logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Covid-19 e stato di emergenza nella regione balcanica: cosa succede alle persone in transito?

di Maddalena Avon, Matteo De Checchi e Francesco Sartori

16 aprile 2020

Vai alla campagna Lesvos calling

In questo momento nella regione dei Balcani si trovano alcune decine di migliaia di rifugiati e altri migranti. Una parte è accolta nei centri d’accoglienza ufficiali, mentre un gran numero di persone si trova fuori dal sistema, sopravvivendo grazie all’aiuto della popolazione locale e al sostegno dei volontari e delle volontarie nell’intera regione. Eppure, con la diffusione del virus Covid-19, la già difficile situazione in cui si trovano sta diventando ancora più grave e richiede l’urgente intervento delle autorità responsabili – attori locali e internazionali – e la solidarietà di tutti noi.
Lo stato di emergenza, oggi in vigore in molti paesi della regione, sta venendo usato come leva per mantenere e rafforzare le disuguaglianze sociali, diventando presto fattore scatenante di ulteriore stigmatizzazione e repressione dei più vulnerabili tra noi. Questa emergenza non può diventare un pretesto per continuare con politiche di esclusione, detenzione ed espulsione, che provocano sofferenza e disagio
”.

È questo l’appello virale che ha scritto il Gruppo di Solidarietà Transbalcanica (GST) [1]: un lavoro a più mani di attivisti e attiviste dell’intera regione (Macedonia del Nord, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Slovenia, Italia) che da anni lottano per i diritti delle persone migranti.
In questo contributo abbiamo cercato di raccogliere gli aggiornamenti da alcuni di questi paesi (Croazia, Serbia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria), consapevoli che la situazione è in continua mutazione. Cercheremo di darvi aggiornamenti attraverso Melting Pot Europa, rimanendo in contatto con i gruppi di solidarietà locali che pur di fronte all’incremento delle difficoltà continuano a rimanere voci liberi e attive.

Croazia

Le prime misure restrittive in Croazia sono state attivate ad inizio febbraio 2020: come nella maggior parte degli stati europei, fin da subito c’è stata molta chiarezza su come gestire misure di prevenzione come la distanza fisica di due metri, il tormentone #iorestoacasa e le regole base di disinfezione. Altrettanto però non si può dire delle risposte date dalle istituzioni per quanto riguarda “gli ultimi”, quelli che #lacasanoncelhanno, quelli che vivono accalcati in campi sovraffollati o per strada, e che non hanno accesso all’acqua corrente per lavarsi le mani.
I centri di accoglienza in Croazia hanno temporaneamente limitato l’accesso a tutte quelle persone "che non sono necessarie per il normale funzionamento di tali strutture"; le uniche organizzazioni presenti sono la Croce Rossa e una NGO internazionale, Medicines du Monde, che si occupano sia di fornire informazioni sulla pandemia, sia assistenza medica (fisica e psicologica).
Il ministro della Sanità Vili Beros conferma che le cure ospedaliere per tutti i pazienti affetti da coronavirus in Croazia saranno gratuite. Giornali e social media si scatenano ogni giorno di più con espressioni di discriminazione e razzismo, prima, a febbraio contro la comunità cinese, poi contro i rifugiati.
Nel Centro di accoglienza di Porin, a Zagabria, un rifugiato siriano è arrivato dall’Austria a causa del regolamento Dublino; c’erano dubbi sul fatto che fosse positivo al Covid-19, e la decisioni delle autorità, tutt’altro che logica, è stata di rinchiuderlo nel centro di detenzione di Ježevo [2]. Non è tutto: proprio in questo periodo, sono cominciati i lavori "di recinzione" attorno al Centro di accoglienza a Zagabria. Il 19 marzo 2020, alcuni residenti del centro hanno scritto e pubblicato un articolo in cui spiegano come la recinzione stia venendo costruita di nascosto [3], senza avvisare le persone che stanno all’interno del campo o spiegare loro cosa significherà per la loro vita. Tempismo perfetto, scrivono: con la paura per la propria salute e lo stato di emergenza, è un’opportunità ideale per distogliere l’attenzione dalle politiche repressive e restrittive.

