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Spagna, Frontera sur: tra nuovi muri e crimini impuniti

“Il rispetto dei diritti umani di cui parla Madrid è solo una facciata, una bugia”

1 settembre 2020

di Ilaria Ruggiero

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Sono passati sette mesi dalla ultima Marcha por la Dignidad, svoltasi a Ceuta lo scorso 6 febbraio.

Come ogni anno migliaia di persone si erano riunite nell’enclave spagnola in Marocco, marciando verso la spiaggia del Tarajal per chiedere giustizia per le 14 vittime annegate nel 2014 mentre cercavano di attraccare alla riva europea, in seguito agli spari di proiettili di gomma e fumogeni da parte della polizia spagnola.

In questi mesi di pandemia, oltre alle disastrose condizioni nelle quali vertono le persone bloccate a Ceuta e Melilla nei centri di detenzione (tra i quali moltissimi minori non accompagnati) e al disastro economico che ha colpito i cosiddetti lavoratori “di frontiera”, ovvero coloro che per lavorare nelle due città attraversavano ogni giorno la frontiera del Marocco, molti sono stati gli accadimenti che si sono susseguiti e che purtroppo sono passati in sordina.

Il primo riguarda la vergognosa archiviazione della causa per le vittime del Tarajal, il 28 luglio scorso: la Corte ha escluso la possibilità di una condanna per omicidio colposo affermando che "sarebbe irragionevole attribuire a ciascuno degli agenti accusati la responsabilità penale per qualche ipotetica deviazione di qualche membro del gruppo più sbadato o addirittura malvagio". Di fatto una assoluzione per tutti.

Diverse ONG avevano fatto ricorso dopo la chiusura del caso Tarajal nell’ottobre 2019. Dopo aver ordinato la riapertura del caso per due volte, l’organo giudiziario superiore ha questa volta confermato il verdetto secondo il quale l’operazione della Guardia Civil, che ha sparato proiettili di gomma e fumogeni in prossimità a dove nuotavano i migranti, è stata effettuata "con l’uso di mezzi di controllo di massa in modo appropriato e proporzionale alle circostanze del caso". A nulla sono serviti i video che mostrano come spesso gli agenti mirassero prima di sparare ad altezza uomo.

Ancora più grave l’affermazione in risposta all’accusa di omissione di soccorso: "gli agenti che si trovavano sulla spiaggia non erano obbligati ad aiutare i nuotatori", ammesso che si fossero accorti che i migranti si trovassero in reale pericolo: ricordiamo che gli uomini sono morti annegati a pochi metri da loro, come testimoniano i sopravvissuti riusciti a nuotare verso la riva.

Carlos Lorente, educatore sociale a Ceuta per l’associazione Digmun e tra gli organizzatori della Marcha por la Dignidad, commenta che purtroppo si aspettavano un verdetto del genere: “Di fatto non è stata sanzionata alcuna istituzione o rappresentante di essa, nonostante si sia verificata una palese violazione dei diritti umani; di fatto in questa zona di frontiera i diritti umani si infrangono sistematicamente.

Nonostante la difficoltà di aver a che fare con organismi e meccanismi di potere apparentemente impermeabili alle nostre lotte, pensiamo comunque di poter ancora conseguire dei risultati; intanto siamo riusciti a chiamare in causa pubblicamente la Guardia Civil come istituzione e il Ministero dell’Interno come principali responsabili possibili. Come attivisti non siamo meravigliati dall’archiviazione della causa”.

Continua spiegando che vorrebbero reagire al verdetto ma purtroppo le organizzazioni di Ceuta non dispongono di forze e figure legali per affrontare l’ennesimo scacco: “Per fortuna la Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (APDHA) e l’avvocata Patricia Fernández di Coordinadora de Barrios di Madrid ci hanno sempre dato e ci daranno un appoggio e gli strumenti legali per rispondere”.

I mesi della pandemia sono stati difficilissimi per la città di Ceuta che registra le percentuali di disoccupazione giovanile ed esclusione sociale più alte di Spagna: “Oltre al problema della delinquenza", ci spiega Carlos, "strettamente legato all’altissimo tasso di abbandono scolastico; tutti questi fattori messi insieme hanno fatto sì che il Covid-19 implementasse le disuguaglianze. È quello che abbiamo vissuto noi come associazione in prima persona: il centro per minori, quando è iniziato il confinamento, non aveva le risorse sufficienti, le strutture adeguate e un progetto chiaro di gestione di tutti i minori non accompagnati. Oltre a questo, il problema dei migranti bloccati nel porto, il dramma dei lavoratori di frontiera, i conflitti nati nei capannoni sovraffollati in piena crisi sanitaria, hanno fatto sì che la situazione sfociasse in moltissimi momenti di tensione”.

La situazione non è molto differente a Melilla, dove pochi giorni fa si è verificato un ammutinamento nel CETI (Centro di permanenza temporanea per immigrati), con 9 agenti feriti e 26 manifestanti arrestati. Le proteste erano già iniziate il giorno prima quando molti dei residenti bloccati nel CETI avevano chiesto di poter lasciare il centro dopo essere stati confinati in seguito al primo caso positivo di coronavirus rilevato nella struttura.

È chiaro ormai che la situazione sulla frontiera spagnola sia insostenibile, acuita da una crisi sanitaria che ha gettato il governo in un caos al quale tuttora non riesce a porre rimedio. Non sorprende la decisione del governo di costruire una delle barriere più alte del mondo a Ceuta e Melilla: si tratta di un muro di acciaio e legno alto circa 10 metri di altezza la cui costruzione è partita qualche giorno fa. Sánchez si giustifica dicendo che si tratta solo della “sostituzione” delle barriere precedenti (alte sei metri e risalenti al governo Zapatero), più “pericolose” in quanto corredate di filo spinato e già più volte attraversate. Non si spiega come la costruzione di un muro più alto e il rischio di una caduta più rovinosa possa passare come una “messa in sicurezza”.

La barriera percorrerà per 8 Km il confine di Ceuta e per 12 km quello di Melilla per un costo complessivo di 17 milioni di euro.

Carlos Lorente commenta: “Neanche questa decisione ci sorprende più di tanto; il governo nel dibattito nazionale stava promettendo una serie di cambiamenti a favore del rispetto dei diritti umani ma si tratta di una pantomima, è più teoria che realtà: la tendenza è quella di militarizzare il confine, anche dall’altro lato, aumentando la presenza della polizia marocchina e dei posti di blocco nelle parti dove sono accampati i subsahariani. Ciò che succede qui a Ceuta e ciò che accade a Melilla spesso non giunge alla Penisola; il rispetto dei diritti umani di cui parla Madrid è solo una facciata, una bugia, che qui noi possiamo smascherare quotidianamente in prima persona. La verità è che Ceuta e Melilla si stanno trasformando in una terza frontiera”.