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Caso Suarez - I diritti o sono di tutti, o sono privilegi

Italiani senza cittadinanza scrivono alla ministra Lamorgense, NIBI rilancia la manifestazione a Roma del 3 ottobre

24 settembre 2020

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La squallida vicenda del calciatore Suarez ha riaperto una riflessione sull’urgenza dell’approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza che superi quella anacronistica del 1992 (!) e garantisca diritti a tanti ragazzi e ragazze. Sono più di un milione i giovani senza diritti, nati o cresciuti in Italia che, ancora oggi, nonostante tante promesse se li vedono negati, considerate persone di serie B.

Il movimento degli "Italiani senza cittadinanza" ha deciso di scrivere una lettera alla ministra Lamorgese per portare avanti la voce degli inascoltati, chiedendo di calendarizzare subito in agenda di governo la riforma.
«Noi siamo gli Italiani Senza Cittadinanza, ragazze e ragazzi in lotta per i diritti di un milione di italiani dal 2016. Siamo giovani cresciuti in Italia ma che finora gli italiani hanno deciso di emarginare, rendendo ancora più vulnerabili delle persone già in difficoltà. Siamo tutte quelle ragazze e quei ragazzi che fanno parte integrante della vita quotidiana del Paese, siamo chi vi serve il caffè al bar la mattina presto, chi in fila per scendere dal treno vi fa un sorriso dall’altra parte della mascherina, chi oggi giovane lavora e sostiene l’economia, chi vi accoglie con professionalità nelle aziende, chi senza risparmi di sudore e fatica dà anche lavoro ad altri italiani come lo siamo anche noi, almeno in cuor nostro. Siamo gli amici, i danzati, gli affetti più genuini, i compagni di classe, di avventure, di percorso, di crescita e di vita di chi avete più caro al mondo: i vostri figli.
“Noi” siamo “voi”, ammesso che una divisione del genere davvero esista. Siamo parte di questa Italia che tanto adoriamo ma che, in quanto giovani, tanto ci dimentica. In questa settimana del referendum per il taglio dei parlamentari molti di noi già maggiorenni sono stati esclusi nei loro diritti civili unicamente per via delle origini straniere ereditate dai nostri genitori, il tutto nel 2020 in una democrazia europea sviluppata.

Nel nostro paese c’è un accanimento burocratico nei confronti del nostro stesso avvenire, creando ragazzi di serie A e ragazzi di serie B.

Questi ultimi sono esclusi da certe professioni, dagli Erasmus, dalle visite di studio negate per via di visti da richiedere alla luce della cittadinanza di origine, insomma da una vita normale. Essere di serie B significa non avere diritto né alla propria identità, né ad essere ciò che si è. Soprattutto però significa vivere i traumi psicologici che comporta il rischiare di essere deportati (o addirittura “portati” per la prima volta) in un paese lontano e a noi estraneo.
Si discute da anni di una riforma della legge 91/1992, quella legge anacronistica, ancora in vigore, che disciplina l’acquisizione della cittadinanza italiana ma puntualmente veniamo relegati ai margini della società dalle istituzioni che, tradendoci e abbandonandoci, scelgono ancora una volta di essere dalla parte sbagliata della storia.

Bisogna agire subito, abbattendo il requisito dei redditi per chi ha completato un percorso di vita e di crescita in Italia e abbattendo il requisito della residenza continuativa se ci si trova fuori dall’Italia in alcuni periodi per motivi di lavoro o di studio, pur conservando legami affettivi con il paese. Vogliamo essere uguali ai nostri coetanei “col pedigree” anche nelle possibilità che abbiamo per cercare di costruirci un futuro migliore. Ma soprattutto, bisogna allineare i tempi di ottenimento del passaporto italiano alla media europea di sei mesi o un anno. Se un calciatore straniero può o “deve” diventare cittadino in due settimane, perché degli italiani di fatto devono aspettare quattro anni? Se un motivo ragionevole esiste, non può che essere squisitamente politico e xenofobo e non bisogna nascondersi dietro ai tempi della burocrazia anziché lottare per accorciarli.
Noi rivendichiamo unicamente il diritto ad essere ciò che già siamo, italiani di fatto e di cittadinanza. Combattere questa battaglia rende l’Italia un paese più meritocratico, più equo, più leggero nella burocrazia, ovvero un paese Civile che noi giovani italiani, ufficialmente cittadini e non, meritiamo che ci venga tramandato in eredità dalla vostra generazione».

Protagonista di questa battaglia di civiltà è anche anche NIBI : Neri italiani - Black italians, un’associazione composta da un gruppo di ragazzi e ragazze di discendenza africana, italiana, sudamericana e mondiale che lottano per il cambiamento sociale e dell’immaginario collettivo.
Alle 12 i rappresentanti dell’associazione hanno svolto una conferenza stampa al Senato per parlare di cittadinanza e promuovere la manifestazione del 3 ottobre a Roma, appuntamento costruito prima della vicenda Suarez.

«La riforma della cittadinanza è un argomento su cui la politica non trova il coraggio per compiere un passo decisivo. Ieri il dibattito sullo ius soli si è esaurito con un tentativo di voto, oggi il confronto sullo ius culturae è fermo in Senato, scalzato da altre priorità che anche noi riteniamo necessarie, ma non si può più aspettare. Ce lo chiedono i bambini che sono privi di una fondamentale garanzia: essere riconosciuti come italiane e italiani, a tutti gli effetti.
L’articolo 3 della Costituzione parla chiaro: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Chi vive su questo territorio fa parte del Paese e contribuisce al suo sviluppo economico e alla sua vita sociale e culturale.
Scendiamo in piazza perché non vogliamo continuare ad avere una cittadinanza “in locazione” vogliamo essere proprietari di un’appartenenza che non ci può essere negata. Vogliamo una bandiera che includa, riconosca e valorizzi la nostra storia comune come quella del partigiano italo-somalo Giorgio Marincola, a cui oggi è intitolata la fermata della metro C di Roma. Scendiamo in piazza per rompere il binomio immigrazione-sicurezza, per chiedere l’abrogazione dei decreti Sicurezza che hanno peggiorato la condizione degli ultimi, indipendentemente dalla loro provenienza. È una questione di civiltà, equità sociale e giustizia che accomuna tutti e tutte le generazioni.
Scendiamo in piazza il 3 Ottobre, Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione istituita dopo il tragico naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa, per chi non ha rinunciato alla speranza, ma che non ha trovato il giusto approdo in mezzo al mare. Per questo ribadiremo che servono corridoi umanitari e la cancellazione degli accordi con la Libia.
Lottiamo per la parità e l’abolizione del sistema discriminatorio. Siamo solidali agli ultimi, agli invisibili senza distinzione di classe, orientamento sessuale e origine etnica. Al Parlamento, al governo e al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, chiediamo un incontro con una delegazione di cittadini con background migratorio per portare a termine la riforma della cittadinanza e lo ius culturae».

- Maggiori informazioni sulla manifestazione del 3 ottobre, ore 15.30 piazza Santi Apostoli : https://www.facebook.com/events/318490252742945/