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INSigHT: un progetto di ricerca sulla tratta di esseri umani

Intervista a Michela Semprebon e Barbara Maculan

13 luglio 2020

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INSigHT - Building Capacity to Deal with Human Trafficking and Transit Routes in Nigeria, Italy, Sweden [1] è un progetto iniziato il 1° aprile 2019 e dalla durata di 18 mesi, finanziato dall’Unione Europea e ICMPD attraverso il Mobility Partnership Facility, e capofila del progetto è l’Università IUAV di Venezia.
La project manager è Giovanna Marconi, mentre Michela Semprebon è la coordinatrice delle attività di ricerca, entrambe di IUAV.
Barbara Maculan è presidentessa della cooperativa Equality, che svolge servizio di contatto con presunte e potenziali vittime di tratta in Veneto nell’ambito del Progetto N.A.Ve (Network Antitratta del Veneto).
L’intervista è stata realizzata da Anna Toniolo della redazione di Radio Melting Pot.

Intervista a Michela Semprebon e Barbara Maculan sul Progetto INSigHT

D: Michela, cos’è il progetto InSigHT e come si sviluppa?

R: INSigHT è un progetto di ricerca-azione che lavora sul tema della tratta di esseri umani dalla Nigeria all’Italia e Svezia e comprende una parte di ricerca, con il pieno coinvolgimento dei soggetti del territorio, e altre attività di capacity building, che nel nostro caso significa dare strumenti conoscitivi per la protezione e il supporto di persone vittime di tratta. In Italia il progetto riguarda attività di formazione e scambio per i mediatori culturali e le forze dell’ordine, mentre nel caso della Nigeria la formazione ha come target i quadri dirigenti della polizia nazionale (NAPTIP) con l’obiettivo di formare i dirigenti che a loro volta dovrebbero formare coloro che sono in strada.
L’obiettivo, in Nigeria, è quello di dare un quadro di cosa rappresenti l’intero percorso della tratta, poiché vi è conoscenza del fenomeno, ma non dello sfruttamento, né delle reti di protezione esistenti. Inoltre, sempre in Nigeria, vi è l’idea di organizzare delle attività volte agli operatori che si occupano della cosiddetta "rehabilitation" delle vittime di tratta tornate nel loro paese d’origine, in modo da costruire progetti efficaci e che riescano davvero a favorire il reinserimento in Nigeria delle donne che tornano, attraverso varie fasi di intervento personalizzate caso per caso.
L’attività di capacity building in Italia, insieme al Progetto N.A.Ve, il network anti-tratta per il Veneto, invece, è volto a formare tutti gli attori che partecipano alla rete anti-tratta, tra cui polizia locale, unità di contatto, e altri soggetti, in modo da far conoscere il lavoro reciproco per una coordinazione più funzionale. Questa formazione serve per dare un aggiornamento unificato riguardo a cosa significa la tratta a livello transnazionale (dalla Nigeria all’Italia) e rafforzare la collaborazione facendo in modo che ogni attore che lavora per strada sappia cosa fanno gli altri per tutelare al massimo le persone vulnerabili. Tutti i soggetti sono coinvolti in varie fasi del percorso di protezione, intervenendo in momenti diversi, e il rischio è che non ci sia una conoscenza reciproca, che potrebbe causare la non ottimizzazione del percorso di protezione stesso.
Infine, per quanto riguarda la Svezia, il progetto prevede solo attività di ricerca, con l’obiettivo di ragionare sulla prevenzione, sulla protezione e sui movimenti secondari (c.d. “casi Dublino"). Anche in questo caso è necessaria una connessione per avere un quadro più completo della situazione e poter intervenire in maniera più efficace.
Capofila del progetto è l’Università IUAV di Venezia (cattedra SSIIM UNESCO), mentre i partner sono: NWA - Nigerian Women Association, Pathfinders Justice Initiative, che opera tra Nigeria e Stati Uniti, Cooperativa Azalea di Verona, Cooperativa Equality di Padova e Associazione 2050 che si occupa della parte di comunicazione.

D: Barbara, quando parliamo di tratta di esseri umani è importante definire cosa si intende per sfruttamento lavorativo e lavoro multi-agenzia in questo ambito. Ci puoi dare una definizione?

R: La tratta si manifesta nel reclutare, ospitare, accogliere persone, trasportarle da un paese all’altro con l’impiego della forza o altre forme di coercizione, approfittando della posizione di vulnerabilità della vittima, e lo scopo finale è quello dello sfruttamento che può essere sessuale, lavorativo, dell’accattonaggio, e altre forme. Lo sfruttamento lavorativo è una delle forme di sfruttamento presenti nel fenomeno della tratta, ed è un reato. Si riscontra quando c’è la violenza, la minaccia, la limitazione della libertà di movimento, quando il lavoratore è confinato nel posto di lavoro, quando è presente un debito a carico del lavoratore, quando c’è il trattenimento del salario e il sequestro dei documenti di identità. Tutti questi elementi distinguono lo sfruttamento lavorativo dal lavoro irregolare. I principali settori in cui si riscontra questo fenomeno, anche nel padovano, sono quello agricolo, quello edile, manifatturiero e domestico.
Per intervento multi-agenzia, invece, si intende una metodologia di lavoro che si utilizza nell’ambito della tratta, ed è promosso dalle leggi anti-tratta che recepiscono le direttive europee. Il sistema anti-tratta del Veneto, già dal 2007, ha avviato una serie di interventi appunto multi-agenzia, quindi coinvolgendo altri soggetti, altre agenzie, diversi dagli operatori sociali, preposti al controllo e alla tutela dei lavoratori all’interno delle imprese. Questi soggetti sono rappresentati in particolare dagli ispettorati del lavoro, le forse dell’ordine, l’INAIL, lo SPISAL, l’INPS, etc. La metodologia è quindi quella di entrare insieme nei luoghi di lavoro, ognuno con il proprio compito. Gli operatori sociali, in questo caso, hanno il compito di facilitare l’identificazione di potenziali vittime di grave sfruttamento lavorativo, informandole dei loro diritti e supportandole, grazie anche l’intervento della mediazione linguistico-culturale.

