

Casi di respingimenti di famiglie con uso di taser, violenza diretta e multe procedurali sono stati registrati sul confine rumeno lo scorso mese. Si vuole ricordare con forza che questa rotta orientale resta un sentiero pericoloso per le persone in movimento. I volontari di No Name Kitchen hanno parlato con le famiglie a Šid che sono state respinte in Serbia con un rilevante livello di violenza.

Due incidenti pubblicati dal Network confermano l’area di confine intorno a Kikinda (Serbia) come sito di espulsioni collettive illegali. Nel primo caso, due famiglie irachene sono state espulse dalla Romania con la forza, addirittura con l’uso di un “apparecchio elettrico per dare una scarica elettrica ai due padri”.

Nel frattempo, in un altro caso che ha coinvolto famiglie provenienti da Iraq, Iran e Siria [5], il gruppo in transito è stato trattenuto in una struttura di detenzione rumena, dove l’accesso alle cure mediche essenziale era loro negato.

“Durante la detenzione, alle due donne incinte era stata negata la possibilità di ricevere assistenza sanitaria. L’uomo più anziano - 41 anni - aveva bisogno delle sue medicine, che erano state confiscate e non sono mai state restituite durante i sei giorni di detenzione”.

In entrambi i casi, i bambini sono stati testimoni delle atroci percosse corporali inflitte sui corpi dei loro genitori e trattenuti in condizioni inadeguate durante la detenzione e il trasferimento. Queste gravi accuse confermano i report precedenti pubblicati da Are You Syrious?: fin dal settembre del 2019 le famiglie sono respinte con le stesse modalità violente dalle autorità rumene.


Le peripezie di famiglie e minori sono storie che non vengono spesso raccontati dalle fonti del Network a causa del limitato accesso di reporter indipendenti nei campi ufficiali, dove le famiglie spesso risiedono. Comunque, nel 2019, nel 36% dei rapporti del Network sono coinvolti minori ed è chiaro, in seguito a questi due casi recenti dalla Romania, che i minori e le famiglie rimangono uno dei target costanti dell’esternalizzazione dei confini europei, così come la popolazione maschile sola.

Pratiche di respingimento razziale in Croazia

I casi di febbraio supportano le precedenti denunce del Network che sottolineano le crude pratiche di selezione razziale che governano le procedure di respingimento in Croazia. Pratiche di “profiling” basate sul colore della pelle sono state istituzionalizzate sul campo dalle autorità come metodi per controllare le rotte di trasporto pubblico e privato. Le testimonianze suggeriscono che, durante i controlli sui veicoli, il trattamento dei gruppi in transito a piedi è anche determinato attraverso linee rudimentali di nazionalità.

Un caso rivelatore ha visto la polizia dividere e unire i gruppi in transito arrestati puramente in base alla loro nazionalità, o in base a ciò che la polizia riteneva essere gruppi etnici “omogenei”. Un gruppo di afghani catturati in Slovenia [6] descrive come sono stati inizialmente trasportati con un altro detenuto arabo. Comunque durante il trasporto:

“Il furgone si fermava e loro dal retro erano trasferiti in un altro furgone che conteneva sette detenuti pachistani uomini. All’uomo “arabo” era stato detto di rimanere dentro il primo furgone.”

La divisione del trasporto e del respingimento a seconda di presunte identità nazionali rappresenta una pratica completamente irregolare. L’uso di un tale trattamento differenziale può essere integrato alla politica di respingimento illegale: un‘altra testimonianza di febbraio racconta che la prima domanda rivoltale dalle autorità sia stata “Afghano? Algeria”, nonostante l’intervistato palestinese stesse provando a esprimere il suo intento di richiedere asilo [7]].

È preoccupante che tali distinzioni siano fatte in base a differenze etniche percepite, soprattutto perché questa procedura di “identificazione” manca di qualsiasi base giuridica: in molti casi nessuna informazione è stata raccolta sulla persona e nessuna procedura ufficiale ha avuto luogo. Secondo il protocollo 4 dell’art. 4 della Convenzione europea sui diritti umani, l’espulsione collettiva è proibita e, nonostante ciò, la pratica è stata appoggiata dalle autorità croate fin dalla “chiusura” della rotta balcanica.

