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Ventimiglia, ovvero il paradosso della frontiera

Un reportage dopo mesi di lockdown e distanziamento sociale

6 luglio 2020

Testo e fotografie di Emanuela Zampa

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Fotografare le frontiere non è possibile. Non è possibile semplicemente perché le frontiere, non esistono.

Sono linee immaginarie tracciate dagli uomini, dalle loro convenzioni, dalle loro decisioni. Il paesaggio continua, in un’unica soluzione, sempre, da un lato e dall’altro di un qualche varco stabilito, di una rete, di una difesa.

Sono strumenti di controllo sociale, ma da una parte e dall’altra, gli esseri umani sono gli stessi, cercano tutti perlopiù la stessa cosa: pace, sostentamento, una casa da condividere con gli affetti. La chiusura delle frontiere interrompe questo processo selezionando quali esseri umani hanno più diritti, valgono più di altri solo in base al luogo in cui sono nati.

Ventimiglia ed il confine Italo francese non fanno eccezione, anzi, in questo momento rappresentano la totale assurdità della frontiera, che blocca le persone dentro un’area con la scusa di proteggerle da altre persone del tutto simili a loro, ed esprime perfettamente questo paradosso, in questa estate atipica appena iniziata.

Finita la quarantena, la cittadina frontaliera si è già nuovamente riempita di turisti francesi che passano la frontiera con l’unico scopo di fare la spesa a buon prezzo. Non si fermano, arrivano, muniti si e no di mascherina e igienizzante, predano e se ne vanno. Ammirano la merce al mercato del venerdì che costeggia la spiaggia alla foce del Roja, passando a fianco ad alcune persone che lungo le rive del fiume dormono in dei cartoni. Le ignorano o al limite le guardano con un certo disgusto. Sono poveri, sporchi, migranti e clandestini. Si nascondono in mezzo alla macchia mediterranea profumata di pitosfori e oleandri, sotto al sole abbacinante della riviera. Sono una presenza costante e invisibile.

Appena respinti dalle autorità francesi, si incamminano sotto al sole verso Ventimiglia per riprovare - Ponte San Luigi, giugno 2020

Anche i flussi migratori durante il picco di pandemia di Covid-19 si sono fermati, e sono ricominciati puntuali non appena è ripresa una certa libertà di movimento. Con una differenza: la regolarizzazione voluta e tanto pubblicizzata da questo governo sta spingendo chi era già arrivato in Francia, ma non è ancora riuscito a ottenere il permesso di soggiorno, a passare la frontiera in senso inverso, verso l’Italia. Si spingono fino a Sud, alla ricerca di un lavoro che gli permetta di ottenere i tanto agognati documenti. Molti però, nel giro di pochi giorni si rendono conto di quanto sia improbabile rientrare nei criteri, e cercano, a stretto giro, di tornare in Francia dove magari hanno lasciato un lavoro, seppur in nero. Vengono ovviamente respinti e rischiano di restare bloccati nella cittadina di riviera.

Nel frattempo, è ripreso anche il “solito” flusso dall’Italia verso la Francia, altro paese di passaggio più che destinazione finale, che è quasi sempre il Nord Europa.

I respingimenti sono quindi doppi ora, e da parte di entrambe le frontiere. I flussi in arrivo sono di nuovo in aumento, la maggior parte dalla rotta balcanica, il resto dagli sbarchi in sud Italia o da respingimenti da altri paesi europei.

Se lo scorso autunno si marciava ad un ritmo di un centinaio di respingimenti al giorno, durante tutto il periodo della quarantena, tra marzo e aprile, ci sono stati solo 107 respingimenti, mentre adesso se ne registrano di nuovo una cinquantina al giorno.

I progetti solidali dal basso come il “Progetto 20k” sono stati temporaneamente bloccati dalla pandemia e dalla conseguente mancanza di fondi e tempo. Anche il gruppo Kesha Niya (che potete seguire qui) composto da solidali internazionali, che da anni si occupano della distribuzione dei pasti serali, ha dovuto fermarsi per un periodo, ricominciando poi con giugno a distribuire pasti confezionati singolarmente in giro per la città, in modo da intercettare i migranti che dormono lungo le rive del fiume, alla stazione, oppure lungo i binari morti che risalgono la valle verso Roverino ed il Campo della CRI. Li seguo per una sera: hanno preparato 100 pasti che scompaiono nel giro di poco. In città ci sono circa 200 persone, visibili.