L’emergenza Covid-19 continua a influenzare la nostra routine quotidiana, rendendo le nostre vite completamente diverse da prima. Sfortunatamente, alcune cose rimangono le stesse, l’unica differenza è che ora stanno accadendo nel silenzio completo, quando l’attenzione globale e del mainstream è spostata sulla pandemia in corso. Stiamo parlando di respingimenti e violenze ai confini, come quello filmato e pubblicato su facebook il 23 marzo e poi denunciato dagli attivisti locali dell’iniziativa "Welcome!" [4], al confine tra Croazia e Bosnia-Erzegovina, nell’area di Poljana (Velika Kladusa), dove possiamo vedere un uomo che sanguina in lacrime a causa della violenza che ha appena subito. Sullo sfondo si possono notare agenti di polizia che pattugliano l’area. Quanti pushback la gente deve vivere sulla propria pelle, testimoniare, denunciare, filmare? Il filmato che gli attivisti locali diffondono sui social non è l’unica voce che urla per spezzare il silenzio sulle violenze perpetrate dalla polizia croata: i media sloveni, poi ripresi anche da giornalisti italiani, raccontano le traumatiche esperienze di disperati tentativi di passaggio dei confini balcanici: c’è chi per sottrarsi alle retate ha rischiato di morire sepolto sotto un cumulo di terra, come la bambina di 5 anni che si era nascosta nell’ammasso di fango di un vagone ferroviario carico di argilla rintracciato ad Harmica, in Croazia. Gli agenti sloveni l’hanno estratta ancora viva, assieme ad altre persone che erano con lei, poco prima che il convoglio si mettesse in marcia. Neanche il tempo di darle da bere che la bambina, insieme alla propria famiglia, è stata respinta in Serbia dalla polizia croata che ha negato loro cibo e acqua [5].

L’iniziativa regionale del GST ha lanciato un appello, dove, tra le altre cose, chiede a gran voce che i trattamenti medici siano gratuiti per tutti i rifugiati, richiedenti asilo, stranieri che si trovano nel limbo legale imposto dalle autorità statali. “Nessuno è al sicuro finché non lo siamo tutti!” è il titolo dell’appello, che si basa sulla conoscenza delle esigenze nei paesi lungo le rotte balcaniche, e che richiede la legalizzazione di tutte le esistenze. Tutto l’opposto sta già avvenendo nella regione balcanica: segregazione e discriminazione (divieto di movimento dei migranti nello spazio pubblico all’interno del Cantone di Una-Sana in Bosnia-Erzegovina), stigmatizzazione (il quartier generale bosniaco della protezione civile a Tuzla ha richiesto l’autoisolamento per tutti i residenti che erano in contatto con i migranti senza alcuna indicazione che qualcuno dei migranti fosse effettivamente infetto) e la militarizzazione (l’esercito della Repubblica di Serbia salvaguarderà gli ingressi e le uscite presso i Centri di accoglienza per le migrazioni di Sid).

Photo credit: Giulia Pedron - The Fabrik, unofficial refugees camp (Bihac_Bosnia) 25.02.2020

Serbia

In Serbia, il 15 marzo, è stato dichiarato lo stato d’emergenza. Il presidente Aleksandar Vučić ha concentrato su di sé sempre più poteri. Un esempio che fa capire il clima generale è l’introduzione del provvedimento sull’informazione durante la pandemia che ha ricadute sulla libertà di stampa: in particolare, una giornalista è stata fermata per 48 ore per aver denunciato le condizioni pericolose in cui lavorano medici e operatori sanitari a Novi Sad. L’Osservatorio Balcani Caucaso riporta che per contenere i contagi, il governo di Belgrado sta considerando la possibilità di isolare le città più toccate dal virus, come Belgrado, Niš e Novi Pazar, mentre da alcuni giorni tutti i malati, anche quelli con sintomi lievi, vengono trasferiti obbligatoriamente in ospedali provvisori organizzati d’emergenza. [6].

Il lockdown e il coprifuoco in Serbia sono solo una difficoltà in più rispetto alla situazione già difficilissima vissuta dalle persone migranti, dai volontari e dagli attivisti. A Šid in particolare, al confine serbo-croato, anche i mesi precedenti alla pandemia sono stati estremamente complessi per i migranti e per gli attivisti. Oltre a molteplici aggressioni da parte di gruppi organizzati di stampo dichiaratamente fascista (i cetnici, gruppo paramilitare serbo) verso migranti e attivisti, a fine febbraio “si sono insediate a Šid nuove forze speciali di polizia che hanno dato il via ad una vera e propria caccia all’uomo con l’obiettivo di ‘ripulire’ la città, costringendo nei campi chiunque si trovasse al di fuori di essi” - questa la testimonianza dei volontari dell’organizzazione No Name Kitchen, presente in Serbia dal 2017 e cacciati dal paese dopo la dichiarazione di emergenza. Rastrellamenti sistematici, intimidazioni, fino all’intervento dell’esercito che ha trasferito forzatamente le persone migranti all’interno dei campi ufficiali.