Parallelamente alle violazioni del diritto internazionale, tali pratiche, viste attraverso la lente della “razza”, sollevano seri interrogativi riguardo le supposizioni zeppe di stereotipi e di rigido culturalismo sottostanti il controllo del confine. Raggruppare le persone in demografie “comuni” per i respingimenti è solo un esempio delle procedure securitarie altamente illegali e strutturalmente razziste ai confini esterni dell’UE. Gli esempi illustrano nette deviazioni dalle norme legali, e l’applicazione di un’intera sotto categoria di pratiche che si interpongono tra razza e nazionalismo, in netta opposizione con i diritti fondamentali.

Aggiornamento della situazione inGrecia

Chi attraversa dal confine turco si imbatte nella repressione

Nelle scorse due settimane, la crisi umanitaria al confine turco-greco è peggiorata notevolmente. Dopo anni di report di respingimenti illegali portati avanti dalla polizia greca e, presumibilmente, dalle forze militari lungo il fiume Evros e in Turchia, questo trend è marcatamente aumentato nelle recenti settimane. Scene drammatiche hanno mostrato gruppi in transito trattenuti nella terra di nessuno tra i paesi con lacrimogeni e proiettili di gomma, uno dei quali ha presumibilmente ucciso un rifugiato siriano. Questi sviluppi avvengono principalmente in risposta all’apertura formale del confine turco per permettere gli attraversamenti. Il presidente turco Erdogan ha affermato: “Cosa abbiamo fatto ieri? Abbiamo aperto le porte”. La situazione umanitaria sulle isole greche così come sulla terraferma è ulteriormente peggiorata a causa degli attacchi delle ronde di gruppi di estrema destra contro le persone in transito e contro gli operatori delle organizzazioni umanitarie, dei quali si possono tracciare dei paralleli in questo mese in Serbia.

Le ragioni della decisione della Turchia di aprire il suo confine sono molteplici. A livello nazionale, Erdogan è sotto pressione per l’aumento di un sentimento anti-rifugiati, che è cresciuto a causa di una regressione economica. Questa può spiegare la sua richiesta di un aumento di fondi da parte dell’UE, che Erdogan vuole siano direttamente trasferiti al suo governo.

Un’altra causa di preoccupazione per il presidente turco è il crescente numero di perdite turche nel suo intervento militare nella provincia di Idlib in Siria.


Sfidato a livello nazionale per la sua avventatezza geopolitica, cerca supporto europeo nel suo intervento. Inoltre, l’operazione marina europea “Sophia”, recentemente dispiegata per rinforzare l’embargo di armi riguardo la guerra civile libica colpisce principalmente i tentativi turchi di rifornire il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli. Davanti a questi interessi di real-politik, le dichiarazioni turche che chiedono solidarietà all’UE appaiono principalmente intese a dare forma alla narrazione pubblica delle azioni turche. Quindi un misto di "pressione domestica" e strategia geopolitica appare essere al centro della politica della Turchia.

Nei giorni recenti, la risposta della Commissione europea alla situazione sul confine greco si è incentrata nell’esprimere solidarietà al governo greco e nel promettere supporto finanziario e di risorse umane, nella forma di un crescente dispiego delle truppe di Frontex. Un portavoce della Commissione ha affermato che la Commissione non può determinare la legalità delle azioni greche. Questa dichiarazione è poco più di uno specchietto per le allodole: la Commissione può dare il via a procedure di infrazione, che sarebbero chiaramente legittimate dalla sospensione greca dei diritti; procedure che sono state impiegate in passato contro le leggi ungheresi sull’asilo.


