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La Malapena: un libro sulla detenzione amministrativa nei Cpr

di Maurizio Veglio, edizioni SEB27

14 settembre 2020

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La Malapena
Sulla crisi della giustizia al tempo dei centri di trattenimento degli stranieri

di Maurizio Veglio [1], prefazione di Emma Bonino, edizioni SEB27, pp. 104, Euro 15

Uno scandalo giuridico ed economico

La detenzione degli stranieri ai fini dell’allontanamento, come si è imposta in Occidente nel nuovo millennio, è uno scandalo giuridico ed economico. Per l’Italia significa, ogni anno, spendere centinaia di milioni di euro per il rimpatrio di qualche migliaio di persone. Eppure il massimo livello di elaborazione della politica nazionale si ferma all’estensione o alla riduzione della durata massima del trattenimento. Previsione di grande importanza per chi si trova recluso in un centro, ma totalmente irrilevante in relazione all’effettività della misura: la stabilità - cioè la scarsità - del tasso di rimpatri delle persone trattenute è impressionante e, soprattutto, non dipende in alcun modo dai termini massimi di reclusione. [pag. 96]

Si tratta, come facile immaginare, di un sistema altamente inefficiente perché vincolato alla collaborazione delle ambasciate dei Paesi di origine, dunque a un parametro prettamente politico; si tratta inoltre di un sistema paradossale poiché, una volta rilasciato, lo straniero dovrebbe auto espellersi entro una settimana, operazione che lo Stato italiano non è stato in grado di compiere nonostante la disponibilità di risorse, mezzi e sei mesi di tempo. Qualora lo straniero non rispetti l’ordine di allontanamento è inoltre prevista una multa no a ventimila euro, una nuova espulsione, un nuovo trattenimento, e così via. Un circolo vizioso che, dati alla mano, testimonia il fallimento dei CPR: nonostante l’ingente investimento economico e organizzativo - preludio di costi rovinosi in termini umani e burocratici - solo nel 50% dei casi il trattenimento si conclude con il rimpatrio. [pag. 39]

L’analisi dei dati, e la voce di molti immigrati, forniscono una lettura univoca: senza la volontà dello straniero, specialmente se cittadino di un Paese che non fa parte dell’Unione Europea, il rimpatrio è un risultato occasionale. Negli ultimi 15 anni l’immigrazione è balzata in cima all’agenda politica europea, è diventata oggetto di un’enorme esposizione mediatica, con relativa destinazione di fondi pubblici. Tuttavia tra il 2013 e il 2017 le autorità italiane hanno rimpatriato appena il 20% di tutti gli stranieri extra-Ue destinatari di un decreto di allontanamento (28mila su 145mila) e, come visto, solo il 50% dei 3-6mila trattenuti l’anno.

Dunque anche considerazioni di pura efficacia impongono di portare al centro della scena la scelta delle persone: emigrare, ritornare, ripartire, investire sono decisioni complesse e multifattoriali, di fronte alle quali il proibizionismo è perdente, oltre che enormemente deleterio. Chi non può o non vuole rimpatriare è disposto a sopportare la reclusione - anche per molti mesi, anche in condizioni terribili - pur di conservare una chance di rimanere in Europa. Se non saprà garantire uno spazio all’autodeterminazione delle persone, valorizzandone la presenza o incentivandone il rientro (laddove possibile), la politica del trattenimento e degli allontanamenti forzati continuerà a produrre risultati scarsi, pagati a peso d’oro, e sofferenza a pioggia. [pag. 97]

Estratto dal volume:
Niente come la detenzione amministrativa degli stranieri - la galera dei clandestini - rivela il sentimento di una comunità verso l’estraneo. Lo straniero è storicamente un agente di turbamento, una fonte di «insuperabile inquietudine», a cui si è spesso risposto con diffidenza, rifiuto e allontanamento forzato. […]

Nella versione addomesticata e riscritta dallo Stato di diritto, l’ostilità verso l’altro si manifesta attraverso norme di difesa del territorio, di controllo e limitazione dell’ingresso e del soggiorno, di schedatura, espulsione e interdizione. La produzione normativa è d’altronde una questione sentimentale: il legislatore non è che l’interprete elettivo del sentire comune, l’istituzione che traduce in atti formali le pulsioni, le credenze, i timori della comunità che lo esprime. La legge sull’immigrazione è dunque una forma giuridica dell’inquietudine.