I solidali lasciano alcuni pasti confezionati singolarmente presso i binari della ferrovia. Anche se non li vedono, sanno che qualcuno poi verrà a prenderli. Come lasciare il cibo per i gatti randagi. Ventimiglia, giugno 2020

Come sopravvivere alla frontiera: accettare il cibo che viene offerto, tenere in ordine le proprie scarpe. Ventimiglia, giugno 2020

Per questo, da pochi giorni hanno ripreso una vera e propria distribuzione, in modo da avere anche un’idea più precisa del numero di persone bloccate, ma non solo, di dare un appuntamento, ed un momento di aggregazione, alle persone. Sono gli stessi solidali che lo scorso anno portavano le colazioni in frontiera. Son stati scacciati da lì a marzo, e l’area di scogliera dove si sistemavano, è stata recintata ed è stato affisso un vistoso cartello che ne rivendica la proprietà privata.

In questo modo, per i migranti a Ventimiglia non c’è più alcun tipo di socialità, nessun luogo d’incontro, sia esso solidale o autogestito, come potevano essere il campo informale, o l’infopoint solidale, ma anche solo sedersi insieme a far colazione alla Caritas, che causa Covid ha chiuso gli accessi e consegna la colazione in confezioni singole fuori dalla porta, gli invisibili che si trovano a Ventimiglia restano completamente isolati e tagliati fuori da qualsiasi informazione: dopo aver tolto la possibilità di autodeterminarsi, togliere la socialità ad un essere umano è uno dei modi migliori per privarlo di scopo e senno. E credo che dopo mesi di distanziamento fisico sia chiaro a tutti quanto possa essere difficile, soprattutto per soggetti già deboli e magari soli. Il distanziamento diviene sociale per queste persone e doppio: quello causato dal Covid, e quello causato dall’epidemia di razzismo e intolleranza. Rimasti soli ed isolati, quelli che riescono ad intercettarli più facilmente sono passeur e trafficanti.

Una dozzina abbondante di persone dome nei pressi della foce del fiume Roja, molto vicini al centro cittadino, alla mercé degli sguardi indignati degli abitanti. Ventimiglia, giugno 2020

Quando ad esempio si vedono donne sole che aspettano “il passaggio di un amico”, o quando arrivano in stazione e qualcuno è lì ad attenderle, e non è un affetto. C’è una rete in città e più i migranti vengono invisibilizzati e respinti, più questa spicca. E’ in attesa alla stazione o in qualche punto nevralgico. Sono divisi per etnie e la maggior parte sono poveri cristi che sono rimasti senza una lira e la famiglia da mantenere al paese. Bloccati, conoscono le strade e si fanno pagare qualcosa per accompagnare i nuovi arrivati. Mentre altri sono magari dei “professionisti” e ben più temibili.

Chi resta bloccato a Ventimiglia al momento ha ben poche alternative. Quelli che hanno ancora qualcosa si affittano magari una stanza in città per non dare nell’occhio, ma la maggior parte si trova costretta a dormire nella boscaglia lungo il fiume, sulla spiaggia o alla foce del fiume. Durante il giorno stanno in giro, in costante movimento, lavano se stessi e l’unico cambio di vestiti che hanno ogni mattina nel fiume.

Mattina alla foce del fiume Roja. Ventimiglia, giugno 2020

Un gruppo di ragazzi sudanesi, sbarcati poco prima della quarantena, che hanno passato in un centro d’accoglienza, lavano i loro unici vestiti nell’acqua del fiume. Ventimiglia, giugno 2020

Il Campo Roja

Resta ancora in piedi la struttura del campo Roja, gestito dalla Croce Rossa, che è rimasto chiuso, causa Covid, fino a giugno, ma dalla sua riapertura - nel senso che gli ospiti adesso possono entrare e uscire - non ha più accettato nessun nuovo ospite, anzi, sta venendo gradualmente svuotato con trasferimenti verso le strutture d’accoglienza di altre regioni. Al momento, restano 43 persone, di cui tre donne. Già da tempo, non venivano più ammessi transitanti ma solo richiedenti asilo con la procedura già avviata. Giovedì 2 luglio il campo è stato visitato da una delegazione del ministero dell’interno e si è tenuto un vertice presso la prefettura di Imperia sulla questione; l’incontro, guidato dal prefetto Michele Di Bari, Capo Dipartimento delle Libertà Civili e dell’Immigrazione, insieme al sindaco di Ventimiglia, Gaetano Scullino, e alla Vicepresidente della Regione, Sonia Viale, è stato partecipato dalle maggiori autorità civili e militari della provincia, ma ha portato sostanzialmente ad un “rivediamoci a fine settembre”.