La situazione attuale mette in luce il fallimento dell’UE nello sviluppare un sistema di asilo efficace e un sistema di ricollocamenti dopo l’estate del 2015, così come mette in luce una profonda tensione tra sentimenti anti-immigrazione e i valori fondamentali dell’UE. Oltre a provvedere all’immediato soccorso umanitario, l’Europa dovrebbe procedere a sviluppare un sistema per ricollocare i rifugiati presenti da entrambi i lati del confine turco-greco e sulle isole greche. Dovrebbe estendere il suo supporto per i rifugiati residenti in Turchia, assicurare l’incolumità dal refoulement e standard dignitosi di vita. Fallendo nell’adempiere a ciò, si crea una situazione per cui la Commissione, e per estensione tutta l’UE ne è complice, le persone in movimento sono usate come pedine nel gioco di potere geopolitico, con conseguenze mortali.

Arresti e detenzione a Salonicco e ad Atene

Fin dall’inizio del mese, c’è stato un significativo incremento nel numero degli arresti delle comunità transitanti nelle città di Atene e Salonicco. A prescindere dallo stadio delle loro procedure di asilo, le persone vengono arrestate in gruppi nelle aree conosciute per ospitare larghi numeri di migranti e rifugiati, per esempio le stazioni dei treni e le piazze cittadine. Questi arresti sono stati giustificati come pertinenti al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica.

I siti di detenzione di Salonicco sono i campi di Drama e Exanthi, per Atene c’è invece il centro di detenzione di Amigdaleza. I team di ricerca a Salonicco hanno ascoltato racconti specifici riferiti da persone trattenute all’interno di questi campi e centri, che sono chiusi (per chi prova ad entrare, ndt). Due degli intervistati hanno riferito che hanno “white cards” e stanno aspettando per il loro colloquio di asilo; uno non ha precedenti legali registrati o arresti in Grecia, la ragione per la sua detenzione non è stata spiegata, e gli è stato negato il colloquio con un avvocato. Entrambi sono stati trattenuti in prigione per tre settimane prima di essere trasferiti in un campo dove non si può entrare e dove sono attualmente trattenuti. La preoccupazione della comunità internazionale di volontari legali è che questi processi possano essere un principio per deportazioni di massa, verso la Turchia o i paesi d’origine.

In linea con i piani per le isole, ovvero convertire i campi in centri di detenzione di massa, ci sono voci che queste scelte siano allo stesso tempo pianificate per la terraferma. Un siffatto progetto sta venendo pianificato per il vecchio campo di Vasiliadis nella municipalità di Serres, ad un’ora e mezza in macchina da Salonicco. L’altro campo, come confermato, sarà costruito a Chania, un’isola cretese lontano dalla costa di Atene. Questi cambiamenti, abbinati alla violenza sulle isole e sul confine terrestre, stabiliscono un quadro preoccupante per le crescenti misure restrittive che giungeranno.

Croazia

Ferite gravi durante il transito a causa di un rischio imposto

Le rotte precarie intraprese dalle persone in movimento in febbraio hanno continuato a causare gravi rischi alla vita all’interno del territorio croato. Questi pericoli giungono come diretto risultato del regime intimidatorio dei respingimenti che porta i gruppi in transito a movimenti clandestini, in contrasto dei loro diritti fondamentali ad essere trattati umanamente e nel rispetto del diritto internazionale in materia di asilo.

Il 23 febbraio Total Croatia ha riportato di due famiglie, tra cui sette bambini, che sono stati trovati in un camper vicino a Glina (Croazia), a circa 80 km da Zagabria. Tutte provenienti dall’Iraq, le persone in transito erano esauste e in salute precaria.

Una volta soccorsi, entrambe le famiglie sono state collocate in centri di accoglienza per richiedenti asilo, ma ciò non avviene sempre. Nel 2019 un numero stimato di 25.000 persone sono state illegalmente espulse dalla Crazia, rendendo quindi poco sorprendente che i gruppi in transito tentino mezzi sempre più pericolosi per evitare i controlli della polizia. Il database delle espulsioni illegittime registrate dal Network mostra come la legge in Croazia sia regolarmente trasgredita da coloro i quali si suppone debbano farla rispettare, e che il trasferimento in un centro d’asilo non è una procedura seguita in modo consistente.