A fine febbraio le persone “accolte” nei campi erano circa 6mila, in questo momento secondo i numeri forniti dal governo, sono rinchiuse circa 8.700 persone. Le informazioni che arrivano dall’interno di questi campi sono molto preoccupanti, il GST ne denuncia le condizioni e la militarizzazione [7]. Il 10 aprile, attorno alle tre del pomeriggio, forze speciali della polizia sono entrate nel campo di Krnjaca, assistite dal Commissariato per i rifugiati. La polizia ha preso di mira alcune persone, usando violenza fisica indiscriminatamente contro le persone nel campo, picchiandole con dei bastoni, usando poi gas lacrimogeni all’interno delle strutture. Tutto ciò è stato fatto in presenza di bambini. Sulla base delle informazioni condivise con gli attivisti, la causa dell’intervento della polizia è stata un "incidente" in cui i dipendenti del campo hanno colpito un ragazzo al collo. Il ragazzo aveva appena chiesto un pigiama. Successivamente, le altre persone all’interno del campo hanno comprensibilmente alzato la voce contro la violenza subita dal ragazzo. Il messaggio delle autorità è chiaro, scrivono gli attivisti: chi resiste, anche chiedendo pigiama o sapone - sarà punito.

Bosnia-Erzegovina

Con l’arrivo del Covid-19 in Bosnia-Erzegovina, e la conseguente dichiarazione dello stato di emergenza sanitaria, sono ricominciati i lavori per la costruzione del nuovo campo presso la località di Lipa, tra Bihać e Bosanski Petrovac, nel cantone Una-Sana che confina con la Croazia. I lavori sono coordinati dalla FUCZ (Federalna Uprava Civilne Zastite) e da organizzazioni collegate alla Croce Rossa locale.

Il Ministero della sicurezza della Bosnia-Erzegovina e il governo della Federazione, grazie anche a finanziamenti dell’Unione Europea, hanno erogato alla città di Bihać decine di migliaia di marchi per l’allestimento delle strutture che saranno date in gestione all’IOM e all’ONG DRC (Danish Refugees Council); pare che, comunque, la città abbia finanziato il campo per circa 25 mila euro. Le autorità hanno dichiarato che tutti i migranti presenti sul territorio del cantone di Una Sana, al di fuori dei campi ufficiali, saranno confinati a Lipa, con l’obiettivo di bloccare ogni possibilità di diffusione del contagio da Coronavirus. Sembra che il campo entrerà ufficialmente in funzione venerdì 17 aprile [8].
Inoltre, Amnesty International, tramite le parole di Massimo Moratti, riporta :"Forzare le persone, molte delle quali vulnerabili, in una tendopoli allestita in fretta senza un adeguato accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, gli spazi per l’auto-isolamento e le cure mediche accessibili è un atto disumano, e metterà le persone a maggior rischio di infezione e morte che potrebbero essere prevenute.
Il confinamento delle persone in condizioni precarie e pericolose non può essere giustificato da motivi di salute pubblica. Nel contesto della pandemia COVID-19, le autorità bosniache hanno la responsabilità di rispondere alle esigenze di tutti, anche e soprattutto dei più vulnerabili, e di garantire condizioni di vita umane, compreso l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e alle cure mediche appropriate per tutte le persone, compresi i migranti e i richiedenti asilo
 [9]".

La commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, ha invitato tutti i Paesi europei a considerare il rilascio dei migranti reclusi nei centri di custodia, poiché spesso queste strutture sono inadeguate da un punto di vista sanitario e rappresentano un rischio durante la pandemia. L’invito resta, per ora, inascoltato.

La costruzione del nuovo campo si inserisce nell’alveo delle restrizioni entrate in vigore nella Federazione Bosniaca in seguito alla pandemia da Coronavirus anche se l’idea del campo era sulla carta da tempo. Si è istituito un coprifuoco dalle 18.00 alle 5.00 per la popolazione (ad eccezione di alcune categorie) ed è stato imposto a partire da inizio marzo il divieto di uscita dai campi ufficiali per le persone migranti.
Le autorità del cantone di Una Sana hanno stimato la presenza di circa 2.000 persone al di fuori dei campi ufficiali, introducendo il divieto di utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici e impedendo loro la possibilità di risiedere in strutture private se sprovvisti dei documenti adeguati.

