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Il diritto di voto come intreccio tra diritti materiali e politici

Intervista all’avv. A. D’Agostino, consulente del Servizio Immigrati del Comune di Venezia

14 aprile 2004

Nel contesto nazionale creato dalla discussione sul diritto di voto amministrativo per i cittadini migranti come si intrecciano i diritti materiali (casa, servizi, ecc.) con i diritti civili e politici?
Lo abbiamo chiesto all’avvocato Aurora D’Agostino dell’Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione) e consulente del Servizio Immigrati del Comune di Venezia.

Aurora D’Agostino inoltre sarà relatrice al convegno sul diritto di voto promosso dal Comune di Venezia per venerdì 16 aprile presso la sala del consiglio comunale.

Risposta: Il problema fondamentale è che il diritto di voto è diritto di partecipazione, diritto di rappresentarsi all’interno di una comunità, che si intreccia molto fortemente con quelli che sono i diritti materiali, sociali quindi al concetto fondamentale di cittadinanza/residenza. Il problema è proprio quello di legare la cittadinanza alla residenza, al fatto di essere in un territorio.
E’ un tema molto importante. L’intreccio è molto forte sia in termini di possibilità di contare sulle scelte che determinano anche le regole della comunità di cui si fa parte e quindi al fatto di poter accedere alla possibilità di eleggere rappresentanti e di essere eletti quali rappresentanti della comunità.
Credo che sia anche un problema di rovesciare fondamentalmente un sistema di valutazione della presenza degli stranieri nei nostri territori. Gli stranieri nei nostri territori sono una presenza regolata esclusivamente da leggi in materia di ordine pubblico, non a caso i loro documenti sono permessi di soggiorno rilasciati da questure e prefetture; la materia del loro soggiorno è dunque interamente riservata alle Forze di Polizia.
Credo che il problema fondamentale sia quello di rovesciare questo tipo atteggiamento nei confronti degli stranieri e di riconoscere immediatamente, all’interno delle linee guida delle nuove comunità, la loro cittadinanza legata alla residenza e permanenza nei territori e quindi slegare completamente la loro presenza da una questione di polizia, per ricollegarla alla questione della piena cittadinanza, che comprende ovviamente anche diritti sociali, come ad esempio casa, ed assistenza sanitaria.
Si tratta di una scelta che alcune comunità locali – intese come città - stanno proponendo. Il fatto che questa iniziativa provenga proprio dalle amministrazioni locali corrisponde ad un’appropriazione da parte delle città, dei Comuni e delle comunità della possibilità di regolare le condizioni giuridiche - come statuti e regolamenti - e condizioni generali di vita all’interno delle collettività stesse. Tutto questo non può prescindere dalla presenza dei lavoratori migranti che risiedono nei nostri territori in maniera pressoché stabile o comunque non meno itinerante degli altri lavoratori italiani – che manifestano un tasso di stabilità inferiore rispetto al passato.

D: Tutto questo si inserisce in uno scenario che dal settembre 2002 vede in vigore una legge sull’immigrazione restrittiva e penalizzante nei confronti dei cittadini migranti. Riusciresti a proporre un veloce bilancio di questi mesi di legge, non solo in veste di consulente immigrazione del Comune di Venezia ma anche di avvocato che da anni lavora nel campo dell’immigrazione?

R: Un bilancio è facile da fare perché, al di là dei dati statistici diffusi anche nei rapporti immigrazione rispetto alle presenze degli stranieri, credo che il dato fondamentale sia che la legge Bossi-Fini ha un’impostazione esattamente contraria ha quanto ho appena proposto. Cioè rappresenta la chiara dimostrazione che a livello centrale, legislativo e di governo dell’immigrazione nel nostro paese, si continua a ragionare in maniera estremamente pesante in termini di ordine pubblico stabilito ad hoc. Mi spiego: per i cittadini stranieri - secondo la legge Bossi-Fini - è sufficiente avere una semplice denuncia, ossia un procedimento penale aperto di qualunque genere, per essere “tagliati fuori” dalla regolarizzazione (anche se su questo i Tribunali Amministrativi si sono già espressi in maniera abbastanza diffusa per quanto riguarda la possibilità di accedere alla regolarizzazione).
Non solo. Attraverso tutta una serie di altri contenziosi e di pratiche (che vengono poi posti in atto dalle questure) innovative e peggiorative anche per quanto riguarda i requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno o per l’ingresso in Italia. Questo avviene attraverso uno sbarramento (che dal punto di vista penale non è legato all’accertamento delle responsabilità alla condanna definitiva, quale prevede il nostro sistema, ma semplicemente ad una presunzione per cui un denunciato viene estromesso da tutte le possibilità di ottenere o mantenere un permesso di soggiorno.
Dall’altra parte un meccanismo di rifiuto ed irrigidimento nei confronti degli stranieri legato anche a tutta una serie di prassi. Cito come esempio il fatto che attualmente, come condizione per il rinnovo del permesso di soggiorno, viene richiesta la residenza pertanto chi è in possesso di un pds di un’altra località non può chiedere il rinnovo del pds alla questura della città dove effettivamente si trova se prima non ha la residenza. Si tratta di circoli viziosi che rendono impossibile la vita degli stranieri; le prassi da parte delle questure si stanno effettivamente irrigidendo, in molti casi utilizzando atti che risultano arbitrari – ossia non consentiti dalla legislazione.