D: Michela, nel progetto INSigHT rientra anche una parte di ricerca rispetto all’accattonaggio nel territorio di Venezia. Con chi lavorate e cosa avete osservato a riguardo?

R: Quando parliamo di accattonaggio facciamo riferimento ad un fenomeno complesso, che comprende varie forme di elemosina, come ad esempio la richiesta di soldi per la sistemazione di carrelli presso i supermercati, o la vendita di rose. Spesso si pensa a persone rom e romene, ma in questo progetto ci stiamo occupando nello specifico di persone nigeriane, partendo da una serie di domande. Ci siamo chiesti se queste persone siano andate ad occupare gli stessi spazi, precedentemente occupati da rom e romeni, se ci sia stata una transizione conflittuale, e soprattutto se si tratta di forme organizzate di accattonaggio, quindi associate anche a sfruttamento e tratta. Abbiamo così trovato molte tracce di sfruttamento multiplo, attraverso il confronto con molte unità di strada italiane, ma anche qualche traccia di tratta e questo soprattutto consultando alcuni fascicoli di procedimenti penali. La nostra specifica attività di ricerca si è concentrata sul territorio del centro di Venezia, è partita nel dicembre del 2019, in risposta all’esigenza espressa da colleghi e colleghe del progetto anti-tratta N.A.Ve di esplorare questo fenomeno ancora poco conosciuto. A causa del lockdown la ricerca ha dovuto essere interrotta, osservando comunque che durante questo periodo molti accattoni erano spariti, mentre ora stanno tornando e a breve l’attività verrà ripresa.
Finora, anche grazie a qualche chiacchierata informale, abbiamo osservato che a Venezia gli accattoni nigeriani sono prevalentemente uomini, stazionano normalmente davanti a supermercati, bar e vicino ai ponti, ci sono forti segnali del fatto che si tratta di forme di accattonaggio controllato da una o più organizzazioni, vista la regolarità delle presenze in orari, giorni e luoghi evidentemente prestabiliti. Va sottolineato comunque che per alcuni si tratta di lavoro in mancanza di alternative. In generale non sono molesti e quindi non sono attenzionati dalle forze dell’ordine, sono sul territorio italiano da diverso tempo e vengono da fuori città o fuori provincia. Alcuni colleghi di unità di contatto di Lombardia, Toscana e Abruzzo, ci hanno informato riguardo al fatto che questi soggetti possono raccogliere fino a 50-100 euro in una giornata e tutti ci confermano la difficoltà di stabilire dei contatti con loro perché hanno già un alloggio presso dei connazionali, spesso hanno anche un regolare permesso di soggiorno, mentre quello che cercano è un lavoro, che però è molto difficile trovare anche con il supporto delle unità di contatto, che quindi dispongono di pochi strumenti per creare un legame con i soggetti considerati. Si tratta infine di persone che sono fuoriuscite dai CAS e questo ci porta a riflettere sui percorsi di accoglienza e di inclusione, ma ancora di più su percorsi di sfruttamento e ci suggerisce come sia sicuramente importante la repressione e il contrasto delle organizzazioni criminali, ma ancora di più sottolinea la necessità di indagare quelle che sono le condizioni di vulnerabilità e sfruttamento di queste persone.

D: Michela, sappiamo che la cattedra UNESCO SSIIM, nel progetto INSigHT, ha un approccio di ricerca-azione che vede un forte coinvolgimento tra mondo accademico, istituzioni e terzo settore. Cosa significa e perché è importante?

M: Per noi fare ricerca-azione vuol dire che innanzitutto ricerca applicata e quindi un forte impegno sul territorio e per il territorio, costruendo progettualità insieme ai soggetti che lavorano in prima fila sul territorio, che hanno conoscenza dei bisogni e dell’evoluzione dei fenomeni. Significa soprattutto costruire un dialogo costante con le istituzioni da un lato e terzo settore dall’altro, condividere riflessioni e portare ad accademici, istituzioni, ma anche alla più ampia cittadinanza il messaggio costruito attraverso la ricerca e la progettualità.
InSigHT è infatti scritto a più mani, soprattutto insieme alle colleghe e ai colleghi di Equality. Essendo il fenomeno della tratta di esseri umani scarsamente affrontato a livello accademico, abbiamo deciso di affrontarlo insieme a chi sta in prima linea, aiutandoci a capire come si configura sotto diverse forme come quella dell’accattonaggio.
A livello di ricerca accademica, in Veneto, abbiamo affiancato operatori e operatrici del progetto N.A.Ve per più di un anno, partecipando alle riunioni di coordinamento dei vari settori e anche singoli colloqui con ragazze in programma. Questo è stato fondamentale per entrare nel progetto e conoscerlo davvero in profondità. Stando ad osservare il lavoro nella quotidianità riesci, a livello accademico, a conoscere e capire quali sono gli interstizi che restano scoperti.
Nella fase finale stiamo iniziando a scrivere i rapporti conclusivi che verranno pubblicati, ma prima della pubblicazione ci sarà un momento di restituzione informale con operatori e operatrici appartenenti al network N.A.Ve, che servirà come doppio controllo e come momento di riflessività, per tutti coloro che hanno partecipato, in modo che la ricerca stessa diventi un momento di capacity building, nel senso di un’opportunità di riflettere sul proprio lavoro e ripensarlo in maniera efficace.