Contemporaneamente sono iniziate le operazioni di rastrellamento dei migranti in tutta la Bosnia-Erzegovina; dopo lo sgombero a Tuzla dell’11 marzo [10], si è intensificata la presenza dei militari e della polizia nei paesi bosniaci di confine, in particolare a Bihać e Velika Kladuša. A riguardo, hanno fatto scalpore le dichiarazioni del ministro della sicurezza Fahrudin Radončić che ha affermato “la necessità di porre le persone in transito in accampamenti circondati da filo spinato, monitorati dalla polizia e distanti dal contesto urbano [11].

La pandemia di Coronavirus ha sicuramente accelerato la progressiva spinta repressiva portata avanti dal ministro della sicurezza, permettendogli di accentuare il controllo sui flussi migratori che attraversano la Bosnia-Erzegovina, anche in vista delle elezioni comunali che si terranno in molte città bosniache questo autunno.

Il confinamento forzato all’interno dei campi ha già cominciato a dimostrare i limiti della macchina amministrativa e gestionale dell’IOM, l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni. Numerose sono infatti le testimonianze di associazioni o degli stessi “ospiti” riguardo le scarse condizioni igieniche e la mancanza di cibo sufficiente per tutti. Ci sono state denunce riguardo alla scarsità di alimenti e al sovraffollamento per quanto riguarda il campo di Miral, Bira e Blazuj (Sarajevo). Emblematico il caso del Bira Camp, a Bihać, dove Il confinamento forzato all’interno dei campi ha fatto sì che le persone non abbiano più la possibilità di uscire e fare piccoli acquisti di beni alimentari. Altrettanto problematico è il sovraffollamento all’interno dei campi, che ha portato alla conseguenza che durante la prima settimana di lockdown più di 500 persone siano rimaste senza pasto. Nelle settimane successive pare che la questione alimentare sia leggermente migliorata, ma resta significativo il fatto che le persone all’interno del campo denunciano che il cibo distribuito non sia sufficiente.

Photo credit: Giulia Pedron - Road to the factory, unofficial refugee camp (Bihac_Bosnia) 25.02.2020

Slovenia

Il 12 marzo 2020, alle ore 18, la Slovenia ha proclamato lo stato di emergenza, introducendo successivamente restrizioni riguardo assembramenti, esercizi commerciali, chiusura delle scuole e limitazioni dell’attività amministrativa. Durante i primi giorni di aprile c’è stato un forte dibattito politico riguardo l’applicazione dell’articolo 37 bis della legge sulla difesa, inerente la concessione di poteri eccezionali all’esercito (compreso anche il controllo di polizia sulla popolazione civile) in seguito al voto favorevole di due terzi dell’Assemblea nazionale.

Il governo, guidato dal primo ministro Janez Janša, aveva avanzato la necessità di applicare l’articolo in questione per poter inviare i militari a difendere i confini dai flussi migratori, lasciati sguarniti dalla polizia impegnata a fronteggiare la pandemia da Coronavirus. Le opposizioni sono riuscite a far fallire l’approvazione dell’articolo, dimostrando l’inutilità di inviare la polizia di frontiera nell’entroterra, a fronte del calo di traffico e microcriminalità conseguente alle misure introdotte. Hanno, inoltre, accusato il primo ministro di voler manipolare la situazione usando i migranti come scusa.

Infokolpa ha riportato infatti sul proprio profilo facebook che dal 28 marzo al 3 aprile hanno attraversato il confine solo poche decine di persone, numero che non giustificherebbe l’applicazione dell’articolo 37 bis. Alcune realtà locali, operanti anche nel campo delle migrazioni, hanno stilato una lettera aperta alle istituzioni europee riguardo le responsabilità della pandemia in Slovenia [12]. In questo documento, datato 31 marzo, viene evidenziato il pericolo derivante dalla concessione di maggior potere alle forze militari che, una volta dislocate sul confine, potrebbero creare una commistione potenzialmente dannosa con i gruppi paramilitari già presenti e autori di violenze in quelle zone.

Secondo w2eu.info la Slovenia opera mensilmente circa 600 respingimenti illegali verso la Croazia dove poi i migranti vengono ulteriormente ricacciati in Bosnia; viene evidenziato un aumento dei pushback illegali a partire dal 2018. Inoltre vengono sottolineati gli attacchi portati avanti dal governo nei confronti di stampa e giornalisti, aspetto che è stato riportato anche da “Articolo 21” in una pubblicazione del 9 aprile [13].

