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Il Covid-19 e i braccianti migranti: che cosa succede in Italia e in Turchia?

Quali conseguenze ci sono state per coloro che assicurano il cibo sulle nostre tavole?

27 luglio 2020

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Il settore agroalimentare è stato uno dei settori - insieme a quello della sanità - messo più alla prova da una crisi che costringe milioni di cittadini a rispettare le misure di distanziamento fisico e le restrizioni alla mobilità.

Una delle dimensioni più interessanti e preoccupanti delle misure di contenimento del Covid-19 è stata la dipendenza dai rivenditori di generi alimentari.

Dietro agli scaffali dei supermercati e al lavoro di milioni di cassieri e magazzinieri, ci sono gli operatori agricoli che continuano a lavorare e ad affrontare i mille problemi causati dal Covid-19: mancanza di braccianti [1], aste al doppio ribasso [2], aumento dei corsi per la sicurezza dei lavoratori e modifica dei consumi causati dalla chiusura di bar e ristoranti. Cosa sta succedendo al lavoro agricolo nei paesi del Mediterraneo in un momento di crisi?

Photo credit: Medici per i diritti umani

In Italia: perché la regolarizzazione dei migranti non sta funzionando

Il tema dei braccianti migranti in Italia - a Capitanata in Puglia, nel metapontino in Basilicata o a Saluzzo in Piemonte - è ricomparso nel dibattito pubblico con la proroga al 15 agosto della scadenza della procedura per regolarizzare una parte delle persone migranti irregolari che vivono in Italia (secondo le stime, 200mila delle circa 600mila persone che lavorano in tre settori: agricoltura, lavoro domestico e assistenza alla persona).

Secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno, aggiornati al 16 luglio, il lavoro domestico e di assistenza alla persona rappresenta l’87 per cento delle domande già perfezionate (97.968) e il 76 per cento di quelle in lavorazione (8.386) [3].

I dati riguardanti i braccianti, rimangono invece molto bassi: solo il 13 per cento delle domande già perfezionate (14.360) e il 24 per cento di quelle in lavorazione (2.715).

Dai dati si ricava una prima evidente considerazione: la misura non sta riguardando il principale settore per cui era stata pensata. La procedura era infatti nata perché mancavano centinaia di migliaia di braccianti, con conseguenze potenzialmente pesanti per l’agricoltura [4]. Per maggiori informazioni sul tema, MeltingPot è stato tra i promotori della campagna “Siamo qui. Sanatoria subito”.

Le vite dei braccianti nelle aree rurali della Basilicata che di notte vivono in baraccopoli senza servizi di base e che di giorno lavorano duramente nei campi nella raccolta di frutta e verdure erano state raccontate da un rapporto pubblicato da Medici senza Frontiere nel 2019 [5].

In particolare, nel report si legge che: “Sul totale delle oltre 900 visite mediche effettuate, è emerso che: 1 paziente su 3 presentava infiammazioni muscoloscheletriche dovute alle dure condizioni di lavoro nei campi; 1 paziente su 4 presentava problemi medici riconducibili alle condizioni di vita insalubri negli insediamenti informali; più di 1 paziente su 2 riscontrava problemi di accesso al sistema sanitario”.

I dati raccolti nel corso di tre mesi di operatività dalla clinica mobile dell’associazione Medici per i Diritti Umani (MEDU) evidenziano molti braccianti degli insediamenti informali della Piana di Gioia Tauro con problemi di infiammazioni delle vie respiratorie.

Secondo le associazioni che lavorano nella zona, le condizioni abitative favoriscono il protrarsi dei sintomi e l’aumento di problemi legati alle malattie respiratorie, di conseguenza «un contagio da SARS-CoV-2 presso gli insediamenti informali sarebbe difficilmente controllabile e impossibile da gestire da parte del servizio sanitario locale, che peraltro presenta delle gravi e ben note carenze strutturali» [6]. Qual è il futuro dei braccianti che non saranno regolarizzati? Avranno accesso al sistema sanitario nazionale in caso di bisogno? Vista la particolare situazione di emergenza sanitaria, il tema non può essere accantonato e rimandato a tempi migliori. Anzi, diventa ancor più rilevante e urgente.

In Turchia: il continuo arrivo di rifugiati siriani ha riconfigurato la forza lavoro agricola

Nel frattempo, in Turchia, i rifugiati siriani sostengono l’economia agricola lavorando nella provincia di Hatay (nella coltivazione di olive, cotone, agrumi e carote), nella provincia di Sanliurfa (nella coltivazione di cotone, melograno, peperoncino), e a Gaziantep (nella coltivazione di peperoncino, cipolla, cotone).

Dei 3,57 milioni di rifugiati siriani presenti nel paese, solo una piccola parte vive nei campi profughi ufficiali. La maggioranza ha riempito i ranghi dei lavoratori agricoli nelle campagne, scatenando la competizione tra i lavoratori agricoli stagionali stagionali provenienti dalla Turchia orientale e sudorientale da un lato, e i rifugiati siriani dall’altro. Questa situazione è stata definita "la competizione dei poveri" [7].

Secondo il Regolamento turco (entrato in vigore il 15 gennaio 2016) sui permessi di lavoro per gli stranieri a cui è stata estesa la protezione temporanea, i siriani che desiderano svolgere lavori stagionali in agricoltura possono essere esentati dall’obbligo di ottenere un permesso di lavoro. Le domande di esenzione devono essere gestite dai governatorati provinciali in caso di protezione temporanea.

Queste domande sono notificate al Ministero del lavoro e della previdenza sociale, che a sua volta ha il diritto di stabilire limiti all’impiego dei siriani nel settore agricolo per provincia e per quota. Di fatto, la maggior parte dei lavoratori agricoli siriani non ha alcun accordo scritto con i propri superiori e alcun tipo di protezione [8]. Con le restrizioni ancora più stringenti sulla mobilità, che avranno conseguenze anche sugli afflussi dei rifugiati siriani, che cosa succederà?

In Italia, come in Turchia, la produzione agricola dipende sempre di più dallo sforzo giornaliero di braccianti, flessibili e precari che vengono reclutati tra i migranti.

Mentre la violenza contro i migranti aumenta nei paesi del Mediterraneo, la domanda su come il Covid-19 possa influenzare la vita dei braccianti rimane finora senza risposta.

Mentre il Covid-19 ha certamente reso il mondo più consapevole delle sue intense interconnessioni, questa potrebbe essere un’altra, importante domanda da capire nel prossimo futuro.