Un altro incidente della metà di febbraio incoraggia l’affermazione per cui un rischio sproporzionato sta venendo imposto nei confronti della vulnerabile popolazione in transito. Quando un gruppo di persone aveva raggiunto Slunj (Croazia), sono entrate in una zona militare dove sono stati trovati e identificati dai soldati croati. Impauriti dagli ufficiali, uno di loro ha provato a scappare ed è saltato “da una rupe in un burrone di tre metri” rompendosi una gamba, per cui è stato portato in ospedale per un’operazione. L’atto di disperazione non stupisce, dato il trattamento subito dalle persone in movimento nelle mani delle autorità croate che i volontari registrano quotidianamente.

Ancora un altro rapporto di questo mese [8] illustra perché le persone in transito cercano di evitare la polizia croata. In questo caso, il gruppo in transito è stato arrestato vicino Gornji Ostrc, dove le persone sono state picchiate violentemente e respinte indietro dagli agenti croati. Quello che ne è seguito è un estremo, ma istruttivo, esempio della condotta della polizia verso le persone in stato di cattura:

Quando un membro del gruppo guardava negli occhi di un ufficiale, questo era picchiato con un bastone o colpito con una scarica elettrica proveniente da un dispositivo taser”.

"Gli agenti hanno costretto i membri del gruppo a camminare nel fiume e a nuotare verso l’altra riva in Bosnia Erzegovina. Non è stato chiesto loro se ognuno sapesse nuotare. Gli ufficiali hanno sparato nel fiume mentre il gruppo lo stava attraversando".

La paura indotta da questi episodi di estrema violenza contribuisce direttamente a viaggi ancora più pericolosi intrapresi dalle persone in Croazia e lungo la rotta balcanica. Le misure supportate dall’UE costringono le persone a mettere la loro vita e la loro salute fisica in serio pericolo mentre intraprendono un viaggio precario tramite veicoli, attraversando zone militari, fiumi, recinzioni e montagne.

Bosnia Erzegovina

La prevenzione rafforzata del “pre-confine”

Le dichiarazioni di febbraio del Ministro della Sicurezza hanno allineato ulteriormente la sicurezza del confine della Bosnia all’approccio della sua controparte croata, posizionando in maniera crescente la Bosnia Erzegovina come un attore chiave nell’arrestare la migrazione lungo la rotta balcanica. Ciò si appura dai rapporti sulla deterrenza prima della zona di confine da parte di agenti bosniaci vicino a Bihac. Gruppi in transito erano stati rimandati indietro prima del confine da parte di ufficiali locali che avevano detto a loro: “Andate nel campo”, delineando un possibile cambio nell’approccio da parte delle autorità bosniache [9]. Questa modalità, presumibilmente, si collega ad una narrazione politica che viene utilizzata dal ministro Radoncic, la quale cerca il supporto europeo per integrare la Bosnia Erzegovina nella rete preventiva di attori che lavorano all’interno del regime di respingimenti.

L’UE deve capire che per proteggere la propria sicurezza ha bisogno di far diventare la Bosnia, la Serbia e il Montenegro e l’intera regione un’impenetrabile barriera per i migranti” (Affermazione del Ministro della sicurezza Bosnia Erzegovina a Euro News).

Frattanto la Croazia ha risposto nello stesso modo, inviando telecamere termografiche ed equipaggiamento ai tre cantoni della Bosnia a maggioranza croata per rafforzare ulteriormente la protezione del confine con l’Erzegovina. Questi sviluppi introducono ulteriori restrizioni nel movimento delle persone in transito e pongono preoccupazioni profonde circa il ruolo dello Stato che prosegue imperterrito nella politica dei respingimenti.

