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L’isolamento nei CAS degli emarginati

Conversazioni e riflessioni da “Libera La Parola” di Trento, scuola di italiano per migranti

31 marzo 2020

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Da settembre 2018 la scuola di italiano LiberaLaParola ha trasformato tutte le settimane il Centro Sociale Bruno in una Babele di lingue, religioni, culture. Migranti o studenti universitari, senzatetto o ricercatori: tutte le persone sono benvenute e volontarie e volontari offrono gratuitamente lezioni di lingua, ma soprattutto calore umano, voglia di ascoltarsi a vicenda, di scambiare opinioni.

Poi è arrivato il virus, e la nostra voglia di stare insieme si è trasformata in un rischio per la nostra salute. Ma non ci siamo dati per vinti, e tutt’oggi volontarie e volontari utilizzano tutti i mezzi disponibili – telefono, email, chat e videoconferenze – per mantenere quei contatti sociali indispensabili tanto per gli studenti quanto per gli insegnanti.

Così abbiamo ancora una volta l’opportunità di vedere l’isolamento non solo dal punto di vista privilegiato di chi ha un reddito, una casa e una connessione a internet stabile, ma anche dal punto di vista degli ultimi e dei vulnerabili. E ancora una volta sentiamo il dovere di denunciare situazioni critiche e irrispettose della dignità umana.

Altruismo, solidarietà, gratitudine, speranza

La costante che notiamo appena contattiamo i nostri studenti è l’altruismo: “come stai?”, “come sta la tua famiglia?”, “come sta [il compagno di lezione di italiano X]? Mi puoi dare il suo numero?” Chi crede in un dio ci risponde con parole di preghiera : "che Allah ci protegga", "che Dio ci benedica", altri ci rivolgono parole di incoraggiamento, "tutto andrà bene", "tutto andrà meglio".

Salta poi all’occhio la preoccupazione per l’Italia e i suoi abitanti: sui loro profili dei social network si moltiplicano le bandiere italiane e trentine e i messaggi di speranza in tantissime lingue rivolti alle comunità che quelle bandiere rappresentano. Le stesse comunità dalle quali loro sono quotidianamente esclusi.

C’è poi la gratitudine, per quello che rappresenta la scuola di italiano, e per il valore immenso racchiuso in qualche minuto di dialogo, che pure aiuta a distogliere la mente dalle preoccupazioni contingenti, tanto agli studenti quanto ai volontari.
Paura, preoccupazione, angoscia

I messaggi di speranza che riceviamo sono tanto più significativi quando li accostiamo alle testimonianze delle situazioni economiche, abitative e igienico-sanitarie che quelle stesse persone e i loro cari stanno vivendo.

C’è la paura per il contagio: “Ho paura di ammalarmi”, “Ho paura per la mia famiglia, il virus è arrivato anche [nel mio paese]”. La paura per la militarizzazione dell’emergenza sanitaria: "Sento la polizia con i megafoni e ho paura", "Mi ricorda la guerra, e sono nel terrore".

Ci sono poi le preoccupazioni per chi vive in disagio economico o abitativo: "Sono rimasto senza lavoro", "Come faccio a trovare casa?", "Ho fatto domanda per un posto in dormitorio, 10 giorni fa. Mi hanno detto che non c’è posto. Non c’è posto, fa freddo e ho paura del virus". La mensa del Punto di Incontro è aperta costantemente, ma la sera il pasto è al freddo, e la notte è lunga.

E rimaniamo basiti di fronte alla richiesta di aiuto di una persona senza dimora ha ricevuto una multa perché era fuori casa. L’abbiamo scritto pubblicamente e lo ribadiamo: lo slogan #iorestoacasa è un privilegio per chi una casa ce l’ha.

La polveriera Fersina

Due settimane fa, grazie alla lettera [1] dell’Assemblea Antirazzista è stata data voce alla testimonianza di tante persone che vivono nella Residenza Fersina. Riportiamo qui testualmente le parole inviate al giornale da un nostro studente dopo aver letto la reazione della Croce Rossa [2] alla lettera:

«Vi scrivo queste parole riguardo l’articolo che è stato pubblicato da voi sulla residenza Fersina “i rifugiati della Fersina vivono in situazione di trascuratezza”. Non posso che confermare il tutto sulla brutta situazione di com’è messa quest’ultima. Iniziando con la scarsa qualità del cibo offerta dalla croce rossa ai suoi ospiti fino al comportamento di certi operatori che si caratterizzano di mancanza di esperienza in questo genere di lavoro. Faccio chiarimento anche sui problemi che si creano durante le file di mensa tra ospite durante gli stretti orari di servizio, ormai come sappiamo tutti la gestione dei centri accoglienza genera solo lucro a che li gestisce usando il minimo necessario per portare in avanti i così detti progetti d’accoglienza, non mentendo in considerazione lo stato di salute fisico e morale degli ospiti, so che un momento difficile per l’intera popolazione, ma garantisco che essere in quarantena con più di 250 persone diventa una lotta di convivenza.» [sic]

Le sue parole non sono state ascoltate né pubblicate, la sua voce marginalizzata come tante altre che denunciano gli effetti delle scelte criminali della giunta leghista.

Un altro testimone, lo chiameremo con il nome di fantasia Saeed, ci racconta che "non possiamo uscire, e certamente è per il nostro bene, per la nostra salute. Ma in stanza siamo in sei, e il mio vicino di letto tossisce. Chi ha i sintomi più evidenti viene messo in quarantena (Ndr: nei container al lato dell’edificio), ma gli altri stanno qui". Alla sofferenza fisica si aggiunge quella mentale, di un uomo che prima lavorava dieci ore al giorno (sfruttato, sottopagato, talvolta ricattato) e comunque trovava la forza di venirci ad aiutare alla scuola di italiano come interprete con i nuovi arrivati, e che ora è costretto a stare a letto tutto il giorno in preda alla noia. Non ci sorprendono allora i racconti di nervi tesissimi e continui litigi.

Raccontiamo a Saeed di come ci stiamo muovendo per difendere anche i suoi diritti, gli leggiamo al telefono la lettera che abbiamo scritto con l’Assemblea Antirazzista sulla situazione al Fersina; raccontiamo che la Croce Rossa ci ha risposto accusandoci di essere razzisti. Saeed interrompe il racconto con una risata; ridiamo insieme, ci fa bene ridere, anche in questi momenti.

Leggiamo a Saeed anche l’appello [3] per una sanatoria a cui abbiamo aderito con convinzione: più conosciamo le situazioni dei nostri studenti, e più ci sembra evidente che l’unica via possibile per un miglioramento delle condizioni di tutte le persone sul territorio (Trentini da generazioni compresi) sia una regolarizzazione delle persone migranti. Il Portogallo ha già mostrato la via, e anche in Italia si susseguono [4] appelli in tal senso.

Ci tocca tagliare corto la conversazione, "Sto finendo i giga per questo mese...", e quando il telefono diventa l’unico mezzo per proiettarsi all’esterno e mantenere i contatti, non è un problema da poco.

Si conclude così, all’improvviso, la lezione di italiano a distanza. Una lezione che, come sempre a LiberaLaParola, va molto oltre il semplice apprendimento della lingua.