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Slovenia riconosciuta colpevole di respingimenti a catena verso la Bosnia-Erzegovina

Comunicato stampa di Border Violence Monitoring Network, 20 luglio 2020

23 luglio 2020

L’iniziativa civile Info Kolpa, membro chiave del Border Violence Monitoring Network [1], ha condiviso la sentenza emessa dal Tribunale amministrativo sloveno la scorsa settimana.

I risultati dimostrano che la polizia nazionale ha effettuato un’espulsione collettiva illegale di un membro appartenente ad una minoranza anglofona e perseguitata del Camerun, intenzionato a richiedere asilo in Slovenia.

Il Tribunale ha ascoltato il racconto dell’esperienza del richiedente asilo, J.D., che è stato trattenuto in una stazione di polizia slovena per due giorni ed al quale è stato negato il diritto d’asilo, nonostante avesse avanzato tre richieste verbali. Dopo questa limitazione procedurale, J.D. è stato riammesso in Croazia - in base ad un accordo descritto dal difensore civico sloveno: "contro l’ordinamento giuridico europeo". Dalla Croazia, J.D. è stato successivamente espulso verso la Bosnia-Erzegovina, seguendo uno schema molto diffuso analizzato in un rapporto pubblicato da InfoKolpa nel maggio 2019.

Il Tribunale amministrativo ha dichiarato che la Repubblica Slovena ha violato il diritto d’asilo del richiedente (articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE), il divieto di espulsioni collettive (articolo 19, paragrafo 1) ed il principio di non respingimento (articolo 19, paragrafo 2), secondo in quale: "nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui rischia seriamente di subire la pena di morte, la tortura o altre pene o trattamenti inumani o degradanti".

La Corte ha stabilito che la polizia non ha informato J.D. dei suoi diritti d’asilo - come era tenuta a fare - in chiara violazione del diritto nazionale e dell’UE. Il respingimento illegale ha violato inoltre il divieto di espulsione collettiva, in quanto il richiedente asilo non ha ricevuto alcun ordine di allontanamento, né gli sono state fornite traduzioni e assistenza legale prima dell’espulsione in Croazia. Per quanto riguarda il respingimento a catena, la sentenza ha riconosciuto l’esistenza di "testimonianze sufficientemente affidabili sui possibili rischi dal punto di vista dell’articolo 3 della CEDU” sia in Croazia, dalla quale il richiedente è stato inizialmente allontanato, che in Bosnia-Erzegovina, dove è stato successivamente espulso. Questo è in linea con le prove fornite dal Border Violence Monitoring Network (BVMN), che dimostrano che nel 2019 oltre l’80% dei casi di respingimenti illegali registrati in Croazia ha violato la legge sulla tortura o sui trattamenti inumani e degradanti.

Ci troviamo di fronte ad una sentenza senza precedenti che, una volta divenuta definitiva, obbligherà la Slovenia a riammettere J.D. nel suo territorio, consentendogli di presentare prontamente una domanda di protezione internazionale e di fornirgli un risarcimento di 5.000 euro. A commento del verdetto J.D. ha dichiarato: "Sono certo che questa sentenza aiuterà coloro che verranno dopo di me. Potrebbe non risolvere definitivamente il mio caso specifico ma è decisiva nella creazione di una maggiore consapevolezza e fiducia nelle leggi del Paese". (J.D., Bosnia, 17 luglio 2020).

Il Ministero degli Affari Interni sloveno ha dichiarato che presenterà ricorso contro la decisione del tribunale, mentre, per l’avvocato che rappresenta J.D., il caso è da considerarsi uno spartiacque. In primo luogo, in quanto prova le gravi violazioni dei diritti umani subite dal suo cliente, e poi perché, stabilisce che i respingimenti illegali a catena verso la Bosnia-Erzegovina sono "sistematici e di routine".
Per saperne di più, scarica la cartella stampa estesa al seguente link (in lingua inglese).


Contatto stampa: Miha Turk (InfoKolpa/BVMN) +38640702921