Serbia

Proteste al confine ungherese

Il 7 febbraio 2020 ha avuto luogo una manifestazione al valico di confine di Kelebija, dove tra le 200 e le 500 persone in movimento erano giunte a Subotica nei giorni precedenti. La manifestazione era auto-organizzata, con l’intento di portare l’attenzione sulla crisi dei migranti nel Nord della Serbia. L’evento in sé era stato organizzato per la mattina presto dell’8 febbraio, dove una marcia doveva partire da Subotica fino al valico di frontiera di Kelebija. A causa di un tensioni tra i partecipanti e la polizia, la marcia è stata anticipata alla notte del 7 febbraio. Le persone in movimento hanno iniziato a concentrarsi al valico di confine fin dal tardo pomeriggio, controllate da una presenza consistente della polizia serba, con una partecipazione significativa di famiglie e minori migranti.


I volontari in collaborazione con MSF hanno ricevuto l’autorizzazione non ufficiale di distribuire coperte e sacchi a pelo ai partecipanti, ma non appena giunti al valico di frontiera verso le 21, il Ministro della Difesa serbo è giunto sul luogo per bloccare gli aiuti materiali. In seguito, nella notte, la tensione ha cominciato ad aumentare quando gruppi sono rimasti bloccati al confine al gelo. Le autorità hanno risposto in maniera repressiva, interrompendo la manifestazione all’una circa e caricando le persone sugli autobus diretti nei campi nel sud della Serbia. I report spiegano che durante i tragitti in bus la polizia non abbia permesso di usufruire dei servizi igienici o di fermarsi alle stazioni di servizio, e sono state portate avanti chiare espulsioni forzate per scoraggiare le persone dal raggiungere il nord della Serbia come luogo transito.

Una manifestazione più piccola con richieste simili è stata portata avanti a Velika Kladusa. L’assembramento di circa 100 persone attorno al Centro di Accoglienza Temporaneo di Miral, a 5 km a sud della città, ha ottenuto l’attenzione dei media, ma era monitorato da vicino dalla polizia bosniaca. Insieme alle azioni intraprese contro le persone in movimento, la polizia ha inasprito i controlli nei confronti dell’operato dei volontari indipendenti, fermando e cercando molte persone coinvolte nel lavoro di solidarietà con No Name Kitchen. Le mosse delle autorità locali mostrano presumibilmente l’intersezione delle lotte per la libertà di movimento e il lavoro indipendente di solidarietà, una dinamica osservabile in Serbia, in Bosnia Erzegovina e in Turchia lo scorso mese.

Securitizzazione a Šid e attacchi fascisti

Dopo l’espulsione di tre volontari a gennaio, la situazione a Šid non è migliorata per quanto riguarda le attività di solidarietà con le comunità informali in transito nel luogo. No Name Kitchen ha mantenuto il suo supporto nel rifornire di cibo e acqua le persone che vivono nella fabbrica abbandonata di Grafosrem, ma la polizia serba continua a seguire i movimenti della ONG, rendendo le distribuzioni quotidiane difficili. Un incidente ha persino portato i volontari ad essere fisicamente accompagnati in furgoni della polizia mentre cercavano di portare avanti il loro lavoro. In risposta, la distribuzione di oggetti essenziali è stata spostata in location alternate, danneggiando sia le persone in movimento che i team in loro supporto.


Più inquietante, comunque, è stata la ricorrenza di attacchi e intimidazioni da parte di gruppi fascisti serbi conosciuti come i “Chetniks”. Il 9 febbraio, i membri di questo movimento nazionalista di estrema destra si sono nascosti nello squat di Grafosrem durante la sera, hanno aspettato l’arrivo dei volontari e hanno iniziato a molestarli in maniera sadica. I responsabili hanno parcheggiato le loro auto attorno al furgone di No Name Kitchen per bloccarlo e hanno chiamato la polizia. Una volta che le autorità serbe sono giunte sul posto, i membri del gruppo fascista hanno iniziato a stringere le mani degli ufficiali e a ridere, suggerendo un chiaro livello di collusione. Oltre a questo, vandalismo, nella forma di svastiche, e intimidazioni criminose hanno segnato un forte aumento nelle azioni di estrema destra a Šid contro i volontari che portano avanti azioni di solidarietà, come è stato rimarcato in una recente dichiarazione di No Name Kitchen.