Nella sua dimensione fisica e geometrica questa forma assume il perimetro dei campi di trattenimento. Tre assi ne descrivono il carattere: extraterritoriale, eccezionale ed esclusivo. Indipendentemente dalla localizzazione geografica, il campo è luogo giuridicamente reciso dallo Stato cui appartiene, ma al contempo è proprio qui che il medesimo Stato afferma la totalità della propria potenza: detenere per isolare, purgare, espellere. Già nell’esperienza dello scorso secolo il campo si è imposto come tecnica di regolazione dei movimenti migratori, funzionale all’allontanamento di persone giudicate superflue, eccedenti, subalterne.

La sua consacrazione è testimoniata dalla longevità dello strumento e dalla sua versatilità: arma delle democrazie liberali per l’esternalizzazione della violenza nelle colonie, luogo di spreco della manodopera umana e poi di sterminio al servizio dei totalitarismi, presidio di sicurezza per i Paesi evoluti contro quelli di origine e transito dei migranti.

L’inquietudine del legislatore italiano ha disegnato una varietà di luoghi riservati agli stranieri: a sud del Mediterraneo i «campi di accoglienza temporanei» in Libia, così definiti dal Memorandum del 2017, luoghi di orrori e violenze abominevoli che le autorità italiane finanziano allo scopo di «arginare i flussi di migranti illegali». Sull’altro versante, in Italia, le mega strutture deputate all’accoglienza, su tutte il famigerato cara di Mineo, epicentro di inchieste giudiziarie e campionario di corruzione, sfruttamento, criminalità organizzata e strategie di sopravvivenza.
A cavallo tra i due mondi si collocano i luoghi destinati all’allontanamento degli stranieri: gli hotspot e i centri di permanenza per i rimpatri (cpr, già cpta, cpt e cie).

Autentiche enclaves giuridiche interne al territorio nazionale, queste carceri di fatto sovvertono il rapporto tra regola ed eccezione: la libertà personale, ordinariamente inviolabile, cede alla pretesa statale di segregare ed escludere dalla vita della comunità. E ciò non in virtù di un’accusa o una condanna penale, ma unicamente sulla base di una violazione amministrativa, l’ingresso o il soggiorno in assenza di un permesso. Strategicamente collocati nei punti di maggiore accesso e uscita del territorio, i CPR, luoghi a garanzie attenuate, e gli hotspot, ambienti degiurisdizionalizzati, costituiscono autentiche voci mute del diritto. Bed and breakfast nelle gabbie, vista sbarre e garitte, residenza esclusiva di alieni, miserabili e reietti.

«Stiamo vivendo qui da tre giorni. Non abbiamo coperte, non abbiamo niente. Guarda. Qui siamo tutti stretti, abbiamo freddo, abbiamo fame, non facciamo la doccia da tre giorni, non ci togliamo le scarpe da tre giorni. Siamo proprio in una situazione veramente brutta. Come puoi vedere è tutto bruciato, le pareti, qui ci ammaliamo, qui rischiamo la salute. Guarda, la bottiglia dove facciamo pipì, perché la porta era chiusa a chiave. Facciamo la cacca nei sacchetti, i nostri bisogni nei sacchetti e nelle bottiglie. E continuano a dirci: “Aspettate che troviamo una soluzione”.
Questa non mi sembra una soluzione, questa non è vita, non è umanità. È una cosa disumana, trattarci così come degli animali, neanche gli animali sono trattati così come noi, a prendere le botte, le manganellate e in più viviamo così
».

