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A cinque anni dalla sua nascita Talking Hands si racconta

Intervista a Fabrizio Urettini, fondatore del progetto

24 luglio 2020

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L’argomento di oggi riguarda una bellissima iniziativa e particolarmente originale.
Mi riferisco a Talking Hands. Dal sito ufficiale: Talking Hands è un laboratorio permanente di design e innovazione sociale.

Photo credit: Matteo De Mayda

Nato nel 2016, Talking Hands incoraggia i partecipanti a usare l’attività progettuale e manuale come forma di narrazione delle proprie biografie, dei luoghi di provenienza, dei viaggi compiuti e dei propri sogni. Nel corso degli ultimi anni, Talking Hands si è rivelato un importante strumento d’inclusione sociale. Qui non solo si apprendono nuove abilità e mestieri che potranno servire in futuro, ma si danno occasioni di lavoro con designer riconosciuti, si producono e si vendono oggetti e si partecipa a iniziative di solidarietà dentro una rete di soggetti associativi e gruppi informali.

Il progetto più recente riguarda la Big Bag, che si può acquistare nello shop all’interno del sito. La borsa è nata dalla collaborazione tra Talking Hands e la textile designer francese "Garlic Print". Il servizio è stato realizzato dal fotografo Federico Marin, mentre la ragazza ritratta è Jazz Mota, attivista per i diritti delle popolazioni indigene di Belem in Brasile e tra i fondatori del collettivo del Centro Cultural Ocupa Ouvidor 63 di San Paolo, la più grande occupazione artistica e abitativa dell’America Latina che ospita oggi oltre 200 famiglie. Jazz ora vive in Italia e si è recentemente aggregata al gruppo di lavoro di Talking Hands.

Photo credit: Federico Marin

Fabrizio Urettini è nato a Treviso nel 1972. 
Attivista e art director, il suo territorio di indagine spazia dall’ideazione dell’immagine per aziende, pubbliche e private, alla curatela e comunicazione di compagne sociali, eventi culturali e mostre. Fondatore dello “Spazio XYZ“ (2008-2012), spazio espositivo plurale dedicato alle diverse forme espressive delle arti applicate, vanta oltre 40 progetti espositivi sviluppati tramite collaborazioni con designer, illustratori e fotografi internazionali. Dal 2016 è il fondatore di “Talking Hands. Con le mani mi racconto”.
Lo abbiamo intervistato.

Photo credit: Federico Marin

Ho visto che sul sito vi è un elenco di FAQ particolarmente esaustivo, quindi cercherò di approfondire alcuni aspetti senza farne un doppione. Per esempio, com’è nata l’idea di Talking Hands? Ovvero, mi racconti il lavoro che ha portato al giorno in cui avete posto la prima pietra di questo innovativo progetto?

Mi fa molto piacere che mi fai questa domanda perché credo che Talking Hands sia legato a un filo rosso lungo 20 anni e che collega questo esperimento di innovazione sociale ad altre importanti esperienze che si sono svolte a Treviso e che hanno contribuito a creare una solida rete antirazzista in città.
Penso all’esperienza di M21 che ha dato la luce ad un’importante occupazione abitativa, quella dell’ex ospedale psichiatrico S. Artemio tra gli anni novanta e duemila, o la nascita dello sportello di ADL Cobas che fornisce da un paio di decenni un servizio di orientamento giuridico ai migranti, ma anche tutta quella galassia di realtà dell’associazionismo e del volontariato che puntualmente si sono mobilitate per dare delle risposte concrete in momenti di crisi come quello che abbiamo attraversato tra il 2015 e 2016 con l’emergenza umanitaria che ha visto l’arrivo in città di una nuova popolazione di circa 2.000 giovanissimi ragazzi provenienti principalmente dall’Africa sub-sahariana.
Nello specifico Talking Hands è nato all’interno del Centro Sociale Django, in un momento in cui alcune delle principali progettualità che si svolgono al suo interno si sono mobilitate per attivare dei dispositivi capaci di “accogliere”. Penso al ruolo fondamentale che ha avuto la Palestra Popolare Hurricane che è stata la testa di ponte nella costruzione di un dialogo transculturale e di costruzione di relazioni con i nuovi arrivati ma anche nello specifico nel cercare di interrogarsi su quali potevano essere dei percorsi efficaci di riattivazione indirizzati a un’utenza che di fatto viveva segregata e irregimentata all’interno di un luogo chiuso come una ex caserma e che si portava dietro cicatrici profonde, conseguenti a periodi di detenzione in Libia durante i quali hanno assistito e subito violenze indicibili.
Talking Hands nasce nel 2016 nel corso di un momento assembleare durante il quale si è cercato di capire quali fossero i desideri e le ambizioni di ragazzi poco più che ventenni che erano entrati a far parte di un’eterogenea comunità di persone che gravitava intorno all’esperienza del Centro Sociale Django. Abbiamo lavorato sui desideri ma anche e soprattutto nel cercare di valorizzare abilità e conoscenze grazie alla collaborazione di una comunità di professionisti che si è messa a disposizione dedicando il proprio tempo per quello che di fatto è stato un percorso di formazione.

