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Intanto nel Mediterraneo proseguono i respingimenti in Libia

di Giovanni D’Ambrosio, volontario di Mediterranean Hope a Lampedusa

2 aprile 2020

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Una barca, o forse due, con una quarantina di migranti a bordo si trova in acque internazionali di competenza SAR (Search and Rescue) maltese. Avvistati da velivoli di Frontex già in mattinata, sono intercettati dalla cosiddetta guardia costiera libica nel pomeriggio e riportati a Tripoli. L’OIM si dice «allarmata» per questo ennesimo respingimento in violazione al principio di non-refoulement e ai trattati internazionali sul soccorso marittimo.

Lampedusa - Sabato 14 marzo. Il molo Favarolo di Lampedusa, dove di solito avvengono gli sbarchi dei migranti soccorsi dalla guardia costiera, è occupato da una quarantina di persone provenienti dalla Libia. Sono arrivati autonomamente nella notte, intorno alle 2 del mattino.

L’hotspot di contrada Imbriacola, che potrebbe contenere fino a un centinaio di persone, ospita già 26 migranti tunisini arrivati due giorni prima e subito messi in quarantena all’interno del centro di accoglienza. Siccome non è possibile una divisione netta degli spazi con i nuovi arrivati, i migranti appena sbarcati sono stati trasportati lì, al molo. Poliziotti e carabinieri li sorvegliano da una certa distanza.

Saranno trasferiti in Sicilia con il traghetto soltanto la sera di sabato, dopo circa 16 ore di attesa. Alcuni anziani si sporgono dalla terrazza che dà sul porto mormorando: «Ma che fanno? Sembra il 2011».

Nel 2011, all’indomani della rivoluzione in Tunisia migliaia di persone arrivano su questa piccola isola del Mediterraneo. Sono così tanti, e la risposta governativa alla crisi in corso talmente lenta, che molti sono costretti a dormire all’aperto, alcuni trovano riparo sotto i camion in atteso del traghetto al molo commerciale. Intanto, oggi, il Mediterraneo è ancora attraversato da numerose imbarcazioni che tentano di raggiungere l’Europa. Anche senza la presenza di “pull factor” o “taxi del mare” all’orizzonte, il bel tempo e le onde basse permettono di affrontare la traversata in un Mediterraneo però scoperto dalle navi di salvataggio della società civile, in sosta nei porti a causa dell’emergenza coronavirus.

La dimostrazione che non sono da considerare un fattore di attrazione per i flussi migratori sono i dati pubblicati negli stessi giorni dagli uffici dell’OIM in Libia.

Circa 400 persone sono state intercettate dalla cosiddetta guardia costiera libica e riportate a Tripoli nelle 24 ore tra il 14 e il 15 marzo. Non sembra quindi essere la presenza o l’assenza di navi di soccorso a frenare o intensificare il flusso migratorio dalla Libia. Né l’attuale emergenza legata all’epidemia di coronavirus in Italia. Ma solo la forza del vento, e l’altezza delle onde del mare.

Una barca di legno con a bordo 49 persone - Alarm phone parla anche di una seconda barca con 60 persone a bordo - è stata riportata a Tripoli mentre si trovava già in acque internazionali di competenza maltese per quanto riguarda le operazioni di Ricerca e Soccorso [1].

Sempre Alarm phone scrive in un comunicato «fonti confidenziali ci hanno informato che un velivolo di Frontex aveva individuato la barca con i migranti già alle 6:00 di mattina, quando era ancora nella contestata zona SAR libica. Alle 18.04, la nave della guardia costiera libica Ras Al Jadar ha intercettato la barca nella zona SAR maltese in posizione N34 ° 26 ‘, E 14 ° 07’. Ciò significa che l’agenzia di frontiera europea Frontex, MRCC [Maritime Rescue Cooperation Center, ndr] Roma e RCC Malta erano tutti consapevoli di questa barca in pericolo e hanno cooperato con le autorità libiche per farle entrare nella zona SAR maltese e intercettare l’imbarcazione».

