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Nel chiaroscuro dei centri di accoglienza

Le nostre misure di sicurezza

28 marzo 2020

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Eravamo già all’interno di uno spazio di eccezione, dove non potevano essere inclusi in un tutto di cui, pur tuttavia, ci sentivamo membri [1].

La nostra peculiarità è appartenere a questo spazio è di essere ‘persone senza Stato’, esattamente come un virus. Non riusciamo a dire se la nostra legge sia lecita oppure illecita; ma sappiamo, che qui dentro, la nostra legge è diversa dalla vostra perché non viviamo come voi e non adottiamo le vostre stesse relazioni.

E’ un incubo che spero finisca presto’, è quanto supplica chi dall’interno, durante questa raccolta di voci sulla pandemia, ci lavora.

Ci troviamo, ancora una volta, dinanzi ad un accesso differente al diritto alla salute che nei nostri pressi è debole, limitato, leggero, quasi parziale, come lo è il diritto da cui siamo tutelati. Noi, ‘i vostri beneficiari’, siamo ‘una presenza fuori posto in tutti i sensi del termine [2]. Siamo sospesi in un margine [3], ancora, dove anche noi non vorremmo avere paura di contagiarci l’un con l’altro, per non farci paura e per non farvi paura.

Ma, nel nostro chiaroscuro, nelle mani delle azioni o delle omissioni che causano o facilitano i disastri, le riduzioni degli elementi del nostro diritto alla salute incrementano i siti di ingiustizia, gli episodi di abuso, le azioni di non eticità ed anche le insicurezze di tutti, come parte di una intera comunità umana ospitata sul globo terrestre.

Si sa che i virus possono infettare l’intero globo attraverso un numero molteplice di meccanismi. Le misure di quarantena, isolamento e distanza sociale sono state sviluppate storicamente come strategia nel momento in cui non esiste una chiara conoscenza e certezza riguardo gli individui che sono esposti alle infezioni e che a loro volta possono essere infetti.

Una ragione etica a favore dell’applicazione di queste misure è che esse possono essere effettive al fine di proteggere e supportare la salute pubblica ed estendendole, esse potrebbero, contribuire a proteggere gli umani e garantire la sicurezza nazionale.

Nei nostri chiarori, una buona vita umana include la salute, la salvezza, lo sviluppo e la libertà di non aver paura [4]. Per questo, considerando l’alto potenziale attraverso cui un individuo può contribuire al diffondersi della pandemia, la distanza sociale è una strategia obbligata per limitare e circoscrivere il contatto, accettato come limite alla trasmissione e come una importante risposta ad una influenza pandemica.

Nella loro oscurità, a una buona vita umana sono escluse la salute, la salvezza, lo sviluppo e la libertà di non aver paura, oggi più di ieri. ‘Purtroppo, qui ed adesso, loro sono costretti a condividere spazi non belli, con persone estranee e a mangiare quello che l’azienda continua a passare. Stanno vivendo un periodo ancora più difficile rispetto a quello che stiamo vivendo noi’.

In questi ‘casermoni’, decretati per la grande accoglienza, gli spazi dove la quotidianità delle decine di ospiti si consuma sono le camere affollate dai letti a castello, dai respiri e dai timori - non pochi - e sala mensa e sala - TV ‘ necessari incroci di incontri e contati. In quegli spazi così piccoli per tante persone, gli aiutanti ai banchi alimentari o ortofrutticoli o i porta pizza in bicicletta, ancora lavorano, aumentando il livello di pericolosità per la salute pubblica e di conflittualità sociale.

In queste strutture così grandi che sono anche le più comuni in seguito al Decreto Salvini agli operatori - e soprattutto durante la pandemia - altro non è rimasto che controllare, ancora di più

In questo momento i ragazzi sono tutti chiusi e questo crea il panico. Con situazioni particolari che comportano problemi. Un lavoro di contenimento più di prima, ma con l’appoggio delle forze dell’ordine che, stavolta, vengono in soccorso. Ci sono persone che non stanno bene, sia fisicamente sia psicologicamente, e che danno segni di stanchezza. Tutto ciò potrebbe esplodere in problematiche più gravi. In questo spazio, c’è solo da controllare’.

All’interno, ospiti senza riferimento, uomini e donne fragili, categorie vulnerabili, che narrano una situazione peggiore rispetto a prima, dove chi era abbandonato lo è ancora di più. ‘Si perché, gli operatori adesso passano solo qualche volta’ e, spesso, gli uffici sono diventati off-limits e le comunicazioni urgenti vengono effettuate soltanto telefonicamente.

Diversa è la situazione nei centri di piccola dimensione, ossia i centri a bassa capienza, dove i mediatori riescono a lavorare in smart working, gli educatori e le educatrici in video chiamata, come anche gli insegnanti di italiano e ‘per fortuna - aggiungono gli operatori - gli ospiti sono pochissimi’. Non essendo costretti a condividere spazi troppo pericolosi, veicolando tra loro la paura del contagio, è anche possibile adottare la misura minima della distanza sociale, per il beneficio dell’intera società [5].

L’esempio più ovvio di un caso in cui il benessere comune è affidato a un minimo di partecipazione generale, è l’igiene e la prevenzione delle malattie infettive. Un solo caso di peste, se trascurato, può generare in un disastro per l‘intera comunità.

Nessuno può sostenere a ragione, sul piano della libertà generale, che un uomo affetto da peste debba essere lasciato libero di propagare l’infezione in lungo e in largo. Le stesse considerazioni sono applicabili al drenaggio, alle segnalazioni di febbri e a cose affiini [6].

“[t]he historic dream of public health . . . is a dream of social justice.