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Razzismo istituzionale, ghetti e sfruttamento

Una storia italiana

15 giugno 2020

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In Italia si muore di razzismo, e purtroppo non è una novità. È successo nuovamente qualche giorno fa, a Borgo Mezzanone (Fg) dove è morto Mohammed Ben Ali.

Borgo Mezzanone, situato a nord della Puglia, è una frazione del Comune di Manfredonia che dista circa 10 km da Foggia. È una borgata rurale, la cui fondazione risale al 1934, durante la bonifica condotta dal regime fascista. Da quasi un ventennio, è una delle tappe obbligate delle traiettorie del lavoro agricolo stagionale in Puglia per i braccianti stranieri. Sul piccolo territorio di questo borgo rurale attualmente vivono tra le 1.500 e le 2.000 persone. La gran parte vive in baraccopoli più o meno contigue al grande CARA che sorge sul territorio in cui il nostro paese ha deciso di organizzare la prima (indegna) accoglienza di chi è costretto alla migrazione dalla ferocia dell’economia e dalle guerre.

A Borgo Mezzanone, la quasi totalità di chi vive nel CARA e nei “ghetti” è costretto, da un meccanismo perverso alla cui esistenza concorre la legislazione italiana in materia di migrazione (assenza di canali regolari di ingresso per chi è alla ricerca di lavoro) e quella europea in materia di asilo (impossibilità per i migranti di raggiungere il paese desiderato in virtù del principio di “primo ingresso”), a forme di sfruttamento lavorativo feroce nel settore agricolo locale che produce un quota consistente del PIL nazionale.

La provincia di Foggia, infatti, ha una grande importanza per la produzione agricola italiana, in particolare per la produzione di pomodoro: il 40% della produzione italiana del pomodoro da trasformazione è concentrato in questa zona, dove sono presenti circa 3.500 aziende che coltivano mediamente una superficie di 26 mila ettari, per una produzione di 22 milioni di quintali e un valore pari a quasi 175.000.000 di euro. L’Italia, secondo produttore al mondo di pomodoro da trasformazione, concentra il 14% della produzione mondiale. Il valore aggiunto sul PIL prodotto dal settore dell’agricoltura italiano è uno dei più alti a livello europeo, è pari al 2,2% mentre la media europea si attesta attorno a 1,5%, e produce un introito complessivo di circa 33 miliardi di euro. Un settore tutt’altro che povero quindi, come spesso viene detto strumentalmente per tentare di giustificare ipocritamente i fenomeni di sfruttamento.

Le dimensioni delle baraccopoli di Borgo Mezzanone variano notevolmente a seconda del periodo dell’anno, raggiungo il picco delle presenze proprio a partire da questo periodo fino a settembre, anche se non pochi sono coloro i quali vi restano anche durante i mesi autunnali e invernali, sia per partecipare alla raccolta di prodotti che giungo a maturazione in quei periodi (olive e alcuni ortaggi), sia perché privi di reali alternative.

La quasi totalità di questi ghetti sono abitati da braccianti uomini, le donne che vi vivono sono sostanzialmente o costrette alla prostituzione nei bordelli improvvisati nelle campagne e spesso gestiti dagli stessi che controllano l’intermediazione della domanda e offerta di lavoro (i cosiddetti caporali), in una condizione non diversa da quella della riduzione in schiavitù, o impiegate in attività di servizio, in particolare nella gestione delle cucine e degli spacci che sorgo nei ghetti. Rappresenta un’eccezione il caso il caso degli insediamenti di braccianti bulgari nella capitanata che il più delle volte vedono la presenza di un numero significativo di donne che lavorano come braccianti.

L’esistenza stessa di questi ghetti, la loro contiguità con i luoghi istituzionali in cui lo Stato italiano organizza il sistema di prima accoglienza, a Borgo Mezzanone c’è solo una malandata rete metallica che separa il CARA dal ghetto denominato “la pista”, è tra le più esplicite manifestazioni del razzismo istituzionale italiano e del non rispetto della normativa in materia di lavoro agricolo stagionale, stando alla quale le spese per l’alloggio dei lavoratori dovrebbero essere a carico delle aziende.

I ghetti sono luoghi che esistono da lungo tempo, che si riempiono anche a causa di provvedimenti istituzionali, come è avvenuto con l’emanazione del cosiddetto decreto “sicurezza che, abolendo il pds per motivi umanitari, ha creato le condizioni di per rendere irregolari e invisibili un numero consistente di cittadini stranieri presenti sul territorio che, in buona parte, sono andati a vivere proprio all’interno dei ghetti.