L’OIM si definisce «allarmata», da ciò che appare una violazione dei trattati internazionali sulle zone SAR - search and rescue - e si appella al principio di non-refoulement per chiedere la cessazione dei respingimenti in Libia, paese che ovviamente non può essere considerato sicuro. L’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, tanto conosciuto quanto ignorato, vieta l’allontanamento forzato - diretto o indiretto - verso un paese in cui la vita o le libertà delle persone respinte potrebbero essere minacciate.

Non si tratta purtroppo di casi eccezionali.

Respingimenti del genere sono già accaduti in passato, celebre la condanna del Consiglio d’Europa all’Italia nel 2012 per i respingimenti diretti della guardia costiera a seguito degli accordi con la Libia di Gheddafi, e c’è ragione di credere che continueranno anche in futuro. Oltre alla collaborazione con la cosiddetta guardia costiera libica, i respingimenti sono spesso stati “privatizzati”.

Navi mercantili, pescherecci, petroliere che si trovano a soccorrere imbarcazioni nel Mediterraneo, per non incappare nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o perché coordinati dai centri di soccorso marittimo (MRCC), riportano i migranti a Tripoli.

È il caso, per fare un esempio, dell’Asso Ventotto. Mercantile battente bandiera italiana che nel luglio 2018 soccorre 101 migranti in acque internazionali - ciò significa inoltre che il mercantile in quel momento era da considerare territorio italiano - e le riporta indietro, seguendo le istruzioni della guardia costiera libica.

Ma in questi giorni ricade l’anniversario di un’altra vicenda accaduta nel Mediterraneo. Il 27 marzo 2019 un gommone in difficoltà ad alcune miglia dalla Libia con a bordo 114 migranti avvista più volte un elicottero volteggiare nel cielo sopra la loro posizione. Erano partiti qualche ora prima e soltanto dopo poche ore le condizioni del gommone hanno iniziato a deteriorarsi. Si stava lentamente sgonfiando.

La paura lascia il posto a una incerta speranza quando in lontananza vedono lo stesso elicottero, questa volta però - la terza - accompagnato da una nave che si dirige verso di loro. Si tratta della Elhiblu, una petroliera turca che viaggia da Istanbul a Tripoli.

Contattata dagli operatori dell’operazione Sophia/Eunavfor Med, è richiesto il suo intervento per salvare i naufraghi a bordo del gommone. Giunti in prossimità, i migranti diretti in Europa salgono dalle scale laterali.

Si erano già resi conto che non si trattava di un’imbarcazione di salvataggio e chiedono quale sarà la destinazione della nave. «Tripoli», risponde un marinaio indiano. I migranti sono presi dal panico. Per nulla al mondo tornerebbero in quell’inferno.

Alcuni sono talmente spaventati all’idea di far ritorno in Libia che non si fidano delle rassicurazioni del capitano e decidono di rimanere sul gommone in condizioni già critiche.

Si tratta di sei uomini provenienti da diversi paesi africani. Ancora oggi non sappiamo cosa ne sia stato di loro. Il comandante della nave giura che mai sarebbero stati riportati indietro a Tripoli. Infatti è in comunicazione con i centri di coordinamento del soccorso marittimo, i quali presto gli avrebbero fornito un porto sicuro dove farli sbarcare.

Nella notte la nave si muove, ma non nella direzione auspicata dai migranti. Dalle registrazioni della radio di bordo rese note nel corso della vicenda giudiziaria, è evidente che l’Europa, attraverso l’agenzia Frontex ha avuto un ruolo attivo cooperando con la Guardia Costiera Libica e con la petroliera per respingere i migranti e riportarli a Tripoli.

Molti se ne rendono conto solo quando vedono, a poche miglia nautiche di distanza, le luci della città libica. Sono disperati, alcuni minacciano di gettarsi in mare. Il comandante sembra convincersi a non riportarli indietro e inverte la rotta, procedendo verso Malta.

Dopo tre giorni in mezzo al mare, i migranti vengono accolti dai militari maltesi che abbordano letteralmente la nave. La Valletta infatti aveva ricevuto comunicazione dalla El hiblu che i migranti a bordo avevano preso il controllo della nave, minacciando l’equipaggio e costringendoli a fare rotta verso l’Europa [2].

