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Diritti al deficit

Ridurre le iniquità garantendo il diritto al permesso di soggiorno e alla salute

18 maggio 2020

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"La medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala" (Rudolf Virchow)

Non è difficile pensare che il controllo sulla propria vita, la possibilità di partecipazione sociale, la possibilità di soddisfare i bisogni fondamentali per la propria salute siano gli strumenti attraverso cui si mostra il gradiente di salute di un uomo e così di una società.

L’impatto del gradiente sociale nella salute è espresso come deficit di salute ed è rilevante pubblicamente per le molteplici relazioni che gli uni intratteniamo con gli atri e l’indefinibile numero di luoghi che condividiamo, è un dato molto significativo.

"E’ necessario un approccio ampio perché molti di questi fattori sono interrelati. Può essere inefficace concentrarsi in un unico punto della catena se non vengono adottate azioni complementari in grado do influenzare fattori collegati, appartenenti a un’altra area di interesse. Le strategie devono essere ‘a monte’ (upstream) e ‘a valle’ (downstream)" [1].

Vincolato ai processi di esclusione legati alla disoccupazione, alle condizioni abitative, al basso reddito, ai livelli di istruzione, alla discriminazione [2], il diritto alla salute e alla prevenzione è un concetto multidimensionale ad interesse dell’intera collettività.

Rientra nella realizzazione e nell’adempimento di altri diritti umani come il diritto alla vita e il diritto alla non - discriminazione universale [3]. E’ tutelato dall’art. 32 della Costituzione Italiana, sia come diritto legato ad ogni individuo comunque presente in Italia sia come salvaguardia dell’interesse della collettività, ovvero di protezione dalla diffusione di malattie e contagi.

Ma, come ogni diritto, può essere manipolato da forze politiche ed ideologie, ragion per cui anche le diseguaglianze di salute sono il prodotto di una costruzione sociale, originate da qualche forma di ingiustizia.

Ed è avvenuto esattamente questo, durante il processo di potenziamento delle discriminazioni e delle esclusioni avanzate dalle politiche migratorie italiane.

Tantissimi giovani, uomini, donne, ragazze e bambini sono stati privati del diritto di asilo e dei diritti ad esso congiunti.

La cancellazione della protezione umanitaria a seguito della Legge Salvini ha moltiplicato il numero dei non documentati, degli stateless, dei tenuti nei centri di detenzioni, delle violenze e degli abusi, dei disagi e delle insicurezze sociali.

Eppure avevano aspettato anni ed anni prima di ritirare quel permesso di soggiorno umanitario: avevano atteso la data temibile della Commissione, noi li avevamo preparati ad affrontarla. Avevano atteso il giudizio della Commissione, eventualmente avevano presentato ricorso, ma avevano continuato a sperare nella giustizia. D’improvviso, per molti, tanti, non c’è stata più alcuna via d’uscita: per via legale, dal quel 4 ottobre 2018, sono stati messi fuori legge.

E la loro presenza è diventata immediatamente irregolare. Non mi ha sorpreso vedere un giovane un ragazzo fare a pezzi il Pds, urlandone la violenza perché gli aveva tolto la sua razionalità. I dinieghi in chiave giuridica, razziale, di genere e lavorative, le complicazioni al rinnovo del permesso di soggiorno, il limbo della residenza anagrafica, l’impossibilità di un lavoro a norma e di alloggi idonei, le restrizioni delle cure sanitarie, le limitazioni al godimento dei diritti civili, non hanno avuto più una fine. E con l’avanzare degli alti fattori di rischio proposti dalla struttura sono avanzati anche i fattori di rischi legati al comportamento dei nostri ospiti, che non potevano risolversi in un triage al pronto soccorso.

In materia di diritto alla salute universale, la normativa per gli immigrati è diversa in base alla provenienza (comunitari o extra comunitari) e allo status giuridico (regolare o irregolare).

Per i migranti sprovvisti di regolare titolo di soggiorno, anche scaduto e non rinnovato nei termini, il servizio sanitario è accessibile per esibizione di un tesserino STP della durata di 6 mesi per il cui rilascio è necessario fornire le generalità, con cui hanno diritto alle cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti e alle continuative per malattie ed infortuni. Non possono avere un medico di base a cui rivolgersi e con cui instaurare un rapporto terapeutico e possono solo recarsi nelle strutture della medicina del territorio, nei presidi sanitari o negli organismi volontari specifici che devono stabilire la possibilità di accesso diretto e senza impegnativa.