Insieme al dispiego di più di 40 ufficiali delle Forze speciali serbe verso fine febbraio - salutati dal Presidente Vucic come mediatori di “pace e ordine” - il transito nell’area di Šid è diventato particolarmente pericoloso. È stato registrato un conseguente aumento di attacchi violenti portati avanti dalle autorità, e quasi ogni giorno No Name Kitchen riceve notizie di soldi rubati, tende bruciate e persone in movimento attaccate. In particolare, coloro che vivono nei campi ufficiali oppure usano la stazione dei bus o dei treni hanno subito una restrizione nel movimento da parte della polizia. L’intersezione di questa pressione istituzionale e il concomitante aumento degli attacchi di destra segna, in maniera preoccupante, un approccio coerente contro l’assistenza dal basso in uno dei più duraturi centri di transito della rotta.

Procedimenti legali

Conclusioni sui respingimenti a Melilla

Il Network è rimasto molto deluso dal venire a conoscenza della decisione presa dalla Corte Europea dei Diritti Umani riguardo il respingimento di due persone (cittadini del Mali e della Costa d’Avorio) dall’enclave spagnola di Melilla in Marocco.

Il risultato del prolungato caso legale è dipeso dall’interpretazione del diritto internazionale in materia di espulsione collettiva, e la sentenza ha sancito che i denuncianti non erano stati espulsi in violazione della legge europea perché questi non avevano fatto uso dei “legali canali d’entrata”. Questa motivazione è stata largamente condannata da gruppi per i diritti umani e da vari commentatori perché intenzionalmente ignora la violenza commessa dalle autorità spagnole a Melilla che rende il transito sicuro attraverso le frontiere regolari praticamente impossibile, e che quindi obbliga le persone a intraprendere pericolosi attraversamenti, come quelli attraverso le barriere di frontiera.

La Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mujatovic ha riferito che a Melilla è “praticamente impossibile per gli Africani Sub-Sahariani” approcciarsi al confine tranne che via mare o attraverso le barriere fortificate di perimetro. Ha rimproverato la Corte per la sua decisione di ritenere che la Spagna non violi il Protocollo 4 dell’Articolo 4 della Convenzione europea sui diritti umani, perdonando di fatto l’esecuzione di un respingimento illegale. Il caso rappresenta una piega preoccupante nella ricerca di trasparenza e affidabilità, giustizia e applicazione del diritto internazionale riguardante le espulsioni illegali dal territorio dell’UE e solleva gravi domande circa il ricorso a processi decisionali giudiziari indipendenti. Sebbene il Network abbia fino ad ora focalizzato il suo lavoro sui respingimenti nella regione dei Balcani, è chiaro che questo risultato importante abbia implicazioni più ampie per difendere pratiche illegali nei confini esterni dell’UE.

Glossario del report di febbraio 2020

Il Network ha riportato il respingimento di 190 persone attraverso 15 differenti episodi a febbraio. Il report dà voce a un’ampia varietà di categorie demografiche di persone, tra cui uomini, donne e minori, alcuni nelle strutture dei campi ufficiali, altre in accampamenti informali. Gli intervistati inoltre provengono da una larga varietà di paesi tra cui: Siria, Afghanistan, Pakistan, Marocco, Algeria, Tunisia, Iran, Iraq e Palestina. Tra i casi ci sono:
- 11 respingimenti verso il territorio della Bosnia Erzegovina (otto respingimenti diretti dalla Croazia/tre respingimenti a catena dalla Slovenia);
- 3 respingimenti verso la Serbia (due respingimenti diretti dalla Romania e un respingimento dall’Ungheria)
- Un respingimento diretto dalla Macedonia del Nord alla Grecia