Il comandante voleva probabilmente tutelarsi dall’accusa che gli poteva essere mossa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, infatti non risultano riscontri dei danni che sarebbero stati causati alla nave e all’equipaggio durante la presa del controllo della nave. Tre ragazzi, di 15, 16 e 19 anni all’epoca dei fatti, sono arrestati perché si trovavano sul ponte di comando nel momento dell’operazione militare che ha “ripreso il controllo del mercantile”.

I tre ragazzi rischiano accuse pesantissime: terrorismo, sequestro di persona, violenza privata contro le persone e le cose. Alcuni reati sono punibili anche con la carcerazione a vita. Per questo motivo Alarm phone, Sea watch e Mediterranean Saving Humans hanno lanciato una campagna per la liberazione dei tre accusati.

Chi li aveva già condannati, all’epoca dei fatti, era l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini, che dando comunicazione ufficiale di cosa stava accadendo afferma «non sono naufraghi, ma pirati». Prontamente, sia la stampa nazionale che quella estera rimpalla la notizia dei migranti sequestratori di navi. Le descrizioni di ciò che accade insistono sulla pirateria o sulla disperazione a seconda della linea editoriale.
Tutti sono pronti a rilanciare lo spettacolo della frontiera del Mediterraneo Centrale.

Poco importa cosa stia accadendo realmente, e quali saranno le conseguenze per le persone a bordo.

Tralasciando gli organi di informazione della destra, un articolo apparso su La Repubblica il 28 marzo di quell’anno afferma: «[…] pur di non essere riportati in Libia, si sono trasformati in “dirottatori” quando la nave che li aveva soccorsi, obbedendo alle indicazioni della guardia costiera libica, era ormai a sole sei miglia dal porto di Tripoli».

Solo qualche riga dopo si ricorda di dire che «Cosa sia accaduto veramente a bordo del mercantile non è ancora chiaro», per chiudere però l’articolo affermando, «Più di cento migranti pronti a tutto pur di non tornare nell’inferno libico sono bene in grado di tenere in scacco un equipaggio di 15 persone non addestrate al soccorso» [3].

Il quadro che emerge da queste righe appare drammatico: migranti disperati che forti dell’essere in maggioranza numerica, minacciano chi li ha soccorsi, costringendoli a fare rotta verso l’Europa. Non troppo diverso alla fine della descrizione fornita dall’ex ministro dell’interno: atto di pirateria, certo giustificato dalla disperazione, ma questo è ciò che è accaduto. La drammaticità di questi eventi - perché il dramma ci fu e non può essere ignorato - bisogna però ricercarla altrove.

Innanzitutto, il processo di criminalizzazione che investe i migranti si arricchisce di una nuova eccellente similitudine che lega i “presunti profughi” ai dirottatori, ai nuovi pirati del mediterraneo. In quanto agenti para militari che sequestrano una nave mercantile, la risposta ovviamente è militare.

Malta schiera le sue truppe e abborda la nave Elhiblu. Militari con i fucili spianati riprendono finalmente il controllo dopo l’anarchia a bordo e ristabiliscono l’ordine.

Infine, un ultimo dettaglio inquietante emerge da questa vicenda. L’Europa ha dato ordine a una nave mercantile di respingere a Tripoli 108 migranti soccorsi in mare. 114, contando anche i sei dispersi. Per essersi opposti a questa decisione, i profughi, migranti, rifugiati, vittime passive per eccellenza, devono essere puniti per la loro ribellione.

La retorica umanitaria dell’Europa culla della civiltà e dei diritti si scontra con la politica securitaria del controllo delle frontiere meridionali. Eugenio Cusumano, in un articolo del 2019 parla di organized hypocrisy [4], analizzando le strategie comunicative adottate dalle differenti operazioni europee che hanno interessato il Mediterraneo centrale dopo Mare Nostrum.

«Meno partenze, meno morti», è lo slogan bipartisan che guida le operazioni di soccorso e controllo delle frontiere.

Una contraddizione che emerge in tutta la sua organizzata ipocrisia nella violenza dei respingimenti, nei ritardi dei salvataggi, nei rimpalli di responsabilità, nelle attese di fronte ai porti, nei, purtroppo, tanti naufragi più o meno silenziosi che si sarebbero potuti evitare.