In Slovenia sono previste come forme di protezione internazionale l’asilo e la protezione sussidiaria e le politiche di accoglienza sono considerate tra le più stringenti in Europa.
I richiedenti sono ospitati in tre campi presso Ljubljana e Logatec ed è presente un campo di detenzione speciale presso Postojna (circa 200 posti) in cui i migranti possono essere detenuti di sei mesi in sei mesi.
La Slovenia, come la maggior parte dei paesi lungo la rotta balcanica, è uno stato di passaggio per i migranti in movimento: anche qui, soprattutto durante l’emergenza Coronavirus, è necessario mantenere alta l’attenzione sulla situazione per impedire che violenze o soprusi passino inosservati.

Bulgaria

In Bulgaria le forme di permesso che un migrante può ricevere per risiedere legalmente all’interno dello stato sono le seguenti: rifugiato (dato dal presidente a coloro che sono perseguiti per la loro attività politica), protezione temporanea (concessa dal governo a coloro che stanno abbandonando il loro paese a causa di guerre, violazione di diritti umani…), status di rifugiato (dato dall’Agenzia di stato per i rifugiati) e status umanitario (sempre conferito dall’Agenzia di stato). W2eu riporta che la situazione dei campi per rifugiati in Bulgaria cambia frequentemente, elencando già nel 2014 l’esistenza di quattro campi presso Sofia (tre aperti e un campo di detenzione), tre presso il confine greco-turco-bulgaro (uno chiuso, uno di transito e uno di detenzione) e infine uno aperto nell’entroterra.

La Bulgaria è tornata alla ribalta negli ultimi mesi in seguito alle tensioni lungo il confine greco-turco, dovute alla scelta di Erdogan di aprire le frontiere al transito dei rifugiati. Il “sultano” di Istanbul aveva preso questa decisione con lo scopo di fare pressioni sull’Unione Europea, per quanto riguardava l’intervento turco all’interno del cantone siriano di Idlib. Rispetto ai due attori principali, la Bulgaria è sicuramente passata in secondo piano nella narrazione dei media internazionali, ma possiamo comunque trovare alcuni richiami che le sono stati rivolti per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori.

Amnesty international, tramite la voce di Massimo Moratti, ha lanciato il 28 febbraio 2020 un appello rivolto a Grecia e Bulgaria: "Gli Stati membri dell’UE devono fare molto di più e condividere la responsabilità per i richiedenti asilo che arrivano in Turchia, sia attraverso il sostegno finanziario sia garantendo percorsi sicuri verso l’Europa. La Grecia e la Bulgaria devono garantire l’accesso al loro territorio per le persone in cerca di protezione, e le guardie di frontiera non devono far uso della violenza contro le persone alla frontiera. I migranti devono essere autorizzati ad entrare attraverso i valichi di frontiera ufficiali, indipendentemente dal fatto che abbiano documenti di viaggio validi. I paesi alle frontiere esterne dell’UE dovrebbero mantenere punti di attraversamento delle frontiere sicuri per i rifugiati, in sufficiente numero e opportunamente localizzati. La Commissione europea deve inoltre coordinare urgentemente qualsiasi sostegno che potrebbe essere richiesto dalla Grecia e dalla Bulgaria per garantire ai richiedenti asilo l’accesso ad adeguate procedure di accoglienza e asilo. Gli Stati membri europei devono assumersi la giusta parte di responsabilità". [14].

Inoltre una serie di realtà locali il 13 marzo hanno inviato una lettera aperta al primo ministro bulgaro e alla presidentessa della Commissione europea, denunciando una serie di irregolarità riguardanti il controllo del fenomeno migratorio [15]. Nel testo viene evidenziato come la Bulgaria abbia esercitato più volte un’azione di pushback illegali lungo i confini e, nonostante il sistema di accoglienza sia impiegato solo al 7% della sua capacità (sono 5.160 i posti totali), abbia comunque richiesto ulteriori finanziamenti all’Unione Europea per far fronte ad una crisi migratoria non esistente.

Di fronte alla pandemia la Bulgaria ha introdotto una serie di restrizioni che al momento rimarranno in vigore fino al 13 maggio; le norme di distanziamento sociale sono simili a quelle applicate nel resto d’Europa, con l’eccezione che i militari potranno controllare i documenti dei cittadini al pari della polizia. Inoltre, si è proceduto alla chiusura dei confini con i paesi extra europei (Turchia, Macedonia del Nord e Serbia) fino al 17 aprile [16]. Al momento capire come siano le condizioni dei migranti in transito o nei campi appare complesso, poiché, ad eccezione delle fonti ufficiali, non sembra facile reperire notizie provenienti da realtà della società civile bulgara che, spesso, operano tra mille difficoltà.