Photo credit: Federico Marin

Dalla sua nascita Talking Hands è diventato un importante strumento di inclusione sociale. Mi parli di qualche esperienza in particolare a riguardo?

Credo che l’atelier abbia avuto una duplice funzione, quella di ospitare le attività laboratoriali, ma anche quella di essere per un certo periodo un luogo di incontro e di socialità. Lo spazio è stato attraversato da centinaia di ragazzi che hanno sempre avuto libero accesso allo spazio, chi per ricaricare il telefono, chi per trovare un po’ d’aiuto e conforto, chi un rifugio in momenti difficili, specie nei mesi invernali lo spazio ha dovuto interrompere le proprie attività per far fronte a gravi problemi di penuria alimentare. L’atelier veniva aperto al pubblico in occasioni come il mercato di Genuino Clandestino. Abbiamo poi aderito e partecipato a innumerevoli iniziative: mercatini del commercio equo e solidale, temporary shop, fiere, convegni, simposi, lezioni e conferenze all’interno di prestigiosi istituti universitari italiani ed europei con un’intensità e passione davvero fuori dal comune. Tutto questo ha facilitato la costruzione di una rete di solidarietà, il “design” in questo senso è sempre stato inteso come disciplina funzionale alla progettazione e la costruzione di network relazionali che favoriscano la nascita di comunità, di sinergie con l’imprenditoria locale - come il Lanificio Paoletti di Follina che ci ha sempre supportati in questi anni - e anche di interazione con il territorio.

Photo credit: Federico Marin

Leggo che oggi la situazione è cambiata e la maggior parte di chi frequenta l’atelier è fuori dal programma di protezione internazionale per lo scadere dei termini previsti dall’attuale legislazione in materia di diritto d’asilo o per l’ottenimento dello status di rifugiato o della protezione umanitaria. Quali tipi di difficoltà incontrate in una difficile situazione come questa? Ci sono modi con cui è possibile aiutarvi per migliorare e rendere ulteriormente efficace la vostra lodevole attività?

A un certo punto ci siamo trovati davanti a un bivio: continuare l’attività laboratoriale cercando di mettere a frutto l’impegno e la dedizione che alcuni ragazzi ci hanno dedicato in questi primi 4 anni o implementare quelle attività nelle quali abbiamo dovuto, nostro malgrado, improvvisare nel cercare di dare delle risposte alle innumerevoli emergenze situazionali. Per fare una provocazione, il maggior successo di TH sarebbe la sua scomparsa. Probabilmente potrebbero nascere progetti gemelli in diversi paesi, un TH Tedesco, uno spagnolo, uno ungherese ecc. verso la costruzione di un network europeo. Non solo per una mera commistione e condivisione di pratiche e strategie, ma per poter guidare un movimento sufficientemente grande da esercitare pressione a livello politico.
Un gruppo di attivisti ha operato incessantemente per migliorare le condizioni culturali, politiche, lavorative e sociali di un insieme di persone e di riflesso, di tutta la comunità che le ospita. Spesso ignorati, se non in alcuni casi ostacolati, dalle istituzioni che avrebbero dovuto occuparsi del fenomeno. Ci siamo posti la questione se sia stato giusto che dei cittadini si trovassero a sopperire alle istituzioni, a proprie spese, nell’indifferenza di queste ultime. Non è la migliore condizione per potersi sviluppare.
Abbiamo scelto quindi di interrogarci su quelle che sono di fatto le principali mutazioni nel mondo del lavoro che investono inevitabilmente le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Stiamo assistendo a degli sconvolgimenti di portata epocale, la recente pandemia ha di fatto prodotto un’accelerazione di processi che erano già in atto ma che con l’arrivo del Covid-19 hanno di fatto dato inizio a una nuova era. Contrariamente a molti economisti e filosofi che in questo periodo hanno fatto a gara nel cercare di indovinare quale sarà l’economia e la società del futuro noi stiamo cercando di capirla mettendoci in gioco e cercando anche di cogliere delle nuove opportunità che questi cambiamenti ci stanno offrendo. L’economia sarà circolare? Peer-to-peer? Collaborativa? sociale o solidale? Non lo sappiamo ma crediamo che siano degli interrogativi a cui sta a noi provare a dare delle risposte.

Photo credit: Federico Marin

Come giustamente fate notare, le modifiche normative dell’ultimo anno (c.d. Decreto Sicurezza 1 e 2) hanno reso più difficile l’accesso al sistema e la gestione dei centri. Lungi dal volerti trascinare all’interno di una discussione di tenore prettamente politico, dal punto di vista di chi lavora e si impegna per l’integrazione e la soluzione dei problemi reali nella convivenza con le persone che arrivano nel nostro paese da più o meno lontano, quali sono gli aspetti più critici che andrebbero rivisti nell’attuale legislazione?