Un numero che continua a crescere perché ad oggi, nonostante i proclami, il decreto “sicurezza” è ancora una legge dello stato italiano che offende la dignità e oltraggia la stessa vita umana. In molti di coloro i quali sono in questa situazione non potranno regolarizzare la propria posizione giuridica e aspirare a vivere una vita migliore perché il provvedimento da poco varato che avrebbe dovuto permettere ciò è pessimo, un provvedimento non pensato per i diritti delle persone ma per garantire i profitti.

I ghetti agricoli sono luoghi di sospensione dei diritti, diventano visibili alle istituzioni solo quando, con approccio demagogico, ne propongono lo sgombro, senza offrire quasi mai un’alternativa a chi vi abita, o quando avviene un “incidente”, quando divampa un incendio e purtroppo qualcuno perde la vita, come accaduto a Borgo Mezzanone lo scorso 12 giugno a Mohammed Ben Ali, di appena 37 anni. O come era accaduto il 4 febbraio 2020, sempre a Borgo Mezzanone, dove è morta una donna di circa 30 anni, o il 26 aprile 2019, quando è morto Samara Saho che aveva circa 26 anni, o il 6 novembre 2018, quando è morto Bakary Secka, la sua data di nascita non era conosciuta, ma aveva sicuramente meno di 30 anni, o, ancora, il 9 dicembre 2016, quando è morto Ivan Miecoganuchev che aveva 20 anni.

Le cronache dei giornali, nella quasi totalità dei casi, ci hanno detto che Mohammed Ben Ali, Samara Saho, Bakary Secka, Ivan Miecoganuchev, la donna di cui non conosciamo nemmeno il nome, sono morti a causa dei roghi e degli incendi scoppiati. È una parte della verità, l’altra parte, quella di cui non si parla, quella che non trova spazio nelle cronache dei giornali, quella che non si vuole ammettere e che un movimento forte e variegato sta finalmente portando al centro del dibattito pubblico anche nel nostro paese, è che queste persone sono morte a causa del razzismo istituzionale e sociale che attraversa e soffoca il nostro paese.

La violenza razzista in Italia ha oramai una lunga e triste storia, che quasi mai però si è disposti a riconoscere e che anzi si cerca sempre di derubricare ad altro. Una storia che, anche a causa del fatto che non viene riconosciuta ed elaborata, nel corso degli anni si ripete portando con sé una lunga scia di sangue e violazione di diritti.

Violazione di diritti, razzismo, ghetti, sfruttamento, nel nostro paese sono da sempre fortemente intrecciati, lo sono almeno da trent’anni, da quando il 25 agosto del 1989, a Villa Literno, in provincia di Caserta, Jerry Essan Masslo, fu colpito a morte con tre colpi di pistola nel capannone dove dormiva perché si rifiutò di consegnare ad una banda di balordi il denaro che aveva faticosamente messo da parte raccogliendo pomodori per tre lunghi mesi.

Masslo aveva 30 anni quando è morto, era un esule sudafricano, impegnato nella lotta contro il regime di apartheid, scappato in Italia perché nel suo paese rischiava la vita e tuttavia dal nostro paese non era stato riconosciuto come rifugiato politico perché all’epoca l’Italia aderiva alla Convenzione di Ginevra con una riserva geografica. All’assassinio di Maslo seguì la prima grande manifestazione nazionale antirazzista italiana. Il corteo che sfilò per le strade di Roma fu aperto da una delegazione di braccianti stranieri di Villa Literno. Fu quella manifestazione che portò all’approvazione della legge n. 39 del 1990.

Chi oggi scende in piazza al grido di Black Lives Matter, si riconnette con quella storia, ritesse i fili della lotta al razzismo in Italia. Chi oggi scende in piazza al grido Black Lives Matter lo fa per costruire una società più giusta ed equa. Forse è finalmente giunto il momento di iniziare anche in Italia a interrogarci su quanto il razzismo condizioni la nostra società, le nostre istituzioni, le nostre leggi e par farlo non possiamo che partire da quello che è successo in questi ultimi quarant’anni e dall’esperienza chi ha vissuto e vive sulla propria pelle l’esperienza del razzismo e della discriminazione.

Antonio Ciniero