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Ritratti di solidarietà: intervista a Marica Sabia, attivista e volontaria in Basilicata

Dall’esperienza sulla nave Alan Kurdi allo sportello legale con l’associazione Optì Pobà

1 settembre 2020

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Intervista a cura di Carla Congiu, redazione Radio Melting Pot

Marica Sabia ha 32 anni e vive e lavora a Potenza. È un’operatrice sociale che si occupa attualmente di minori e progetti sulla povertà educativa. Inoltre è volontaria dell’Associazione Optì Pobà e lo scorso anno, nei mesi di giugno e luglio 2019, si trovava a bordo della Alan Kurdi, la nave dell’ong Sea Eye.
Ho avuto modo di parlare con Marica Sabia di quelle che sono le problematiche inerenti alle procedure della cosiddetta "sanatoria 2020", del suo periodo come volontaria a bordo dell’Alan Kurdi e della questione Covid-19 e migranti, correlazione che si mostra pura propaganda da parte di alcuni esponenti politici e governatori di regioni.

Photo credit: Sea Eye

Sei partita con la Alan Kurdi della Sea Eye il 6 giugno dell’anno scorso, in quel periodo accadevano i fatti della Sea-Watch e di Carola Rackete. Il governo Conte con l’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini condannò e cercò di far arrestare la capitana Rackete con l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione e resistenza a nave da guerra. Ma successivamente, la Corte Suprema di Cassazione affermò che il rilascio della capitana era legittimo e che non doveva essere arrestata, definendo l’obbligo dello Stato di garantire ai naufraghi un porto di sbarco sicuro [1]. Oltre a ciò il decreto sicurezza bis di Salvini ha voluto criminalizzare le ONG in mare e nel dibattito politico non si è mai realmente introdotto il tema di corridoi umanitari volti a evitare morti e sofferenze in mare per raggiungere l’Europa.
Ora c’è un’altra compagine governativa, si prospettano dei ritocchi ai decreti, ma volevo chiederti se ci sono o meno delle affinità e una continuità con le scelte politiche precedenti e cosa pensi del clima politico riguardo questo tema.

Ero in mare quando accadevano i fatti che hai menzionato. Dopo settimane di lavoro al porto, necessari per rimettere in mare una vecchia nave come la Alan Kurdi, e i preparativi per la missione partimmo diretti verso la zona Sar Libica. Eravamo in viaggio da pochi giorni quando ci raggiunse la notizia dell’arresto della capitana della Sea Watch e issammo la bandiera “Free Carola”. Fortunatamente ero ancora in mare le settimane successive e mi sono persa buona parte degli altissimi discorsi e discussioni sul suo reggiseno ma questo è un altro discorso (o forse no!).
La storia della criminalizzazione delle ONG non inizia con i decreti sicurezza e non si è passati da “angeli del mare” a “taxi del mare” in maniera repentina. Dall’altra parte neanche si può e si deve guardare solo all’Italia. Si è trattato piuttosto di un processo complesso di cui alcuni hanno scritto in maniera precisa, molto meglio di quello che potrei fare io, per cui rimando a queste fonti. Quello che forse possiamo dire ora è che l’esternalizzazione delle frontiere, le priorità dell’Europa di fronte ai movimenti delle persone e alla storia dei paesi esterni, le politiche dei governi nazionali unite alla propaganda dei gruppi di estrema destra, la debolezza se non l’incapacità del sistema di informazione hanno determinato una convergenza di fattori ed interessi che hanno portato ad una insostenibile costruzione del discorso pubblico. Il disgusto di fronte ai centri libici, ai naufragi, alle ingiustizie, sono stati incanalati verso la deumanizzazione e la richiesta di repressione. Ci ricorda da alcuni anni Žižek che l’unica ideologia capace di mobilitare e coinvolgere le popolazioni, che percepiscono l’Unione europea come unione economica “tecnocratica”, è stata la difesa contro gli immigrati. La crisi dell’Unione europea è messa a nudo dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati”.
Una retorica assai diffusa, utilizzata anche da autorità politiche, afferma che la colpa di quanto accade nella rotta più pericolosa dell’intero pianeta sia dei “trafficanti”. Sapientemente scambiando le cause con gli effetti, su questa retorica si è arrivati a giustificare strategie militari per il controllo delle frontiere. Sappiamo bene che gli utilizzatori finali di un sistema di frontiere e muri della fortezza europea non rappresentano la causa, al contrario è proprio questo sistema che crea i presupposti perché si sviluppino simili attività, ma questa falsa pretesa di combattere i trafficanti rappresenta un atto di guerra contro le persone in fuga e in movimento.
Tornando all’Italia e a quello che accadeva l’anno scorso, sicuramente con il governo precedente questo processo di criminalizzazione ha avuto un’evoluzione significativa anche in termini giuridici, ma non ci dimentichiamo il Memorandum d’intesa con il governo di unità nazionale libico, i decreti Minniti-Orlando e il codice di condotta per le Ong.
Per concludere e provare a rispondere all’ultima questione, questo governo Conte si è voluto annunciare come un governo della “discontinuità” ma siamo ancora in attesa di capire come si realizza questo cambio di rotta. Nel Mediterraneo si continua a morire e abbiamo rifinanziato la cosiddetta Guardia costiera libica con l’obiettivo, così si legge nel testo del provvedimento, di “fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani tramite l’addestramento dei militari libici”. Con gli stessi obiettivi, la visita lampo in Tunisia del Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, della ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, e dei commissari europei agli affari interni ha portato all’accordo per 11 milioni di euro che andranno a finanziare il controllo delle frontiere marittime tunisine.