Crediamo che la recente pandemia oltre a tante altre magagne dell’Italia abbia messo in luce tutte le criticità di un sistema di accoglienza disastroso. L’aver favorito i grandi centri di accoglienza erodendo i budget destinati a servizi primari come la scuola, l’assistenza medica e psicologica, l’orientamento giuridico e la formazione è stata una scelta criminale e le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti. È di pochi giorni fa la notizia di focolai esplosi nel CAS della Croce Rossa di Jesolo con 42 casi di ospiti positivi al Covid-19. Situazioni analoghe si stanno riscontrando anche alla Cavarzerani di Udine dove sono state messe in quarantena centinaia di persone e a Treviso solo per puro caso si è evitato il peggio. Il fenomeno dei flussi migratori non si fermerà, per questo crediamo necessario rivedere tutto l’impianto giuridico che li regola. Dobbiamo smetterla di usare il tema dell’immigrazione come strumento di battaglia elettorale e cercare di favorire un’accoglienza diffusa in piccoli gruppi che mira a favorire l’inclusione dei migranti nel tessuto sociale.
Siamo sempre stati contrari al modello concentrazionale delle grandi strutture, ne abbiamo a più riprese denunciato gli abusi e le condizioni disumanizzanti e pericolose per il territorio e le comunità che vi risiedono. I decreti sicurezza 1 e 2 non hanno fatto che favorire gli enti gestori di queste strutture che sappiamo bene essere mosse unicamente dal profitto ed estranee alle ricadute che il loro cattivo operato ha nei territori.

Photo credit: Matteo De Mayda

La spiegazione sull’origine del nome Talking Hands mi sembra dica molto sul vostro lavoro: se la vita ti ha tolto tutto e non possiedi più niente, neppure un titolo di cittadinanza, questo non significa che qualcuno possa toglierti il desiderio di rimetterti in gioco, di riprendere in mano il tuo destino. Esiste una ricchezza tanto grande da non poter essere misurata e che proviene dal nostro vissuto biografico, dai nostri occhi, dalla nostra sensibilità e certamente anche dalle nostre mani. Negli ultimi venti, trent’anni la narrazione pubblica sulle storie delle persone migranti nel nostro paese è stata spesso filtrata attraverso la rappresentazione deformata e deformante della stampa e quella manipolatoria dei politici. A che punto siamo arrivati, oggi? E in che modo con progetti come il vostro è possibile contrastare tutto ciò?

Su questo tema ho avuto il piacere di confrontarmi a Parigi con il filosofo Alexis Nuselovici che è professore associato presso il Centro interdisciplinare di studi letterari di Aix-Marseille e membro di numerosi gruppi di ricerca internazionali. La sua teoria si fonda sull’idea che l’esiliato che è il migrante di oggi non è più lo “straniero”. Se l’estrema destra ha di fatto sostituito nel suo discorso di odio l’immigrato con il migrante, tale avvicendamento oggi non può più funzionare perché mentre l’immigrato proveniva da qualche parte, un confine oltre frontiera, e quindi si identificava perfettamente nella figura dello straniero minaccioso, il migrante odierno, in esilio, è colui che ha lasciato la Sua casa per venire a casa Mia, senza però avere più la necessità di precisare quale sia la sua destinazione (sia essa all’interno o all’esterno) e gli interrogativi maggiormente coerenti sono: rimarrà? Partirà? Ritornerà?
Lo straniero appartiene a una visione che è ancora viva nel mondo politico, ma incapace oggi di cogliere una questione fondamentale e cioè l’identità spaziale del nuovo arrivato, il migrante dall’esilio di massa contemporaneo. Potremmo azzardare una nuova categoria umana: l’Homo Migrantes.

Photo credit: Matteo De Mayda

Per noi è di fondamentale importanza la creazione di occasioni di dialogo orizzontale e di operare in un contesto transculturale. Quali sono i vantaggi nel lavorare in questa direzione? E quali ostacoli si incontrano?

Mettere in discussione e sviluppare nuovi strumenti progettuali per ridefinire il pensiero di confine.
Il "border thinking" è un termine che proviene dalla teoria post-coloniale e che si fonda sull’idea di impiegare uno sguardo diverso sui confini utilizzando come strumento di indagine tradizioni e conoscenze alternative a quelle occidentali. Questo approccio non si vuole distaccare rispetto alla cultura della modernità ma bensì porsi in termini critici rispetto al persistere di una matrice coloniale ed eurocentrica del concetto di confine.

Photo credit: Matteo De Mayda

In quali altri ambiti non vi siete ancora messi alla prova, ma intendete farlo? Il vostro è un lavoro di rete, vario e multidisciplinare: quali altre professionalità e realtà complementari potrebbero essere utili al vostro progetto?

Un aspetto interessante, per un progettista che collabora con Talking Hands, è costituito dai saperi dei soggetti che sono al momento presenti all’interno dell’atelier. L’utenza in questi anni è cambiata in continuazione e con essa anche il portato biografico e le abilità presenti nel gruppo di lavoro. In questo momento al team si è aggiunto Sohel, un ragazzo proveniente dal Bangladesh che ha portato degli elementi di innovazione nell’organizzazione del gruppo di lavoro. Ci aspettiamo che in futuro si avvicinino nuove persone e che siano capaci di trasmetterci nuovi approcci, sensibilità e ipotesi progettuali.