La denuncia è pubblicata in un video di uso il 9 gennaio 2020, girato all’interno di un refettorio del CPR di Torino, un locale adibito a sala mensa ma successivamente inutilizzato, salvo l’occasionale collocamento dei trattenuti in caso di necessità dell’amministrazione. Il pavimento, le panche e i tavoli della sala ospitano una distesa di immondizia: sacchetti di ogni tipo, cibo rifiutato, bicchieri di plastica, scatole. I servizi igienici prevedono bottiglie di plastica per i liquidi e sacchetti neri per le deiezioni. Lungo il perimetro dello stanzone sono posizionati alcuni materassi, direttamente a terra. Uno dei trattenuti è sotto le coperte, indossa giubbotto e cappello, come tutti i presenti. Due pareti agli angoli sono annerite dalla fuliggine, eredità di un incendio, che rende ancora più spettrale lo scenario. Un telefono cellulare, scampato alla strage delle fotocamere, documenta la vergogna di vivere in una discarica di Stato, senza bagno né doccia, senza riscaldamento né giustificazione.
Secondo la pubblica amministrazione il generale divieto di fotografie e filmati all’interno del Brunelleschi è una tutela imposta a presidio della dignità e della riservatezza delle persone recluse. Naturalmente l’assenza di occhi estranei all’interno del CPR priva gli stranieri del più importante strumento di controllo dell’azione dello Stato, che al con- tempo ha riempito di telecamere i luoghi di trattenimento. Dunque si viene visti, ma non si può restituire lo sguardo: non è che uno dei mille indizi della subalternità che domina i rapporti nel centro.
Il passaggio alla vita di reclusione attraversa un singolare rito di violenza auto inflitta, frutto di un capolavoro di ambiguità: per rispettare il divieto di foto e video, gli unici cellulari ammessi all’interno del CPR sono quei rari esemplari privi di fotocamera o, si capisce, quelli privi di una fotocamera funzionante. Alla presenza dei controllori, allo straniero viene consegnato un cacciavite da piantare nella fotocamera del cellulare, fino a metterla fuori uso. [pp.14-18]

Altre testimonianze dei cosiddetti ospiti dei CPR tratte dal libro:
«Il personale ci trattava come cani. Una volta un ragazzo voleva impiccarsi e il personale non ha fatto nulla perché pensavano fosse uno scherzo. È quasi morto. I detenuti sono corsi nella sua stanza e hanno cercato di sostenerlo. Solo dopo mezz’ora hanno aperto le porte e sono entrati. Poi abbiamo deciso di fare lo sciopero della fame, ma ridevano e dicevano che non gli importava. Ecco perché abbiamo fatto l’incendio, perché ci trattavano come cani». [ospite del cie di Torino, 2012, pag. 32]

«Ci sono persone che si tagliano o salgono sul tetto perché non fanno entrare un pacco inviato dai familiari o perché stanno per essere rimpatriati. A volte ci sono scontri all’interno delle aree tra persone di diverse nazionalità» (Rashid). [pag.16]

«Quando alcuni nordafricani si sono tagliati la gola con le lame dei rasoi ho avuto molta paura, non avevo mai visto una cosa del genere» (Amadou). [pag.16]

«Appena entrati al CPR mi hanno messo in isolamento, separandomi dai tre amici con cui ero partito dal Gambia. Ho pianto tutta la notte, avevo 17 anni. Poi mi hanno spostato in un’area. Pochi giorni dopo un ragazzo marocchino, che rispondeva sempre male quando provavo a salutarlo, ha tentato di impiccarsi legando alcuni asciugamani. Nessuno ha chiamato la polizia, perché non vedevamo alcun operatore nei paraggi» (Souleiman). [pag.17]

Le fonti:
Il libro scritto da Maurizio Veglio si basa soprattutto dalla sua diretta esperienza di avvocato esperto in diritto dell’immigrazione, la cui attività lo ha portato a poter penetrare nella fortezza dei cpr per seguire le vicende umane dei propri clienti, e difenderne i diritti da Torino a Crotone. Ancora la sua attività di docenza presso la Human Rights and Migration Law Clinic dell’Università di Torino lo ha portato a curare o supervisionare lavori di ricerca, rivelatesi fonti preziose anche per questo suo volume. Il libro si avvale anche dei dati e delle valutazioni espresse nei report di organizzazioni governative nazionali come il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale o internazionali come l’European Committee for te Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment.