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Olive amare

La tendopoli di Campobello, la condizione dei migranti e il lavoro invisibile

16 agosto 2020

di Verena Walther

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Dall’inizio del 2000 ogni autunno arrivano centinaia di persone a Campobello di Mazara, una cittadina nel trapanese, all’estremo sudovest della Sicilia. Sono qui per cercare lavoro sui campi di olive e restano fin quando di lavoro ce n’è.


A volte la raccolta dura fino a novembre, a volte dicembre e ogni anno alcuni rimangono fino alla raccolta successiva, sperando di trovare nel frattempo qualche lavoro di tanto in tanto. Originariamente del Senegal, del Gambia, del Mali, del Marocco, della Tunisia e di altri paesi Africani, sono spesso arrivati in Europa già molti anni fa. Incontrando però varie difficoltà a trovare lavoro, la loro migrazione praticamente non si è mai fermata.

C’è chi ha perso il lavoro perché le grandi fabbriche al Nord una dopo l’altra sono state chiuse e c’è chi magari d’estate fa il venditore ambulante prima di venire a Campobello.

Altri sono qui perché non gli è stato rinnovato il permesso di soggiorno o magari non l’hanno mai avuto e non gli resta che cercare lavoro nel settore agricolo, dove il lavoro nero è molto diffuso. C’è chi con i soldi guadagnati lì paga gli studi ai figli o a se stesso o sostiene la famiglia nel paese d’origine e così via. Le storie ovviamente sono tante quante gli individui e rispecchiano la realtà migratoria in Europa, frutto di politiche di esclusione e di un sistema di accoglienza malfunzionante.

Negli ultimi anni sono state in mille e più le persone che verso fine settembre sono arrivate a Campobello. Costruiscono un campo di abitazioni di fortuna fuori città, fenomeno che negli anni passati si è manifestato in diverse forme e in vari posti. Senza acqua, luce e servizi sanitari le condizioni sono difficilissime e poco dignitose, nonostante la notevole capacità dei lavoratori migranti di costruire non solo baracche e tende, ma anche delle strutture organizzative e di mantenere un clima pacifico e un’atmosfera accogliente per chi venisse a visitare. Tutto questo perché il diritto a un alloggio per il lavoratore stagionale sistematicamente non viene rispettato.


Nel 2013 un giovane Senegalese che come tanti altri era venuto per raccogliere le olive, Ousmane, muore in un incendio causato dall’esplosione di una bombola di gas nel campo dei lavoratori migranti. I fornelli da campeggio o il fuoco aperto sono l’unica possibilità per cucinare. Questo episodio tragico rende chiaro quanto sia precaria una vita da lavoratore stagionale migrante. Allora alcune iniziative locali si attivano, fanno pressione sulla politica e ottengono l’istallazione di un rubinetto dell’acqua vicino alla baraccopoli.

L’anno dopo riescono a organizzare il “Ciao Ousmane”, un campo di ospitalità e accoglienza per i lavoratori stagionali all’interno di un oleificio confiscato, che porta certi miglioramenti. Riescono a coinvolgere varie organizzazioni, tra cui Libera e la Croce Rossa, e si instaura un dialogo tra attivist* e lavoratori.

Nonostante tutti gli sforzi però negli anni successivi si incontrano vari ostacoli. Chi era coinvolto racconta del mancato supporto da parte delle istituzioni, difficoltà e delusioni. I problemi principali fino a oggi sono rimasti gli stessi: i lavoratori sono spessissimo sottopagati, assunti con contratti fasulli per aggirare il fisco e gli altri obblighi del datore del lavoro, o addirittura senza contratto. Anche chi magari potrebbe pagare l’affitto per una casa in città non la trova perché i migranti spesso sono visti con sospetto.

Questo impedisce che i lavoratori migranti possano uscire dall’isolamento in cui vivono. La loro condizione non permette che si organizzino e possano lottare per dei miglioramenti. Tutto ciò nonostante il fatto che la loro manodopera sia fondamentale per l’economia locale e nazionale.

Non ci sono praticamente più italian* che si prestano al lavoro faticoso sui campi, perciò il settore agricolo è diventato il mercato del lavoro per chi non ha altra scelta. In più sono le storiche presenze mafiose e l’assenza dello stato sul territorio in questione che favoreggiano lo sfruttamento dei lavoratori. Infatti i controlli della messa in regola sono molto rari.


L’organizzazione Borderline Sicilia, che da anni segue la situazione dei migranti nella regione, ha pubblicato vari report su Campobello, sulla base di visite regolari sul territorio e del contatto personale con alcuni dei lavoratori e attivist*. Vi erano anche articoli su alcuni giornali nazionali e internazionali come il Guardian, oltre a servizi televisivi e ricerche nell’ambito universitario.

Campobello, tra l’altro, non è per niente un fenomeno unico.

Si pensi per esempio a Foggia, a Rosarno o ai campi di pomodori e agrumi in Spagna. Questo tema permette quindi di porsi la questione di come si intrecciano i temi lavoro, migrazione e produzione alimentare ai tempi d’oggi. Il settore agricolo, nonostante la sua funzione centrale in quanto garante della sopravvivenza, nella società moderna risulta marginalizzato.

L’attenzione si concentra sulle grandi città industriali, mentre diamo per scontato gli scaffali pieni dei supermercati, senza più chiederci come i prodotti arrivino fino a lì.

Così anche il lavoro che ci sta dietro rimane invisibile, distaccato da noi consumatori e fuori dallo schermo di sindacati e legislatori. Il diritto del lavoro, frutto di decenni di battaglie, opera soltanto sulla premessa che chi lavora sia concretamente nella condizione di poter rivendicare i suoi diritti - ovvero per esempio abbia un permesso di soggiorno valido, le competenze linguistiche e le possibilità pratiche ed economiche per difendersi in via giuridica, qualora i datori di lavoro, per definizione in una posizione di superiorità, non rispettino i diritti del lavoratore.

È poco sorprendente che un gruppo sociale vulnerabile, eterogeneo e poco stabile come quello delle persone migranti sia facilmente sfruttabile. Le tendopoli nelle grandi zone rurali del Sud Italia sono spesso le realtà dove vanno a finire i progetti migratori delle persone che chiamiamo profughi. Una volta usciti dalle strutture di accoglienza, i migranti rimangono senza alcun tipo di supporto, in quanto non ci sono programmi a lungo termine.

Ad altri è negato l’asilo, ma, invece di occuparsene, lo stato gli mette in strada con un documento che gli impone di lasciare il paese entro sette giorni.

Da persone ormai senza altra speranza arrivano, attraverso il contatto con altri, magari compaesani, a lavorare sui campi per pochi soldi e in condizioni difficilissime.

Sono loro a pagare il prezzo per una produzione alimentare globalizzata.