Photo credit: Associazione Optì Pobà


Esiste a livello mediatico-politico, da Salvini a Minniti, questa correlazione tra immigrazione e il virus. Diversi esperti in materia e medici l’hanno però apertamente smentita, ribadendo che è necessario porre attenzione e cautela da parte di tutti e per il bene di tutti, ma non esiste una “categoria” che infetta e che porta il virus più di altre. Cosa ne pensi anche a seguito della tua esperienza come attivista e volontaria in Basilicata e se esistono delle criticità per la tutela della salute delle persone che si trovano nei centri di accoglienza.

Anche l’attuale ministra dell’interno Luciana Lamorgese ha detto lo scorso 28 luglio, parlando degli arrivi di migranti a Lampedusa, che “creano seri problemi legati alla sicurezza sanitaria nazionale”. È inquietante che epidemiologi ed esperti, in una situazione come quella che stiamo vivendo debbano occuparsi di spiegarci e ricordarci che chiunque può essere positivo al virus.
Comunque sì, ci hanno anche spiegato che i migranti arrivati via mare sono stati tutti sottoposti a controlli anzi, l’epidemiologo Massimo Galli in una intervista ha confermato che le persone arrivate via mare in Italia sono “le più controllate”.
Dall’altra parte possiamo però parlare della cattiva gestione, anche in emergenza sanitaria, dell’accoglienza. Abbiamo visto le navi quarantena e le prevedibili ripercussioni sulle condizioni psicologiche delle persone, il 20 maggio un ragazzo si è gettato in mare dalla nave quarantena ed è morto nel tentativo di raggiungere a nuoto la costa. Anche in questo caso non si è persa occasione di sfruttare la categoria della “sicurezza” per privare le persone migranti della libertà personale.
Se il motivo è l’emergenza sanitaria allora anche tutte le altre persone arrivate con altri mezzi o di rientro dall’estero dovrebbero essere sottoposte alle stesse misure. Inoltre si continuano ad ignorare le preoccupanti situazioni di sovraffollamento degli hotspot, come nel caso di Lampedusa.
Parlando invece della mia regione, come sappiamo la Basilicata, è stata tra le regioni con meno contagi. Il mese scorso però sono stati trasferiti a Potenza e nella provincia di Matera dei richiedenti asilo dalla Sicilia successivamente risultati positivi al Covid. Ovviamente neanche i politici nostrani hanno perso occasione per la loro squallida propaganda. L’emergenza sanitaria ha amplificato le problematiche dei centri di accoglienza. È evidente che le strutture caratterizzate da grandi concentrazioni non sono oggettivamente idonee a garantire la salvaguardia della salute delle persone accolte e del personale dell’accoglienza.

Photo credit: Associazione Optì Pobà


Sei una collaboratrice dello sportello di orientamento legale dell’Associazione Optì Pobà, che sta fornendo indicazioni e chiarificazioni su come muoversi anche a seguito della nuove procedure di regolarizzazione/emersione previste dal decreto Rilancio.
Quali sono le criticità e le difficoltà che hanno le persone che si affidano allo sportello?

Abbiamo ricevuto allo sportello legale decine di lavoratori e lavoratrici tutti i giorni fino all’ultimo giorno utile per presentare domanda. Le criticità sono molte e hanno riguardato i requisiti necessari per accedere alla regolarizzazione: l’applicazione a pochi settori di impiego, la posizione di alcuni datori di lavoro: alcuni non vogliono pagare le tasse, per altri il permesso di soggiorno è un “problema del lavoratore”; e poi truffe, disinformazione, la rinuncia della richiesta di asilo, problemi agli uffici postali per l’invio del kit… tante tante criticità. Sicuramente è stato un provvedimento escludente e insufficiente, ma abbiamo fatto del nostro meglio per informare e supportare tutte le persone che potevano accedervi.