Ma questo non è stato sufficiente: legato alle Regioni Italiane, il diritto alla salute è stato poi diversamente recepito attraverso delibere, circolari regionali, piani sanitari regionali e piani e programmi annuali o triennali, iniziative locali [4].

L’assenza di uniformità a livello nazionale è stata causa di ritardi nella emissione dei documenti e di interpretazioni arbitrarie delle leggi dello Stato, combinata al timore dell’espulsione o della reclusione qualora si recassero nelle strutture ospedaliere, hanno precluso l’accesso e la fruizione del sistema sanitario, contribuendone a limitare per l’ennesima volta un diritto sostanziale.

"Esistono delle fattispecie di razzismo che vanno da quelle in cui è presente un’esplicita intenzione discriminatoria, a quelle i cui effetti discriminatori possono prodursi anche senza un’intenzione consapevolmente perseguita, bensì per omissione, negligenza, miopia progettuale o come effetto collaterale. Pertanto, anche se gli atti di razzismo espliciti e deliberati sono quelli più facilmente condannati, non è detto che siano i più gravi, anzi proprio perché non facilmente sanzionabili quelli nascosti sono i più pericolosi. Esempio: Se un medico crede che un extracomunitario possa attendere più a lungo degli altri in un pronto soccorso, il diritto alla salute di quel paziente sarà compromesso. Se un avvocato chiamato al gratuito patrocino non si spende nella tutela di un migrante contando sulla poca conoscenza della lingua e della legge italiana del suo cliente, il diritto di difesa rimarrà lettera morta" [5].

Non abbiamo potuto supportare donne fragili, madri forti come le foglie, diabetici, ragazzi più deboli e soli di noi, devianze nella follia, anziani bisognosi di protezione, persone ammalatesi per eccessivo razzismo, ad affrontare serenamente una vita che sarebbe dovuta essere migliore. In concomitanza, la serratura dei servizi di cure specialistiche e degli istituti di prevenzione alla salute ha perfezionato ulteriormente un sistema di diritto alla salute distanziato e usufruibile soltanto a pagamento, anche per gli stessi ‘irregolari’.

Invero, si sono verificate discrezionalità organizzative che hanno portato all’espulsione dei minori, delle donne in gravidanza e all’intensificarsi di numerose vulnerabilità e di emarginati [6], risultati di ripetuti meccanismi di subordinazione e sottogruppi di cittadini con impari opportunità.

Se i diritti sono fermi alle emergenze, le idee di azione politica, giustizia sociale e salute si possono riferire a una condizione d’eccezione estranea alla definizione dei diritti universali, condizionata storicamente da un orizzonte che porta anche sempre a espressione quale visione del mondo si possiede. Nel nostro ‘orizzonte di senso’, gli immigrati si confermano essere solo in quanto subordinati al lavoro, legittimando una fruizione occasionale del diritto alla salute [7] e secondo uno schema cognitivo per cui il diritto diventa ‘ragione strumentale’.

Una rappresentazione dell’io e dei diritti radicalmente gerarchica e definita in base a criteri di riferimento ed orizzonti definiti per cui l’immigrato non ha possibilità di essere classificato, di avere altro spazio all’interno della società di destinazione [8] o altro “modo d’essere all’interno del gruppo", se non quello di essere un corpo - forza lavoro - che può essere ‘conservato’ in un’etichetta a cui si vuole collegare ‘l’entità fisica, psicologica e morale’, ‘uomo [9].

Una identità plasmata dal mancato riconoscimento o dal misconoscimento attraverso cui la società rimanda un’immagine di sé che lo imita, lo sminuisce, lo umilia.

Una sintesi passiva dei diritti su cui si edificano le sintesi attive.

In condizioni normali il vivere sociale si contraddistingue per il fatto che le parti cercano di realizzare tutte il più possibile la propria concezione del bene, ‘la ragion d’essere delle regole che giustificano il giusto’, quella carica che fa conoscere l’uomo [10].