In pratica, il Campo Roja al momento non riaprirà, nonostante abbia la capienza per ospitare tutte le persone che si trovano costrette al momento a “bivaccare” in giro per la città, e continuerà ad essere progressivamente svuotato, mentre si auspica una “soluzione finale” al problema dell’immigrazione a Ventimiglia, teso a tenere le persone in costante movimento, non facendole nemmeno arrivare nel territorio ventimigliese tramite un sistema di controllo volto a creare “un’accoglienza transitoria molto provvisoria” ha dichiarato Di Bari. Non si vuole un campo di transito, e nemmeno persone che vivono in strada, lungo la spiaggia o in edifici abbandonati. La Vicepresidente Viale ha chiuso anche ogni possibilità da parte della Regione: “In questo momento - ha detto - la Regione non è disponibile a trovare un luogo per i migranti, ci sono altre priorità. Ventimiglia non può accogliere una struttura definitiva perché sarebbe come accettare a livello nazionale che c’è un problema di migrazione che deve affrontare Ventimiglia da sola.” Anche il sindaco Scullino auspica una “soluzione radicale” del problema.

Temibile migrante durante uno dei tentativi di invasione del territorio europeo. Ponte San Luigi, giugno 2020

Parole che rievocano immagini tutt’altro che rassicuranti. Benché sia vero che la cittadinanza di Ventimiglia subisce da anni una situazione di costante tensione, questa è creata in maggior parte ad arte. Di fatto, tenere i migranti in costante mobilità, non fa altro che esaurire le loro risorse e gettarli sempre più nello sconforto e nella disperazione, togliendo loro ogni alternativa. Così, nel momento in cui si scrive, due famiglie sono arrivate a Ventimiglia, con due ragazze incinte all’ottavo e nono mese. E non hanno, biblicamente, alcun posto dove andare.

Crudele, come non si sia imparato nulla sulle limitazioni delle libertà personali. Eppure durante la quarantena sono stati molti i connazionali che hanno sofferto l’isolamento, la costrizione, l’incertezza e la paura per il futuro. Basterebbe fare un piccolo passo e superare la frontiera immateriale tra “noi” e “loro” per rendersene conto. In questo, la macchina fotografica funziona come un passaporto e permette di raccogliere volti e storie che arrivano da Sudan, Marocco, Afghanistan, Pakistan…storie eccezionali ed allo stesso tempo tristemente comuni, come quella di L. 19 anni, somala.
Passata dalla Turchia e attraverso la rotta balcanica, la incontro appena respinta dalla frontiera insieme ad altre due donne anch’esse africane ed una bimba di circa tre anni. E’ da sola e ha grandi occhi intelligenti. Parla molto bene inglese. Non dormono da due giorni e non mangiano né bevono dalla sera prima. Le mostro dove si trova la fermata del bus che le può riportare a Ventimiglia, e nel tempo che impiego per andare a recuperare qualcosa da mangiare e da bere, al mio ritorno sono arrivati altri due gruppi: alcuni panjabi dalla rotta balcanica e due uomini africani. Uno di loro dice di aver “chiamato un amico” che li verrà a prendere. Arriva nel giro di pochi minuti, carica anche le altre due ragazze e la bambina. L. mi guarda. Non vuole andare, ha paura, ma il suo cellulare è rimasto nella borsa di una delle altre due ragazze, così sale sulla macchina e mi scompare da davanti.

Anche A., 22 anni, è somalo, era in Libia ed è sbarcato da poche di settimane. Non appena ha potuto muoversi, ha ricominciato il suo viaggio, ma si trova bloccato a Ventimiglia. Appassionato di fotografia, ha recuperato una macchina con cui mi fotografa mentre lo fotografo.

La fotografia è un linguaggio, ed in quanto tale, spesso permette di superare altre frontiere, come quella linguistica o sociale. Ventimiglia, giugno 2020

Vive al momento lungo il fiume, verso la foce, e dopo qualche settimana in frontiera ha capito il gioco e fatto richiesta d’asilo. Perlomeno qua c’è il sole, ha conosciuto alcuni dei volontari ed ha ancora sorrisi e speranza, anche mentre mi saluta per la sera, sistemando il cartone in cui dormirà. Insieme a lui c’è M. anche lui somalo. Ha sessant’anni ed un solo dente.

Ventimiglia, giugno 2020

A. fa gentilmente da interprete e gli chiedo cosa lo abbia spinto a lasciare casa sua, attraversare il deserto, la Libia ed il mare per arrivare fin qua. Mi risponde che di guerra non ne poteva più, e che non aveva più nessuno. Preferisce la spiaggia di Ventimiglia, perché almeno, c’è pace e libertà.

Pace e libertà.